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1°I confini della conoscenza e l’accesso ai mondi spirituali - Introduttiva

Vienna, 19 Marzo 1910

Gentili ascoltatori !

La conferenza di giovedì scorso1 aveva lo scopo di caratterizzare le vie tramite cui l’uomo può giungere nei mondi spirituali, tentando di mostrare come già una normale osservazione dei fenomeni che si susseguono nel corso della vita tra la nascita e la morte mostri delle leggi, delle grandi leggi, che indicano un mondo spirituale che giace dietro a quello fisico, e abbozzando come l’uomo stesso possa arrivare in quel mondo spirituale.

Oggi dobbiamo parlare a grandi linee di un capitolo riguardo quelle conoscenze che l’investigatore dello spirito può acquisire sulla via caratterizzata l’altro ieri. Tutto ciò che oggi dirò potrebbe essere considerato una sorta di fantasticheria, in grado ancora maggiore, naturalmente, di quanto dissi in quella conferenza. Ma dopo le discussioni dell’altro giorno, può essere forse scontato che ciò venga oggi puramente ritenuto in forma di un semplice racconto che presenta come una somma di risultati della ricerca, che derivano appunto dall’osservazione dei mondi superiori. Dunque, oggi dev’essere raccontato proprio semplicemente ciò che l’uomo possiede in fatto di esperienze, quando procede dopo la morte attraverso i vari mondi, per i quali è destinato andare.

Dobbiamo iniziare da quel punto dell’evoluzione della vita umana in cui l’uomo si trova quando passa attraverso la porta della morte, quando dunque, nel modo che abbiamo caratterizzato ieri, depone il suo corpo fisico e sale ad una diversa esistenza, un’esistenza spirituale. Prendiamo innanzitutto in considerazione quanto l’uomo sperimenta, dapprima, direttamente al momento di attraversare la porta della morte, dopo la deposizione del corpo fisico.

La prima impressione che il nostro corpo astrale e il nostro Io hanno, dopo che è sopraggiunta la morte dell’uomo, è il fatto che l’essere umano può guardare indietro alla sua vita appena conclusa, svoltasi tra la nascita e la morte, riguardandola in un ampio quadro mnemonico. Le singole esperienze dell’ultima vita che da molto tempo sono sparite allo sguardo spirituale si presentano davanti all’anima, a questa importante svolta della vita, per così dire, nei minimi particolari. E se ci chiediamo com’è possibile, allora possiamo renderci comprensibile ciò che si offre all’occhio chiaroveggente richiamando l’attenzione su quel momento della vita noto a tutti, di cui raccontano coloro che una volta furono in pericolo di vita, per esempio durante una caduta in montagna o mentre erano in procinto di annegare. Essi raccontano che in un tale momento tutta la vita appena conclusa stava loro davanti agli occhi come in un grande quadro. Ciò che viene raccontato può essere confermato proprio dalla scienza dello spirito.

Da dove viene che in tale momento tutta la vita appena conclusa stia davanti agli occhi come in un grande quadro? Deriva dal fatto che ciò che l’uomo scorge con occhi fisici, può afferrare con mani fisiche, ciò che dunque si chiama corpo fisico è attraversato e impregnato dal corpo eterico o corpo vitale. Questo è il secondo elemento costitutivo dell’entità umana e precisamente è già un elemento invisibile che impedisce al corpo fisico, nel periodo tra la nascita e la morte, di seguire le forze e le leggi fisiche, fisiche e chimiche, impiantate in lui. Il nostro fedele lottatore, per così dire, impegnato contro la decomposizione del corpo fisico è questo corpo eterico o vitale, questo secondo corpo dell’uomo.

Può anzi essere comprensibile, miei cari convenuti, che ad uno sguardo fisico, che per la scienza fisica, con il verificarsi della morte anche l’intera entità umana appaia soccombere a quella; poiché ciò che passa attraverso quella porta, che ha quelle impressioni che appunto vanno descritte, esiste solo per una conoscenza spirituale, solo per un occhio chiaroveggente. Ma tutto ciò che è presente solamente per la conoscenza spirituale deve per forza apparire un nulla allo sguardo fisico.

Nulla vedrai nell’eterna, vuota lontananza, non udrai il passo tuo stesso, nulla troverai di saldo ove posare.

Così dice Mefistofele nel Faust di Goethe.2 Sarà addirittura senza fine. Questa caratteristica mostra in Mefistofele il rappresentante di una concezione del mondo che arriva soltanto all'esistenza fisica esteriore e vede un nulla in tutto ciò che è da conseguire oltre quella grazie alla conoscenza spirituale. Diventa eterno, però, anche chi ha un presentimento e una conoscenza del fatto che nell'essere umano sono assopite forze che possono essere sviluppate al punto tale che dei mondi spirituali si riversano in quell'anima umana, come luce e colore si riversano nell’occhio di colui che, cieco dalla nascita, viene sottoposto a eventuale operazione; diventa eterna quell’anima umana che, presagendo qualcosa di tale conoscenza superiore, ribatte al materialismo, al monismo,3 le parole che Faust risponde a Mefistofele:

Nel tuo nulla spero di trovare il Tutto.4

Come Faust nel nulla spera di trovare il tutto, così anche noi dobbiamo andare al nulla della convinzione e della concezione materialistica, se vogliamo afferrare quanto attraversa la porta della morte e ha le sue impressioni, quando non vi sono più né strumenti fisici, né organi fisici con cui poter rapportarsi a un mondo esteriore. Questo nulla del materialismo, questo fondamento della natura umana per lo sguardo spirituale, ha davanti a sé quel possente quadro mnemonico in cui sono racchiuse tutte le singole esperienze dell’ultima e- sistenza, sono racchiuse in senso superiore proprio come dopo quello shock che un uomo sperimenta quando è in pericolo di vita, ad esempio quando sta per annegare. Che cosa è successo in effetti ad un uomo che si è trovato davanti ad un pericolo di vita? Attraverso lo shock che ha subito il suo corpo eterico o vitale si è per breve tempo allentato dal corpo fisico. Ma questo corpo eterico o vitale nell’uomo - sia detto espressamente: nell’uomo - è il portatore anche della memoria, del ricordo e, nella vita abituale, quando è inserito nel corpo fisico, quest’ultimo è come una specie di impedimento, di ostacolo a far emergere tutti i singoli ricordi, tutte le singole rappresentazioni mnemoniche. Quando però il corpo eterico o vitale, a causa di un simile shock, è sollevato fuori dal corpo fisico per breve tempo, si presenta davanti all’anima tutta la vita in un quadro mnemonico, e in una tale persona, nel momento dell’annegamento, abbiamo proprio una sorta di analogia a ciò che vi è immediatamente dopo la morte, quando il corpo eterico o vitale è diventato libero con tutte le sue forze, poiché è deposto il corpo fisico.

Questa è un’esperienza dopo che l’uomo ha attraversato il momento della morte. Ma dobbiamo caratterizzare in modo ancor più preciso. Questa esperienza è del tutto singolare. Infatti questa memoria non è tale che sperimentiamo gli eventi della vita appena conclusa esattamente allo stesso modo di come li abbiamo attraversati nella vita. Nella vita gli avvenimenti della giornata svolgono su di noi l’impressione del piacere, l’impressione della gioia, quella del dolore, quella della sofferenza. Essi ci si accostano in modo che ne abbiamo simpatia e antipatia. In breve, questi eventi suscitano il nostro mondo del sentimento, però ci stimolano anche la volontà, la voglia di comportarci in questo o quel modo. Tutto ciò che è piacere e sofferenza, gioia e dolore, ciò che è simpatia e antipatia, ciò che è interesse ai fenomeni esteriori dell’esistenza, tutto questo è, per quel tempo di cui appunto si è ora parlato, come cancellato dall’anima umana, e vi è l’immagine del ricordo, realmente come un’immagine. Quando abbiamo davanti a noi un’immagine in cui viene rappresentata una scena in cui abbiamo terribilmente sofferto, la sopportiamo in modo obiettivo e neutrale se ci viene rappresentata in immagine. Ma così ci si presenta davanti all’anima anche l’immagine del ricordo di tutta la vita: la sperimentiamo senza quella partecipazione che in genere abbiamo avuto nella vita.

Questa è una considerazione. L’altra è che l’uomo d’ora in poi sperimenta qualcosa, immediatamente dopo il trapasso, di cui egli, tra la nascita e la morte, ha fatto soltanto in minima misura conoscenza, se non è diventato un investigatore dello spirito. Nella vita siamo sempre al di fuori delle cose, fuori delle realtà che ci stanno attorno. I tavoli, le sedie sono al di fuori di noi, la flora vegetale distesa sul campo è all’esterno di noi. L’impressione subito dopo la morte è come se il nostro essere si riversasse su tutto quello che sta fuori di noi. Ci immergiamo per così dire nelle cose, ci sentiamo uno con esse. Compare il sentimento dell’espandersi, dell ampliarsi ed estendersi dell’anima, un fondersi con le cose che nell’ambiente esteriore sono come immagini. Questa esperienza perdura - così ci mostra l’indagine dello spirito con quei metodi di cui abbiamo parlato - in modo diverso; ma generalmente è una breve esperienza dopo la morte. Oggi possiamo addirittura parlare già, poiché vi sono indagini chiaroveggenti più precise a riguardo, di come la durata temporale per il singolo essere umano sia più o meno lunga a seconda della sua individualità. Sappiamo che diverse persone in condizioni normali della vita possono mantenersi a lungo svegli, quando devono farlo, senza essere sopraffatti dal sonno. Per conto mio, un uomo può rimanere sveglio tre, quattro, cinque giorni, un altro solo trentasei ore e così via. Finché l’uomo, in genere in condizione di vita normale, ha potuto mediamente mantenersi sveglio senza essere vinto dal sonno, altrettanto a lungo dura più o meno anche quel quadro mnemonico. È da calcolare dunque a seconda dei giorni ed è differente per i diversi individui.

In seguito, quando questo quadro mnemonico sta per finire, quando comincia a sbiadire, mostrando un graduale oscuramento, l’uomo sente un po’ come se certe forze si ritirassero in lui e qualcosa buttasse fuori quanto era finora nella sua natura. Ciò che viene ora espulso è un secondo cadavere dell’essere umano, un cadavere invisibile; è ciò che l’uomo non può portare con sé attraverso le successive esperienze nel mondo animico. Mentre dunque il cadavere fisico già prima è stato espulso ed è ritornato alle sue sostanze e forze fisiche, ora viene spremuto fuori il corpo eterico o vitale, che si ripartisce in quel mondo che noi chiamiamo eterico, che è di nuovo un nulla per chi si limita a vedere e pensare in modo materialistico, ma che intesse tutto e vive per coloro i cui occhi spirituali sono aperti. Però, di quel corpo eterico o vitale spremuto resta indietro qualcosa che si può definire un’essenza, un estratto di tutto ciò che è stato sperimentato. Le esperienze dell’ultima esistenza fra nascita e morte, concentrate per così dire in un germe, rimangono d’ora in poi unite con quanto costituisce l’uomo. Dunque il risultato condensato dell’ultima vita continua a esistere.

Che cos’ha l’uomo in sé nel corso ulteriore della sua vita dopo la morte? Egli trattiene ciò che chiamiamo “portatore del suo Io”, ciò che in genere chiamiamo “Io”; ma questo Io è avvolto dapprima da quanto abbiamo caratterizzato come terzo elemento dell’entità umana dopo il corpo fisico e il corpo eterico o vitale, cioè il corpo astrale. Potremmo dire che il corpo astrale dell’uomo è il portatore del piacere e della sofferenza, della gioia e del dolore, degli istinti, delle brame e delle passioni. Di tutto ciò che durante il giorno sussulta dunque attraverso la nostra anima come piacere e sofferenza, come istinti, brame e passioni, di questo è portatore il corpo astrale; ed ogni notte l’io e il corpo astrale abbandonano il corpo fisico e il corpo eterico o vitale dell’uomo, i quali rimangono nel letto durante il sonno. Adesso, dopo la morte, abbiamo l’io e il corpo astrale uniti con quell’essenza vitale di cui, appunto, abbiamo potuto dire è stata estratta come frutto o germe dal corpo eterico o vitale. Con tali componenti del proprio essere, l’uomo intraprende poi il cammino attraverso il cosiddetto mondo animico.

Se vogliamo comprendere quanto ci rivela lo sguardo spirituale dell’uomo su quel mondo, dobbiamo innanzitutto renderci conto che è questo corpo astrale il portatore di tutto ciò che è piacere, desiderio, interesse alle cose intorno a noi. Sì, il corpo astrale è il portatore di ogni piacere e brama, di ogni dolore e sofferenza, anche delle brame più basse, delle brame che sono connesse ad esempio con la nostra alimentazione. Il corpo fisico è una struttura di forze e leggi fisiche e chimiche. Non è esso a sentire desiderio e piacere verso qualche cibo e genere voluttuario, ma il corpo astrale. Il corpo fisico offre solo gli strumenti con cui noi possiamo ottenere tali piaceri che hanno luogo nel corpo astrale. Chi abbia conservato un concetto del fatto che questo corpo astrale dell’uomo sia qualcosa di reale, qualcosa di vero, non solamente una funzione, un risultato della cooperazione dei processi fisici e chimici, non si meraviglierà anche se vien detto che al momento della morte, quando il corpo fisico è deposto, il corpo astrale non perde subito il desiderio dei piaceri. Di fatto non lo fa. Prendiamo il caso estremo di un uomo che nella vita fosse un buongustaio, che abbia avuto piacere del mangiare appetitoso. Che cosa è insorto per lui con la morte? Egli ha perso la possibilità, poiché ha abbandonato gli strumenti fisici, di procurarsi i piaceri nel suo corpo astrale. Ma la brama di questi vi è rimasta. La conseguenza è che l’uomo d’ora in poi riguardo a questi piaceri è nella stessa situazione, anche se per altri motivi, in cui sarebbe all incirca se nella vita fisica fosse in un luogo dove bruciasse di sete e non vi fosse nulla, a perdita d’occhio, per poterla placare. Dopo la morte il corpo astrale arde dalla sete, poiché non c’è più l’organo fisico per soddisfarla. Gli strumenti sono deposti, ma la brama di questi piaceri è rimasta nel corpo astrale. Ne consegue che l’uomo d’ora in poi sia nella stessa condizione riguardo ai piaceri: il corpo a- strale ne soffre una sete ardente. Nel corpo astrale ci sono ancora tutti quegli istinti, brame e passioni che possono essere soddisfatti solo con gli strumenti fisici. Perciò è comprensibile, semplicemente partendo da questa logica considerazione, ciò che il ricercatore dello spirito deve dire a riguardo: «L’essere umano, dopo aver deposto il suo corpo eterico o vitale, attraversa un periodo in cui, per quel che concerne il suo essere più intimo, deve disabituarsi a tutti i desideri e a tutte le brame che possono essere soddisfatti soltanto dagli strumenti fisici del corpo fisico». Questo è il periodo della catarsi, della purificazione, nel quale devono essere sradicati dal corpo astrale tutti i desideri verso qualsiasi cosa che può essere procurata all’uomo solamente mettendone in attività gli strumenti fisici.

Troveremo comprensibile che, di nuovo a seconda dell’individualità dell’uomo, sia diverso il periodo di tempo che deve essere attraversato al fine di questa purificazione, di questo sradicamento delle brame che assecondano solo il mondo fisico. L’uomo però attraversa anche questo periodo in modo da non calcolarlo solo in base ai giorni, bensì, secondo le indagini della scienza dello spirito, da occupare pressappoco un terzo della vita nel mondo fisico che s’è svolta fra nascita e morte. Per chi è in grado di guardare in profondità è comprensibile il fatto che il tempo della purificazione occupi approssimativamente un terzo del periodo della vita. Se abbracciamo con lo sguardo la vita umana troviamo che questa vita fra nascita e morte si divida chiaramente in tre terzi. Il primo di questi è fatto apposta a che i talenti e le capacità dell’essere umano che con la nascita entrano nell’esistenza si facciano largo, per così dire, attraverso gli ostacoli del mondo fisico. Sussiste una specie di vita in salita nel primo terzo. L’uomo prende gradualmente possesso quale essere spirituale dei suoi organi fisici. Poi arriva il terzo della vita successivo che dura pressappoco dai 21 fino ai 42 anni mediamente. Il primo dura fino a 21 anni. Questo secondo terzo esige lo sviluppo di tutte quelle forze che l’uomo può elaborare per il fatto che con la sua interiorità, col suo elemento animico, entra in interazione con il mondo esteriore. A questo punto egli ha già gli organi del suo corpo fisico e di quello eterico o vitale plasticamente configurati, non ha più nessun ostacolo riguardo ad essi. Egli è adulto. Il suo elemento interiore entra in diretto rapporto col mondo esteriore. Questo dura così a lungo, fino a quando l’essere umano deve cominciare a consumare di nuovo i suoi corpi fisico ed eterico o vitale, e ciò succede per il tempo rimanente della sua vita. Allora l’uomo succhia a poco a poco da quanto ha plasmato plasticamente nella sua gioventù. Abbiamo potuto rilevare che esiste un meraviglioso rapporto tra gioventù e vecchiaia. Se durante quel periodo in cui l’essere umano interiore configura in modo plastico gli organi dell’uomo, questi si impossessa di certe qualità, se in quel tempo, nell’anima, domina diversi sentimenti di collera, se attraversa quello che noi chiamiamo sentimento della devozione, allora, come effetto, questo emerge proprio nell’ultimo terzo della vita. Passa nel terzo intermedio come in una corrente nascosta. E quanto noi chiamiamo “collera dominata” compare nella vecchiaia come giusta benevolenza; così nel superamento dell’ira vi sta l’origine, la causa della benevolenza. E dalla disposizione alla devozione che nutriamo nell’età giovanile, viene alla fine della vita quella qualità che ravvisiamo in quelle persone che possono presentarsi in una comunità, e senza dire molto, hanno un effetto come di benedizione.

La vita dell’uomo è chiaramente divisa in tre terzi. Nel primo terzo l’uomo lavora per il suo corpo fisico, nell’ultimo lo logora di nuovo; in quello centrale l’elemento animico è per così dire abbandonato a se stesso. A questo periodo intermedio deve anche corrispondere, come può sembrare comprensibile, il periodo di purificazione dopo la morte. Lì l’anima è libera dal corpo fisico e dal corpo eterico o vitale, e sta col suo ambiente spirituale in un rapporto simile a quello del secondo terzo della vita.

Ciò che il ricercatore dello spirito è in grado di vedere, possiamo rendercelo logicamente comprensibile se gettiamo uno sguardo sulla vita abituale. Possiamo capire che il periodo di tempo indicato sia un numero medio, per cui il tempo della purificazione per un uomo sarà più lungo, per l’altro più corto. Durerà di più per colui che si abbandona con tutte le sue passioni alla mera esistenza sensibile, il quale non conosce altro che il soddisfacimento di quei piaceri legati agli organi fisici del corpo. Per chi, però, nella vita abituale, grazie a un penetrare nell’arte, grazie alla conoscenza, riesce già a guardare a quei misteri spirituali dell’esistenza che penetrano attraverso la cortina dell’elemento fisico, per chi anche solo con presentimento afferra le rivelazioni dello spirito attraverso il velo della componente fisica, per costui il periodo della purificazione durerà meno, poiché egli attraverserà preparato il momento della morte, preparato a tutto ciò che, appunto, può arrivare come appagamento soltanto dal mondo spirituale.

Abbiamo qui dunque, miei cari ascoltatori, un periodo che l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita che si differenzia da quello che si conta in termini di giorni subito dopo la morte. Mentre in quest’ultimo abbiamo un quadro mnemonico neutrale, nei cui confronti cessano tutto il nostro interesse e la nostra partecipazione, nel periodo di purificazione abbiamo proprio nella nostra anima tutto ciò che, per desiderio di piacere, per desiderio di brama, ci ha attratto verso le nostre esperienze. Proprio la vita di sentimento, la vita di sensazione è ciò che dunque si svolge nell’anima durante quel periodo di purificazione.

Tuttavia il ricercatore dello spirito ci mostra una singolare caratteristica di quel periodo. Sembra strano, ma è vero: questo periodo di purificazione procede a ritroso così che abbiamo l’impressione di sperimentare l’ultimo anno della nostra vita fisica prima, poi il penultimo, quindi il terzultimo. E noi sperimentiamo dunque la nostra vita, purificandoci, depurandoci, come in un’immagine speculare, la ripercorriamo in modo che essa appaia come se andasse dalla morte fino alla nascita, e alla fine di quel periodo siamo al momento della nascita. Attraversiamo prima la vecchiaia, poi l’età intermedia, indietro fino al tempo dell’infanzia.

Nessuno ha bisogno di pensare che questo sia proprio solo un periodo terribile in cui si prova una sete bruciante, in cui si patiscono i desideri. Tutto questo c’è di sicuro; ma non è l’unica cosa. Noi sperimentiamo anche tutto quello che fra la nascita e la morte abbiamo già vissuto, sperimentiamo pure i lieti eventi della vita così che li abbiamo di nuovo davanti a noi, per così dire, in immagine speculare. Come sia quell’esperienza, ci si presenterà subito davanti all’anima considerando ancor più precisamente questo periodo. Supponiamo che un uomo fosse morto a sessant anni. Quindi sperimenta dapprima i cinquantanove anni, poi i cinquantotto, i cinquantasette e così via; egli vive percorrendo tutto a ritroso in una specie di immagine speculare. Resta questo cioè, che noi ci sentiamo come riversati sulle cose e le entità del mondo, come dentro a tutti gli esseri e le cose. Prendiamo ora il fatto che noi, in una vita durata dunque fino a sessant anni, avessimo a quarant anni arrecato un’offesa a qualcuno. Lì riviviamo vent anni con velocità tripla. Arrivati ai quarantanni, sperimentiamo quel dolore cagionato all’altro, di nuovo, ma non proviamo quanto noi abbiamo passato allora, ma ciò che l’altro ha sofferto. Quando abbiamo arrecato dolore a qualcuno a partire da un sentimento di vendetta o da un impulso di rabbia e dopo la morte, guardando a ritroso, arriviamo a quel momento, non sentiamo la nostra soddisfazione provata, ma quanto l’altro ha patito. Nel mondo spirituale ci immedesimiamo in lui. E capita così con tutto ciò che riviviamo nell’andare a ritroso. Sperimentiamo tutto ciò che di bene, di azioni buone abbiamo dispensato nella vita, negli effetti benefici che questo ha prodotto nel nostro ambiente.

Lo sperimentiamo con quell’anima che si sente per così dire riversata in tutto l’ambiente. Ciò non è senza effetto, anzi l’uomo, rivivendo tutto ciò, porta con sé da tutte quelle situazioni del vivere determinate impressioni. Possiamo caratterizzare questo, per esempio, nel modo seguente. Ma vorrei esplicitamente osservare che questa cosa, in realtà, solo relativamente si può caratterizzare a parole, poiché possiamo comprendere che le nostre parole sono coniate per il mondo fisico e in effetti sono applicabili in senso giusto solo a questo. Se tuttavia utilizziamo queste parole - altrimenti non potremmo intenderci su tutti i misteriosi mondi che si rendono accessibili all’occhio spirituale -, dobbiamo renderci conto che esse hanno soltanto un senso approssimativo. Quanto viene sperimentato in quel mondo può solo essere caratterizzato così: quando l’uomo percepisce il dolore che ha inflitto a un altro, quando egli riprova quel dolore dopo la morte, lo sente come un intoppo evolutivo. Egli si dice più o meno questo, avvertendolo nella sua anima: «Che cosa sarei diventato se non avessi recato questo dolore all’altro? Questo dolore è qualcosa che trattiene tutto il mio essere da un gradino di perfezione che altrimenti avrei potuto conseguire». E così l’uomo, per tutto ciò che di errore e menzogna, di cattivo ha divulgato nel suo ambiente, si dice: «Sono intoppi evolutivi, qualcosa che ho arrecato a me stesso sul cammino del mio perfezionamento». E da ciò si forma una forza nell’anima umana che arriva al punto da portare l’uomo, in quella condizione in cui vive fra la morte e una nuova nascita, a provare il desiderio, ad avere l’impulso di volontà di rimuovere questi ostacoli dal cammino. Cioè, nel viaggio a ritroso, accogliamo uno ad uno degli stimoli a rimediare nuovamente nella prossima vita, a pareggiare di nuovo quanto abbiamo frapposto a noi stessi sul cammino come ostacoli.

Perciò non ci è lecito nemmeno abbandonarci alla convinzione che ciò che lì attraversiamo sia puro soffrire. Sofferenza e privazione lo è certamente, ed è doloroso quando vediamo addossato sulla nostra propria anima tutto ciò che noi stessi abbiamo provocato; tuttavia sperimentiamo il dolore in modo da essere contenti di poterlo provare, poiché solo grazie a ciò noi possiamo accogliere quella forza che ci rende capaci di sgomberare la via da quegli ostacoli. E così si sommano insieme tutti questi impulsi che noi accogliamo durante il periodo di purificazione, e quando siamo ritornati all’inizio della nostra ultima vita, c’è un’imponente somma che vive in noi quale immensa spinta, in una nuova vita, a compensare nei successivi gradini dell’esistenza tutto ciò che è da pareggiare nel senso caratterizzato. Quindi, alla fine del periodo di purificazione siamo dotati di quella forza per sviluppare la nostra volontà verso il futuro in modo tale che per tutto ciò che di ingiusto, di brutto, di cattivo abbiamo commesso viene creata la compensazione. Questa è una forza di cui l’uomo può forse avere un presentimento se familiarizza, attraverso una saggia conoscenza di sé, con ciò che gli provoca dei rimorsi di coscienza, quando ripensa a quanto ha fatto a questa o a quella persona. Ma tutto questo nella vita rimane solo pensiero. Diventa un potente impulso creativo nel periodo di purificazione tra la morte e una nuova nascita. E dotato di tale impulso creativo l’uomo entra ora in una nuova vita: nella vita spirituale vera e propria.

Se vogliamo comprendere questa vita spirituale in cui l’uomo si addentra dopo il periodo di purificazione, lo possiamo fare nel modo seguente. E difficile riprendere con le parole della nostra lingua tutte le diverse esperienze che il ricercatore dello spirito ha, quando esamina la vita fra la morte e una nuova nascita, tutte le diverse essenziali impressioni che non si possono paragonare a nulla che l’occhio possa scorgere nel mondo sensibile e l’intelletto legato al cervello possa pensare; ma ci si può procurare una rappresentazione pressappoco nel modo seguente di ciò che a quel ricercatore può dischiudersi quale nuovo mondo, grazie alla sua visione nel mondo spirituale. Quando vogliamo vedere e capire il mondo attorno a noi, quando vogliamo comprendere ciò che ci circonda, lo facciamo per il fatto che pensiamo, che ci formiamo delle rappresentazioni delle cose che ci stanno intorno. Sarebbe una rappresentazione logicamente assurda se qualcuno pensasse di poter prendere dell’acqua da un bicchiere vuoto. Sarebbe esattamente lo stesso se ci rappresentassimo di poter tirar fuori, di poter attingere dei pensieri, delle leggi da un mondo che non ne contengono. Tutto il sapere umano, tutta la conoscenza umana sarebbe una futile illusione, non sarebbe nient’altro che una fantasticheria se i pensieri che alla fine plasmiamo nel nostro spirito non fossero già, come pensieri, alla base delle cose; dunque le cose sono germinate a partire dai pensieri. Tutti quelli che in tal modo credono che i pensieri siano soltanto qualcosa che lo spirito umano forma, qualcosa che non sta alla base delle cose quali effettive forze operanti e creatrici di esse, dovrebbero del pari rinunciare ad ogni attività del pensare; poiché i pensieri che verrebbero così formati, senza corrispondere a un mondo esteriore di pensieri, sarebbero delle inutili assurdità. Solo chi pensa in modo reale, chi sa che il suo pensare corrisponde al mondo esteriore dei pensieri e risveglia di nuovo, come in uno specchio, quel mondo nella nostra interiorità, sa che ogni cosa in origine è spuntata fuori da questo mondo dei pensieri.

Per noi uomini, comunque, il pensiero è Tultimo che afferriamo dalle cose, ma sta ad esse quale loro primo fondamento. Il pensiero creatore sta a base delle cose, ma i pensieri degli uomini, con cui l’uomo conosce da ultimo, si distinguono tuttavia, sotto un certo aspetto molto significativo, dai pensieri creatori là fuori. Quando tentiamo di guardare dentro l’anima umana, ci diremo: «Come anche questo pensare umano vuole vagare nell’orizzonte dei pensieri e delle rappresentazioni quando pensiamo, tentiamo di sviscerare con i nostri pensieri i segreti delle cose, così queste si presentano come qualcosa da cui rimane estraneo tutto l’elemento creatore». Questa è la particolarità dei pensieri umani, che essi hanno perso l’elemento produttivo, creatore, contenuto nei pensieri là fuori che tessono e impregnano di vita il mondo. Quei pensieri che permeano il mondo là fuori sono attraversati da quell’elemento che nell’intimo umano spunta solo come un misterioso fondamento della nostra esistenza. Sappiamo che le nostre rappresentazioni, quando devono essere riversate nella volontà, devono immergersi nella base dell’essere umano, e che il pensiero stesso non è ancora attraversato dalla volontà. Ma il pensiero che opera fuori nel mondo è attraversato e intessuto dalla volontà. E questo è appunto l’elemento caratteristico dello spirito che all’esterno intesse obiettivamente le cose: essere creatore. Ma con questo non è più soltanto pensiero, con questo è spirito. Il pensiero della natura umana si basa sul fatto che la volontà è espressa a partire dallo spirito, e che quest’ultimo compare come un riflesso soltanto a partire dall’uomo. Per lo sguardo spirituale esso, là fuori, non si mostra da nessuna parte separato dall’elemento creatore.

Quando l’uomo dopo la morte ha attraversato il suo periodo di purificazione, penetra, come in un nuovo mondo, in quello spirito che contiene racchiusi in sé volontà e pensieri. E come noi qui in questo mondo che percorriamo fra nascita e morte viviamo circondati dalle impressioni dei nostri sensi, circondati da tutto ciò che il nostro intelletto può pensare, come noi qui dunque siamo attorniati e avvolti dal mondo fisico, così l’uomo dopo il periodo di purificazione è dappertutto circondato dal mondo spirituale creatore. Ed egli è all’interno di questo mondo, vi si trova dentro e vi appartiene. Questo è anche ciò che si presenta come una prima esperienza, quando è passato il periodo di purificazione: l’uomo non si sente in un mondo che lo circonda con un orizzonte di cose che egli può percepire, ma si sente entro un mondo in cui egli è del tutto creatore. Tutto ciò che l’uomo nell’ultima vita ed anche già in quelle precedenti ha accolto in sé, per quanto non ancora rielaborato, ciò che in particolare è nell’estratto che abbiamo descritto del suo corpo eterico o vitale, ciò che è rimasto nel suo corpo astrale, come quel possente impulso che vuole pareggiare gli ostacoli che sono stati menzionati, tutto ciò che è in lui l’uomo ora lo avverte produttivo, lo sente creativo.

Ora, il vivere nell’ambito della creatività è qualcosa che è meglio definito con il termine “beatitudine” o “felicità”. Possiamo già osservare nella vita abituale, a paragone, l’inebriante sentimento, su un gradino più basso, quando vediamo la gallina covare l’uovo. Nella produzione creativa stessa vi è quella felicità che riscalda. E possibile percepire in senso superiore tale felicità della creazione, quando l’artista può trasportare nel mondo materiale esteriore ciò che ha maturato nella sua interiorità, quando può creare. Tutto l’essere umano, nel passaggio attraverso il mondo spirituale, è ora compenetrato da questo sentimento di felicità, di cui si può in questo modo ricavare approssimativamente una rappresentazione.

A che cosa lavora l’uomo nel mondo spirituale? Egli dirige l’azione verso tutto ciò che quanto a frutti, a estratto, ha conseguito dall’ultima vita e dalle altre precedenti, di cui abbiamo potuto dire l’altro ieri che certamente si è accostato come esperienza alla nostra anima; l’uomo però nella vita fra nascita e morte, poiché ha un limite al corpo fisico e a quello eterico o vitale, deve prima trattenerlo in sé e non può inserirlo nella sua entità complessiva. Ora non ci sono più il corpo fisico e il corpo eterico o vitale, ora egli lavora in una pura sostanzialità spirituale e vi imprime tutto ciò che ha sì sperimentato nell’ultima vita e che però non poteva inserire in se stesso a causa della limitatezza dei suoi corpi fisico ed eterico o vitale.

Se ci preoccupiamo d’ora in avanti della durata del tempo in cui l’uomo inserisce dunque in modo creativo nell’elemento spirituale quanto ha conseguito nell’ultima vita, dobbiamo soprattutto chiederci: «Ha un certo senso questa legge delle ripetute vite terrene che abbiamo indicato?». Ebbene sì, e questo si mostra per il fatto che l’uomo, quando ha attraversato un’incarnazione, non appare più o meno in una nuova vita quando può ancora attraversare le stesse esperienze, ma solo quando il mondo terreno esteriore si è modificato nel frattempo in modo che egli possa fare esperienze del tutto nuove. Chi rifletta un po’ sull’evoluzione, troverà che la fisiognomia terrestre, già in rapporto all’elemento fisico, cambia notevolmente di millennio in millen nio. Pensiamo un po’ a come possa esser sembrato qui dove ora sorge questa città al tempo del Cristo, come ci fosse tutt’altro e come questo luogo terreno si sia modificato da allora; e pensiamo a come innanzitutto ciò che chiamiamo sviluppo morale, intellettuale e spirituale abituale dell’umanità si sia trasformato nel corso di qualche secolo. Riflettiamo a quanto i nostri bambini, qualche secolo fa circa, accoglievano in sé nei primi anni di vita e a quanto oggi vi assimilano. La Terra muta la sua fisiognomia, e dopo un certo periodo l’uomo può di nuovo mettervi piede; a quel punto tutto è così cambiato che egli può fare nuove esperienze. Solo se l’uomo ha la possibilità di vivere delle cose nuove, entra in questo mondo di nuovo.

Il tempo tra la morte e una nuova nascita è determinato dal fatto che l’uomo, quando si incarnava, diciamo, in un secolo, con la nascita lo faceva in condizioni ereditarie del tutto specifiche. Sappiamo che non ci è lecito rappresentarci il nucleo essenziale umano, l’animico-spirituale dell’uomo, come se provenisse dalla somma di ciò che sono le qualità dei genitori, dei nonni, bisnonni e così via. Abbiamo messo in evidenza che come altrettanto poco il lombrico nasce dal fango, così l’anima umana altrettanto poco deriva dall’elemento fisico. L’animico sorge da ciò che è animico, come il vivente deriva da ciò che è vivente. Abbiamo fatto rilevare che quest’anima umana ci riconduce a una vita precedente e che essa entra nell’esistenza con la nascita così da riunire le qualità ereditarie. Ponendo però questa questione davanti all’anima, dobbiamo anche renderci conto che, quando guardiamo indietro a una vita precedente, da quella vita umana passata portiamo dentro, attraverso la nascita, quelle qualità che si sviluppano a poco a poco nel decorso tra la morte e una nuova nascita. Portiamo con noi, attraverso il momento della morte, ciò che abbiamo acquisito di nuovo tra la nascita e la morte, ciò che non abbiamo ancora potuto prendere da una vita precedente. Così che - è già stato evidenziato - attraverso la morte d’ora in poi portiamo tutto quello che è stato conquistato brano a brano nell’ultima vita. E lo possiamo rielaborare in una nuova condizione, quando attraversiamo la vita nello spirito fra la morte e una nuova nascita, solamente non dipendendo in questa nuova esistenza, per così dire, dal fatto di ritrovare le condizioni lasciate in eredità, avute nell’esistenza precedente. Nella vita precedente abbiamo tirato dentro nella nostra anima certe qualità degli antenati. Non incontreremmo nulla di nuovo in una nuova esistenza, se quelle qualità venissero trovate allo stesso modo. Se ci siamo incarnati in un determinato secolo, per poter anche in tal senso viver appieno in una nuova esistenza, dobbiamo attraversare il mondo spirituale così a lungo fino a perdere tutte quelle qualità, trasmesse per eredità, da cui ci siamo sentiti precedentemente attratti e a cui lo saremo per molto tempo finché ci saranno. La nostra reincarnazione dipende dalla scomparsa di quelle qualità che ricorsero nelle generazioni. Se dunque volgiamo lo sguardo ai nostri antenati, troviamo nei nostri genitori, nonni, bisnonni e così via certe qualità che sono trasportate giù ereditariamente fino alla nostra attuale esistenza. Dopo la morte entriamo nel mondo spirituale. Vi restiamo finché sono scomparse nella linea ereditaria tutte quelle qualità da cui ci siamo sentiti attratti in questa incarnazione. Ma questo dura molti secoli, e certamente l’indagine spirituale mostra che il periodo di tempo dura molti secoli così che possiamo quasi dire che si trasmettono per via ereditaria certe qualità che vanno di generazione in generazione. Se dura approssimativamente settecento anni, le qualità che passano di generazione in generazione sono da tempo sparite al punto tale che possiamo dire che è svanito quanto in quel periodo si trovava negli antenati. Ma ora devono formarsi delle qualità così da coprire di nuovo settecento anni. E arriviamo a due volte settecento anni quale periodo indicativo - naturalmente è solo un numero di media, ma per l’indagine spirituale si mostra come quel periodo di tempo che in tal modo si svolge tra la morte e una nuova nascita -, fino a che l’anima entra di nuovo nell’esistenza con una nuova nascita.

E dobbiamo soprattutto informarci sul fatto che si eleva in quel mondo spirituale tutto ciò che qui sulla Terra è già spirituale. Abbiamo proprio messo in evidenza che quanto includiamo nel nostro spirito, fuori nel mondo spirituale è creatore. Abbiamo visto che noi stessi in certo modo siamo dentro in quel mondo creativo col nostro elemento creatore. Questo mondo spirituale che all’esterno è creativo si rispecchia in certo modo nella nostra propria anima. Per quanto essa sperimenti lo spirituale, percorra una vita spirituale, anche le e- sperienze animico-spirituali della nostra interiorità hanno cittadinanza nel mondo spirituale. Come il mondo spirituale si innalza giù in quello fisico, così il nostro spirito svetta nel mondo spirituale generale. Ma in tal modo ci è comprensibile ciò che afferma l’indagine spirituale: ciò che nell’uomo riguarda i diversi elementi costitutivi del suo essere depone gli involucri esteriori, e resta lo spirituale, e accresce nel mondo spirituale creatore; ci è pure comprensibile che anche i rapporti spirituali, tutto Tanimico, depongano ciò che avviene qui nel mondo fisico, gli involucri esteriori, e salgano alla vita del mondo spirituale. Prendiamo l’amore della madre verso i figli. Questo cresce a partire dal mondo fisico. Dapprima porta un carattere animale. Sono delle simpatie che collegano madre e figlio, una specie di effetto della forza fisica. Ma poi quanto cresce a partire dal mondo fisico si purifica, l’amore di entrambi si affina; questo amore diventa sempre più animico- spirituale. Tutto ciò che scaturisce dal mondo fisico, con la morte viene deposto allo stesso modo come gli involucri esteriori. Ma per questo continua ad esistere tutto ciò che in questo involucro fisico-umano viene edificato di animico, di spirituale con questo amore: allo stesso modo come l’interiorità umana stessa vive entro il mondo spirituale, così anche l’amore tra madre e figlio continua a vivere in quel mondo. Essi si ritrovano lì, non più limitati ora dalle barriere del mondo fisico, bensì in quell’ambiente spirituale dove noi non abbiamo le cose fuori di noi, ma dove viviamo, tessiamo e siamo in esse. Perciò ci dobbiamo rappresentare quanto c’è nel mondo spirituale come il risultato dell’amore e delle amicizie strette nel mondo fisico; dobbiamo rappresentarci che coloro che si sono congiunti nei mondi spirituali lo sono molto più intimamente rispetto ai vincoli d’amore e d’amicizia che vengono stretti nel mondo fisico. Ed è senza senso chiedere se dopo la morte noi rivediamo quelli con cui viviamo assieme in amore e amicizia nel mondo fisico. Non solo li vediamo, ma viviamo in loro; siamo per così dire effusi su di loro. E tutto ciò che viene intessuto all’interno delle barriere del mondo sensibile riceve il suo giusto senso, il suo giusto significato, solo se noi ne cresciamo con la componente spirituale su nel mondo spirituale.

Vediamo così la spiritualizzazione non solo dell’uomo, ma dell’umanità nei suoi più nobili rapporti, nella regione spirituale in cui l’uomo vive tra la morte e una nuova nascita. Ma lì si ricompongono in vive immagini primigenie anche tutti gli impulsi che l’uomo ha portato dentro nel mondo spirituale. Abbiamo visto che l’uomo entrava nel mondo spirituale con un’essenza del corpo eterico o vitale, vale a dire con un’essenza di tutte le esperienze avute fra la nascita e la morte. Vediamo l’uomo entrare nel mondo spirituale con quel possente impulso che gli fa pareggiare quanto ha compiuto di sbagliato. Egli tesse tutto ciò insieme a un’immagine spirituale primigenia. E il tempo che trascorre nel mondo spirituale procede in modo che tale immagine viene sempre più tessuta così da avere sempre più intrecciati i frutti dalla vita precedente e l’impulso, la volontà di pareggiare i suoi sbagli, ciò che di cattivo ha compiuto. E così l’uomo in quel periodo è capace da una parte di configurare plasticamente tutto ciò che egli ha acquisito di facoltà nella vita precedente, nel corpo che gli viene messo a disposizione nella reincarnazione, dall’altra, con l’aver intrecciato nella sua immagine primigenia la spinta, l’impulso a pareggiare quanto ha compiuto di sbagliato, di cattivo, di malvagio, viene rivestito delle condizioni che gli consentono di controbilanciare di nuovo questa ingiustizia e cattiveria. Attraverso la nascita entriamo nell’esistenza con la volontà di metterci in quelle condizioni che ci permettono di pareggiare le imperfezioni della nostra vita precedente. Ricerchiamo così, grazie a una volontà occulta, il dolore in casi corrispondenti, quando abbiamo l’inconscia conoscenza a partire dal nostro impulso prenatale, che solo il superamento di questo dolore ci può rimuovere certi impedimenti che precedentemente ci siamo posti sul cammino.

Così vediamo come l’uomo procede attraverso il mondo spirituale in cui già prima della nuova nascita può plasticamente organizzare la sua vita fisica. Ed ora vediamo pure come ciò che abbiamo tessuto entro la nostra immagine primigenia si congiunga solo a poco a poco con la nostra vita dopo la nascita. Poiché chi non conosce la vita, crede che nel bambino stia già tutto all’interno quanto di capacità, di possibilità animi- che si forma nella vita. Chi ha la possibilità di osservare giustamente la vita, vede l’uomo entrare, attraverso la nascita, nell’esistenza, e vede come egli trovi se stesso solo a poco a poco nella vita, come nei primi anni non abbia affatto già completamente all’interno ciò che egli può diventare. Possiamo comprendere la vita molto meglio dicendo che l’uomo si congiunge solo gradualmente con ciò che ha tessuto come un’immagine spirituale primigenia nella vita fra la morte e una nuova nascita, se ne attacca a poco a poco, finché egli affronta il mondo esteriore in una libera partita. Chi considera la vita senza pregiudizi è in grado di vedere come l’uomo, da bambino, sia ancora circondato da quell’atmosfera spirituale che egli ha tessuto per sé tra la morte e una nuova nascita, e come egli si conformi a poco a poco alla sua propria immagine primigenia che non ha ancora intrecciato alla corporeità di cui dispone alla nascita. Mentre l’animale già fin dalla nascita è intrecciato alla sua immagine primordiale, vediamo l’uomo crescere solo in modo individuale e determinato dentro quell’immagine che ha tessuto su di sé attraverso le ripetute vite terrene fino all’ultima. E comprendiamo al meglio l’elemento fisico-sensibile della vita umana se lo recepiamo in modo da dire: per noi è davvero come la conchiglia di un animale, di un’ostrica, che troviamo sul ciglio della strada. Finché vogliamo considerarla semplicemente come formata, diciamo, dal fango, a lungo non ci potrà diventare comprensibile. Ma se presupponiamo che la parte della conchiglia che appare stratificata sia secreto dall’interno di un animale, che ha poi abbandonato quella conchiglia, allora ne capiamo la forma. Non comprendiamo la vita dell’uomo tra la nascita e la morte, se la vogliamo intendere solo per conto suo, se la vogliamo capire solo mettendo insieme quanto sta nell’immediato ambiente. A questo punto possiamo disquisire che l’uomo si a- datta all’ambiente, al popolo, alla famiglia. Quanto poco ci diventa comprensibile la conchiglia dell’ostrica senza l’ostrica, altrettanto lo sarà per noi la vita umana se la considerassimo solo come formata a partire dal suo immediato ambiente. Ma diviene chiarissima se possiamo presupporre che l’uomo provenga da un mondo spirituale e animico, dove ha elaborato le conquiste, l’estratto, i frutti della vita precedente, e che egli riorganizzi la sua nuova esistenza con l’aiuto di questo lavoro. Così la vita stessa ci diventa comprensibile solo grazie a ciò che sta oltre la vita, così il mondo fisico ci diviene comprensibile solo grazie al mondo spirituale e animico. Questo è il percorso dell’uomo attraverso il mondo dei sensi, il mondo dell’anima e il mondo dello spirito. Noi vediamo l’uomo così: nella sua vita fisico-sensibile abbiamo, per così dire, solo una parte del suo ciclo di vita completo. E la nostra conoscenza, se la pratichiamo così in modo corretto, è allora non solo una conoscenza teorica che ci dice questo o quello come fa la scienza esteriore, ma è una conoscenza che ci mostra obiettivamente, allo stesso tempo, come la vita tra la morte e una nuova nascita abbia senso e significato, mentre quanto qui raccogliamo trova la sua elaborazione in un mondo superiore. Da tale conoscenza ci viene sapere e forza di volontà per la vita, sorge senso e significato, fiducia e speranza per essa. Non abbiamo bisogno di attribuire semplicemente a una tale conoscenza il fatto di guardare in modo sconfortante in vite passate, di cui per esempio diciamo: «Ebbene, qui si afferma che abbiamo preparato noi stessi il nostro dolore. Al dolore vien anche aggiunto questo sconforto!». No, possiamo dirci che questa legge non è solo quella che indica il passato, ma anche il futuro; che ci mostra che il dolore superato è accrescimento di forza che utilizziamo per la nuova vita, e quanto più lavoriamo, quanto più abbiamo superato il dolore, tanto più forte sarà la nostra forza. Nella felicità si può solo soffrire in senso superiore, essa è un compimento derivato dalla vita passata. Nel dolore si possono sviluppare delle forze, e le forze formate grazie al suo superamento significano un rafforzamento per la vita futura. E noi attraversiamo con fiducia il momento della morte, sapendo che essa dev’essere portata nella vita, affinché questa possa migliorare di gradino in gradino. Con ciò appare ben giustificato quando vien detto che la scienza dello spirito in questo senso non è soltanto una teoria; essa è linfa e forza per la vita, mentre ciò che si riversa direttamente in tutta la nostra esistenza animica rende sani, vigorosi e forti. La scienza dello spirito è ciò che conferma la verità di queste parole che a ciascun ricercatore dello spirito e probabilmente a ogni essere umano che intuisce qualcosa del mondo spirituale devono vivere nell’anima come parole di verità, come parole guida per la sua vita che si accresce, che si rende sana e forte, la quale persino nel superamento del dolore scorge accrescimento di forza:

Si pone enigma dopo enigma nello spazio, scorre enigma dopo enigma nel tempo; porta soluzione solo lo spirito che coglie se stesso al di là dei confini dello spazio e a di là del fluire del tempo.

2°Il rapporto tra mondo sensibile e mondo spirituale nell’esperienza umana - Prima Conferenza

Vienna, 21 Marzo 1910

Miei cari amici !

In questo ciclo di conferenze daremo una descrizione complessiva delle indagini scientifico-spirituali, che ci permettono di penetrare negli enigmi più importanti della vita umana, per quanto possibile secondo quelle condizioni imposte nel nostro tempo a una comprensione dei mondi superiori. E di certo una tale descrizione va data questa volta in modo che, prendendo come punto di partenza ciò che è più vicino, tenteremo di ascendere a regioni sempre più elevate dell'esistenza e a enigmi sempre più occulti della vita umana. Questa volta non cominceremo dalla descrizione di qualche principio stabilito, come dogmi, concetti, idee di per sé straordinari, ma riferiremo dapprima nel modo più semplice possibile quello che ogni uomo deve sentire come qualcosa di vicino anche alla vita abituale.

L’indagine spirituale, la scienza dello spirito si fonda soprattutto sul presupposto che a base del mondo in cui innanzitutto viviamo, che ci è noto, ve ne sia un altro, diciamo, quello spirituale, e in quest’ultimo, che sta a fondamento del nostro mondo sensibile e fino ad un certo grado anche del nostro mondo animico, dobbiamo cercare le vere cause, le condizioni di quanto avviene effettivamente nel mondo sensibile e in quello animico. È ben noto a tutti voi qui presenti, e ciò è stato accennato nelle conferenze introduttive,1 che vi sono determinati metodi che l’uomo può applicare sulla sua vita animica e per mezzo dei quali può risvegliare certe facoltà della sua anima, latenti nella vita normale, ordinaria, in modo da sperimentare il momento dell’iniziazione, grazie a cui si trova attorniato da un nuovo mondo, appunto il mondo delle cause spirituali, delle condizioni spirituali per il mondo sensibile e animico, come all incirca un cieco fin dalla nascita, dopo l’eventuale operazione, ha attorno a sé il mondo dei colori e della luce. Da questo mondo che è effettivamente quello che di ora in ora sempre più vogliamo ricercare in questo ciclo di conferenze, da questo mondo di realtà ed entità spirituali, l’uomo è proprio separato nella vita normale odierna. E precisamente ne è separato da due lati, da quello che possiamo chiamare esteriore, ma anche da quello che possiamo chiamare interiore.

Quando l’uomo volge lo sguardo al mondo esterno, egli vi vede ciò che si presenta innanzitutto ai suoi sensi. Vede i colori, la luce, sente i suoni, percepisce il caldo e il freddo, gli odori, i sapori e così via. Questo è il mondo che attornia anzitutto gli uomini. Se ci rappresentiamo questo mondo che ci sta intorno come si distende davanti ai nostri sensi, possiamo dire che per esso abbiamo dapprima una sorta di confine, poiché l’uomo non può guardare con percezione diretta, con immediata esperienza, al di là di questo limite che gli è dato dal mondo dei colori e della luce che gli si dispiega davanti, dal mondo dei suoni, degli odori e così via. Egli non è in grado di percepire dietro questo confine. Noi possiamo spiegarci in modo del tutto, vorrei dire, banale come qui verso l’esterno abbiamo un limite. Immaginiamo di guardare una superficie dipinta di blu. Ciò che innanzitutto vi si trova dietro, l’uomo non lo vede in circostanze normali. Sicuramente! Lina persona banalmente potrebbe obiettare che basta solo guardare lì dietro. Ma le cose non stanno così riguardo a quel mondo che è dispiegato attorno a noi. Proprio attraverso ciò che percepiamo, un mondo spirituale esteriore ci si nasconde, e possiamo sentire tutt’al più che nel colore e nella luce, nei suoni, nel caldo e nel freddo e così via abbiamo delle manifestazioni esteriori di un mondo che vi sta dietro. Ma, attraverso i colori, attraverso le luci e i suoni, in un dato momento non possiamo percepire, non possiamo sperimentare ciò che vi sta dietro. Dobbiamo percepire tutto il mondo spirituale esteriore appunto attraverso queste loro manifestazioni. Basta solo riflettere un momento perché, anche con la logica più semplice, si possa dire che sebbene, ad esempio, la nostra fisica attuale o altri tentativi scientifici vedono della materia di etere in movimento dietro al colore, tuttavia è facile capire che quanto lì dietro viene ritenuto colore sia soltanto qualcosa di immaginato, qualcosa di dedotto solo dal pensare. Nessuno può direttamente percepire ciò che, ad esempio, la fisica spiega come vibrazioni, come movimenti, di cui il colore sia un effetto. Nessuno può in un primo momento dire se quanto ci dev’essere dietro le impressioni sensibili corrisponda a una qualsivoglia realtà. E innanzitutto qualcosa di semplicemente pensato. Questo mondo sensibile esteriore si estende come un tappeto, e noi abbiamo poi la sensazione che dietro questo tappeto del mondo esteriore dei sensi vi sia qualcosa in cui in un primo tempo non possiamo penetrare con la percezione esteriore.

Qui abbiamo un limite della nostra conoscenza. L’altro limite lo troviamo quando guardiamo nella nostra interiorità. In noi stessi troviamo un mondo di piacere e dispiacere, di gioia e dolore, di passioni, istinti, brame e così via; troviamo in noi tutto quello che con un altro termine chiamiamo la nostra vita animica. Riassumiamo di solito questa vita dell’anima dicendo: «Provo questo piacere, sento questo dolore, ho questo istinto, queste passioni». Ma abbiamo pure la sensazione che dietro a questa vita dell’anima si celi qualcosa, che vi sia sotto qualcosa che viene altrettanto coperto dalle nostre esperienze interiori, come qualcosa di esteriore viene nascosto dalle percezioni sensibili. Perché avremmo dovuto illuderci sul fatto che piacere e dispiacere, gioia e dolore, e tutte le altre esperienze animiche sorgano come da un mare sconosciuto,2 e che l’uomo ne sia in certo modo abbandonato. E come potremmo negare, nel porci davanti tutta la nostra vita animica, che dev’esserci in noi stessi qualcosa di più profondo, qualcosa di inizialmente nascosto che fa come fuoriuscire da noi il nostro piacere e dispiacere, la nostra gioia e il nostro dolore, e tutte le nostre esperienze animiche che sono manifestazioni di un mondo sconosciuto quanto le percezioni sensibili esteriori.

Chiediamoci una buona volta: «Se vi sono questi due limiti - perlomeno all’inizio presumibilmente possono esserci - non abbiamo come uomini certe possibilità in qualche modo di penetrarli? Per l’uomo vi è qualcosa nella sua vita per cui egli penetra, per così dire, il tappeto esteriore delle percezioni, come se penetrasse una pellicina che gli ricopre qualcosa, e vi è qualcosa che conduce più profondamente nell’interiorità umana, dietro il nostro piacere, il nostro dolore, la nostra gioia, passione e così via? Possiamo noi andare, in certo qual modo, un passo oltre nel mondo esteriore e possiamo farlo anche nel mondo interiore?».

Vi sono due esperienze per mezzo delle quali in effetti viene ottenuto qualcosa in modo che l’uomo possa, per così dire, superare la pelle verso l’esterno e, in certo modo, la resistenza verso l’interno. Attraverso che cosa ci si può mostrare che così viene in certo modo strappato qualcosa di noi, come una pellicina esterna, come il tappeto sensibile esteriore e noi possiamo penetrare nel mondo coperto da questo velo del tappeto dei sensi? Come ci si può mostrare questo? Ci si può mostrare quando, in certi processi della vita, abbiamo delle cose che devono essere designate come nuove esperienze rispetto al vissuto abituale del giorno. Quando ci sono delle esperienze del tutto nuove che l’uomo abitualmente non può percepire, e quando egli durante tali esperienze può avere anche l’impressione che svaniscano le percezioni esteriori che ci vengono dai sensi, e che dunque viene per così dire lacerato il tappeto sensibile esteriore, quando le cose stessero in questi termini, allora potremmo dire di essere un po’ penetrati in quel mondo che giace dietro le nostre percezioni sensibili.

Esiste veramente tale esperienza, ma presenta un notevole inconveniente per l’intera vita umana. Questa esperienza è ciò che abitualmente si chiama - e il termine sia inteso precisamente nel vero senso della parola - estasi; questa per un istante ci fa dimenticare, se così possiamo dire, ciò che ci attornia quanto a impressioni del mondo sensibile, e porta l’uomo in certi momenti dell’esistenza a non vedere nulla di quello che come colore, luce, suoni, odori e così via gli sta tutt’intorno e a diventare insensibile alle impressioni sensoriali abituali. Questa esperienza dell’estasi in certe circostanze può tuttavia portare l’uomo ad avere nuove esperienze, esperienze che non si verificano nella vita giornaliera ordinaria. Beninteso, essa non deve affatto venir qui dipinta come qualcosa di auspicabile, ma venir solo descritta come qualcosa di possibile. Non è lecito nemmeno designare ogni normale “essere fuori di sé” come un’estasi. Ciò è possibile in due modi. Lino è quando l’uomo perde la sensibilità per le impressioni sensibili esteriori, è semplicemente in una specie di stato di svenimento in cui si stende intorno a lui buio completo al posto delle impressioni sensoriali. In fondo è addirittura la cosa migliore per l’uomo normale. Ma c’è un’estasi, e ne sentiremo già parlare nel corso delle conferenze, che è talmente importante, per cui non si stende mera oscurità intorno all’uomo, ma questo campo di completa oscurità si popola, per così dire, di un mondo che l’uomo prima non conosceva affatto. Non stiamo a dire che potrebbe essere un mondo di illusione, un mondo di inganno. Bene, dapprima è un mondo di illusione, di inganno. Se lo chiamiamo una somma di immagini nebulose o altro, non importa; quel che importa è il fatto -siano pur sempre illusioni o immagini - che possa effettivamente essere un mondo di cui l’uomo finora non aveva conoscenza. L’uomo deve chiedersi: «Sono in grado, in base a tutto quello che mi sono finora appropriato in fatto di capacità, di crearmi queste cose stesse partendo dalla mia coscienza abituale?». Se il mondo delle immagini che l’uomo vede è tale che egli possa dirsi: «Io non sono capace, stando alle mie precedenti facoltà, di costruirmi un mondo simile», allora gli è chiaro che quel mondo gli deve essere dato da qualche parte. Che esso sia un miraggio evocato da qualche potente incantatore o sia una realtà, per ora qui non ce ne importa nulla; questo vogliamo appurarlo solo più tardi. Adesso conta solo che vi siano delle condizioni in cui l’uomo vede dei mondi che gli erano finora ignoti.

Però questo stato di estasi è collegato a un inconveniente molto particolare per l’uomo normale. L’uomo infatti può raggiungere quello stato in modo naturale solamente attraverso il fatto che quanto in genere egli chiama suo Io, il suo saldo sé interiore grazie a cui tiene sempre insieme tutte le singole esperienze, si trova come smorzato. L’uomo nell’estasi è veramente come fuori di sé, il suo Io è come soppresso. Egli è come riversato e fluito nel nuovo mondo con cui la nera tenebra lì si popola. Così innanzitutto abbiamo da descrivere un’esperienza che innumerevoli uomini hanno già avuto o possono avere; come la possano avere o l’abbiano avuta ne parleremo nelle successive conferenze.

In questa esperienza dell’estasi si verificano due cose. Svaniscono le impressioni dei sensi, e tutto ciò che l’uomo è abituato a percepire attraverso di essi è estinto; sono cancellate le esperienze che egli ha in genere nei confronti del mondo sensibile, dove avverte di udire i suoni, di vedere i colori. Ma anche l’io è eliminato. L’uomo non vive mai il proprio Io in condizione di estasi; in questa non distingue se stesso dagli oggetti. Per tale motivo rimane anche incerto in un primo momento se si ha a che fare con una realtà esteriore o con un’illusione, poiché in fondo è soltanto l’io che può prendere la decisione se si tratti di miraggio o di una realtà.

Queste due esperienze vanno dunque parallele nell’estasi, la perdita o perlomeno la diminuzione del senso dell’io da un lato, e lo svanire della percezione esteriore dei sensi dall’altro. L’estasi quindi mostra veramente come in effetti il tappeto del mondo sensoriale si disfi, si sgretoli, e il nostro Io, che sentiamo in genere come se battesse contro la pelle, contro il tappeto del mondo dei sensi esteriore, scorre al di là delle percezioni sensibili e vive in un mondo di immagini, che per lui è qualcosa di nuovo. Perché questa è la caratteristica: il fatto che nell’estasi l’uomo faccia conoscenza di entità ed eventi che gli erano prima sconosciuti, che non troverebbe da nessuna parte, per quanto lontano vada anche con le sue osservazioni e le sue deduzioni sopra i fatti sensibili; essenziale è dunque che egli conosce cose nuove. In quale condizione ciò rispetti la realtà, lo conosceremo ancora nelle conferenze successive.

Così vediamo nell’estasi come uno sfondare il confine esteriore che è dato all’uomo. Che in questa esperienza arriviamo ad un mondo vero e proprio, che questo mondo, quale elemento spirituale, sia ciò che noi supponiamo a fondamento del nostro mondo sensibile, anche questo verrà mostrato.

Chiediamoci ora se, dall’altro lato, possiamo arrivare anche dietro al nostro mondo interiore, dietro al mondo del nostro piacere e dispiacere, della nostra gioia e del nostro dolore, delle nostre passioni, dei nostri istinti e brame. Anche qui vi è una via. Vi sono di nuovo delle esperienze che conducono fuori dalla sfera della vita animica, se la approfondiamo sempre più in se stessa. La via che qui viene descritta è quella che pure già conosciamo, è la via della cosiddetta mistica, la via di molti mistici. L’approfondimento mistico consiste in questo: l’uomo distoglie inizialmente la sua attenzione dalle impressioni esteriori, si abbandona invece a maggior ragione alle proprie esperienze animiche interiori e tenta di dar ascolto soprattutto a quanto sperimenta in se stesso. Quei mistici che hanno la forza di non chiedere secondo le ragioni esteriori dei loro interessi, della loro simpatia e antipatia, di non domandare secondo i motivi esteriori del loro dolore, del loro piacere, ma che badano soltanto a ciò che in tal caso si riversa su e giù nell’anima come esperienze, tali mistici penetrano effettivamente anche più profondamente nella vita animica. Essi hanno ben determinate esperienze che si differenziano da quelle animiche abituali.

Descrivo ora di nuovo qualcosa che innumerevoli persone hanno sperimentato o possono ancora sperimentare. Descrivo dapprima solo le esperienze che l’uomo fa quando va un po’ al di là della vita normale. Tali esperienze consistono in questo: il mistico che si immerge sempre più in se stesso forgia certi sentimenti e sensazioni dentro di sé fino a renderli completamente diversi. Ad esempio, un uomo normale, ordinario, che nella vita è molto lontano da qualunque esperienza mistica, quando riceve una percossa da un’altra persona, dirige il suo risentimento verso quell’altro che lo ha colpito. Questo è naturale nella vita. Colui che si immerge misticamente in se stesso, ricevendo tali percosse, arriva, grazie alla sua contemplazione stessa, a un sentimento diverso. Beninteso, quindi, che vado a descrivere un’esperienza; non dico debba essere così; descrivo ciò che certe persone, e ve ne sono molte, sperimentano. Esse hanno in sé il sentimento: «In nessun caso avresti ricevuto queste botte, se tu stesso una volta non ne fossi stato un po’ responsabile con un’azione nella tua vita. Quest’uomo non ti sarebbe stato posto facilmente sul cammino, se tu non avessi fatto qualcosa che è l’origine di questi ceffoni. Perciò non puoi legittimamente rivolgere il tuo risentimento contro costui che, in realtà, è stato condotto verso di te solo dagli avvenimenti del mondo, affinché tu potessi sentire gli schiaffi che hai meritato». Tali uomini, quando approfondiscono in modo assai particolare tutte le loro diverse esperienze animiche, acquisiscono anche un certo sentimento generale sulla loro globale vita animica, e questo più o meno si lascia caratterizzare così. Essi si dicono: «Io ho molto dispiacere, molto dolore in me, ma io stesso una volta li ho un po’ causati. Devo aver fatto qualche cosa, devo essermi comportato in qualche modo; se non mi ricordo di aver fatto ciò in questa vita, è del tutto chiaro che devo averne prodotto la causa, appunto, in un’altra vita, dove ho compiuto quell’azione che ora compenso col mio dispiacere, coi miei dolori».

È dunque così: l’anima, grazie a questo suo discendere in se stessa, modifica i suoi sentimenti precedenti e si addossa per così dire di più, cerca maggiormente in se stessa quello che prima cercava nel mondo esteriore. Si cerca di più dentro di sé, quando si dice: «L’uomo che mi ha mollato dei ceffoni è stato posto sulla mia strada, poiché io stesso ne ho dato il motivo», come quando si rivolgono i propri sentimenti verso l’esterno. E succede che tali persone riversano sempre più nella propria interiorità, per così dire, danno spessore sempre più alla loro vita animica interiore. Come l’estatico penetra attraverso il tappeto del mondo esteriore dei sensi e guarda dentro un mondo di entità e di fatti che gli erano sinora sconosciuti, così il mistico penetra al di sotto del suo io ordinario. Questo io ordinario, infatti, si rivolta contro le percosse che gli giungono dall’esterno; il mistico, invece, penetra attraverso qualcosa che ne sta alla base, attraverso ciò che è stato il vero motivo di quelle botte. Di conseguenza il mistico arriva però, gradualmente, a perdere di vista del tutto il mondo esteriore; ne perde a poco a poco soprattutto il concetto e gli si ingrandisce, per così dire, il suo proprio Io, quello che sta nel suo interno, fino a diventare come un intero mondo. Come noi oggi altrettanto poco vogliamo decidere già all’inizio se il mondo dell’estatico sia una realtà o una fantasia, un qualche miraggio, così altrettanto poco vogliamo oggi già decidere se quello che il mistico in tal modo trova nella sua anima, dietro al velo delle esperienze abituali interiori, sia o no una realtà, se è lui stesso ad aver provocato ciò che gli reca dolore. Forse è anche soltanto un sogno, ma è un’esperienza che l’uomo può avere davvero. Questo conta. Comunque l’uomo, a questo punto, penetra dall’altro lato in un mondo che gli era sinora ignoto. Questo è l’essenziale. Quindi l’uomo entra in un mondo che gli era prima sconosciuto dall’una e dall’altra parte, da quella esteriore e da quella interiore.

Consideriamo ora quello che appunto è stato detto, che l’uomo perde il suo Io se diviene estatico; dovremo allora dirci che tale condizione non è quindi qualcosa di così pregevole per l’uomo comune, poiché ogni nostro orientamento umano nel mondo, ogni possibilità di compiervi la nostra missione si basa sul fatto di avere nel nostro Io un saldo punto centrale del nostro essere. Se l’estasi ci toglie la possibilità di sentire questo Io, di sperimentarlo, allora abbiamo perso innanzitutto, tramite essa, persino noi stessi. Se, dall’altro lato, il mistico spinge tutto nell’io, se egli rende l’io, per così dire, colpevole di tutto ciò che proviamo, allora ne deriva un altro svantaggio. Ne deriva che alla fine cercheremmo in noi tutte le cause di ciò che succede nel mondo e di conseguenza perderemmo di nuovo anche il sano orientamento nel mondo. Poiché se trasponessimo questo nelle azioni, non faremmo mai qualcosa di diverso dal caricare noi stessi di tutta la colpa e non potremmo metterci nella giusta relazione verso il mondo esteriore.

Così dunque perdiamo in entrambe le direzioni, con l’estasi ordinaria e anche con la mistica ordinaria, la capacità di orientamento nel mondo. Quindi è bene che l’uomo, per così dire, urti continuamente verso due direzioni. Quando egli si apre verso l’esterno con il suo Io, sbatte contro le percezioni sensoriali, che non lo fanno passare fino a quello che giace dietro al velo del tappeto dei sensi, e questo inizialmente è un bene per l’uomo, poiché egli in tal modo può, nel normale comportamento, mantenere il suo Io. E dall’altro lato anche le esperienze animiche, nel normale comportamento, non lo fanno scendere sotto l’io, sotto quel senso dell’io che appunto porta ad orientarsi in modo regolare. L’uomo è rinchiuso tra due limiti: egli va un po’ fuori nel mondo e viene qui delimitato; entra nella vita animica e sperimenta ciò che chiamiamo piacere e dispiacere, gioia e dolore e via dicendo, ma nella vita normale, appunto, non penetra più in là di quanto gli rende possibile un orientamento nella vita.

Quanto qui è stato descritto è per così dire il paragone dello stato abituale con le condizioni anormali che appunto sono da trovare nell’estasi o in una mistica che han perso se stessi. Estasi e mistica sono stati anomali. Ma nell’ordinaria vita umana c’è qualcosa in cui noi possiamo osservare queste condizioni in modo molto, molto più chiaro, e sono gli stati alterni abituali che attraversiamo nelle ventiquattro ore, gli stati alternanti tra sonno e veglia.

Che cosa facciamo effettivamente nel sonno? Facciamo precisamente la stessa cosa, sotto un certo aspetto, che abbiamo appena descritto come stato anormale nell’estasi: andiamo verso l’esterno con la nostra vera vita interiore; propaghiamo l’uomo interiore nel mondo esteriore. E proprio così. Come nell’estasi riversiamo in certo qual modo il nostro Io verso l’esterno, come vi perdiamo l’io, così nel sonno perdiamo la nostra coscienza dell’io. Ma vi perdiamo di più, e questo è il bello. Nell’estasi perdiamo soltanto l’io, ma teniamo un mondo attorno a noi, un mondo che tuttavia prima non conoscevamo, un mondo di immagini sinora a noi ignote, di fatti ed entità spirituali. Nel sonno anche questo mondo ci manca, esso non è presente. Perciò il sonno si differenzia dall’estasi, quindi, per il fatto che l’uomo, giunto allo spegnimento del proprio Io, estingue anche quella che si chiama facoltà di percezione. Che sia fisica o spirituale, l’uomo nel sonno spegne soprattutto la capacità di percepire qualunque cosa. Mentre nell’estasi egli spegne soltanto l’io, nel sonno spegne anche la facoltà di percezione o, come diciamo a buon diritto, la coscienza. La coscienza è uscita dalla sua esperienza umana. L’uomo non ha appunto riversato nel mondo soltanto l’io, ma ha ceduto a questo mondo anche la propria coscienza. Ciò che quindi per l’essere umano rimane indietro nel sonno è qualcosa da cui sono fuori la coscienza e l’io. Di conseguenza nell’uomo che dorme, nella vita abituale, abbiamo dinnanzi a noi qualcosa che si è liberato della sua coscienza e del suo Io. E dove se ne sono andati la coscienza e l’io? Possiamo persino rispondere anche a questa domanda dopo la descrizione dell’estasi. Quando si presenta la sola estasi e non il sonno, vi è attorno a noi un mondo di entità e fatti spirituali. Supponiamo ora di togliere pure la nostra coscienza all’io; se rinunciamo anche alla nostra coscienza, nel medesimo istante sorge una tenebra completa intorno a noi, e noi dormiamo. Così nel sonno abbiamo sacrificato il nostro Io, come nell’estasi, ed anche - e questo caratterizza il sonno - la nostra coscienza. Perciò possiamo dire che il sonno dell’uomo è una specie di estasi in cui l’uomo sta fuori dal suo corpo non solamente col suo Io, ma anche con la sua coscienza. Ciò che noi chiamiamo Io, lo abbiamo sacrificato nell’estasi. Questo è un arto dell’entità umana. Nel sonno se ne esce ancora un altro, il portatore dei fenomeni della nostra coscienza, cioè il corpo astrale. Abbiamo qui un concetto, innanzitutto completamente ricavato dalla vita abituale, di quello che nella scienza dello spirito si chiama corpo astrale. L’Io è l’elemento costitutivo che in questa estasi esce dal corpo fisico; quando nel sonno esce anche quello che si chiama corpo astrale, viene meno con ciò la possibilità di avere una coscienza.

Così dobbiamo rappresentare l’uomo che dorme dapprima come una connessione di ciò che rimane nel letto, che non vogliamo ora esaminare ulteriormente. Nel letto resta qualcosa che si percepisce esteriormente. Qualcosa però è al di fuori di questo uomo che dorme; qualcosa è ceduto a un mondo che dapprima è un mondo dell’ignoto. Viene dato un elemento costitutivo dell’entità umana, come anche nell’estasi: l’io. Ma vien dato via anche un secondo elemento costitutivo dell’uomo, che nell’estasi non è ancora sacrificato: il corpo astrale.

Il sonno ci mostra dunque una specie di spaccatura dell’entità umana. L’uomo propriamente interiore - la coscienza umana e l’io umano - si separa dall’uomo esteriore, e ciò che si verifica nel sonno è il fatto che l’uomo perviene ad una condizione in cui non sa più nulla di tutte le esperienze del giorno, in cui nella sua coscienza non ha più nulla di quanto vi entra attraverso le impressioni esteriori. L’uomo nel sonno è abbandonato, come uomo interiore, a un mondo di cui egli appunto non ha alcuna coscienza; è riversato in un mondo di cui non sa nulla. Quel mondo in cui si trova l’uomo interiore, quel mondo dunque che ha accolto il suo Io e il suo corpo astrale, e in cui l’uomo ha dimenticato tutte le impressioni del giorno, viene designato, per una certa ragione di cui faremo abbastanza conoscenza, come macrocosmo, come “il grande mondo”. Diciamo quindi, e questo sia innanzitutto un accenno, che conosceremo anche la fondatezza di questa espressione: «L’uomo durante il sonno è abbandonato al macrocosmo, è riversato nel macrocosmo, ma egli non ne sa nulla».

L’uomo vi è effuso anche durante l’estasi; ma lì sa qualcosa di quella condizione. Questo è particolare dell’estasi, il fatto che l’uomo sperimenti qualcosa, siano esse immagini che realtà, che è dispiegato attorno a lui, qualcosa che, per così dire, riempie uno spazio immenso e in cui egli si crede come perso. Tale esperienza egli vive nell’estasi. Egli col suo Io sperimenta un po’ come un perdersi di questo Io, ma in compenso un riversarsi in un regno3 che egli finora non conosceva. Questo riversarsi in un mondo che si distingue dal mondo quotidiano ordinario, in cui ci si sente dedicati solo al proprio corpo, questo donarsi a un tale mondo ci autorizza già da subito a parlare di un grande mondo, di un macrocosmo, in contrasto col piccolo mondo in cui viviamo con la nostra abituale esperienza quotidiana; qui ci sentiamo confinati nella nostra pelle. È innanzitutto solo la caratteristica più superficiale di questo mondo corporeo. Quando siamo in estasi, siamo come estesi nel grande mondo, nel macrocosmo, dove ogni momento sorgono davanti a noi delle figure fantastiche - figure di fantasia, poiché non sono simili alle cose del mondo fisico. Non ci possiamo distinguere da esse, non sappiamo se non siamo addirittura noi ciò che vive in quelle figure;4 ci sentiamo estesi in un grande mondo, nel macrocosmo. E se comprendiamo in questo modo l’estasi, possiamo anche, almeno con un paragone, farci un’idea del perché in essa perdiamo il nostro Io.

Immaginiamo un po’ di paragonare questo Io umano a una goccia di un qualche liquido colorato. Supponiamo di avere un recipiente molto piccolo, ma grande abbastanza da poter trattenere questa goccia: essa sarà visibile. Se ora noi però la prendiamo e la spargiamo in un grande bacino riempito completamente d’acqua, quella medesima goccia è presente nell’acqua, ma di essa non è più percepibile nulla. Se applichiamo questo paragone all’io che si espande nel grande mondo, nel macrocosmo, che nell’estasi si riversa facilmente sul macrocosmo, possiamo rappresentarci che esso, via via che diventa più grande, si senta sempre più debole. Mentre si riversa sul macrocosmo, perde la capacità di percepire se stesso, come la goccia si perde nel grande bacino. Comprendiamo così che, con il passaggio dell’uomo in un grande mondo, l’io si perde. E sì presente; ma è riversato su un grande mondo, perciò non sa nulla di sé.

Ma nel sonno si verifica ancora qualcos’altro di importante per l’essere umano: l’uomo agisce finché ha una coscienza. Egli, nell’estasi, ha una coscienza, ma l’io non si orienta. Egli opera quindi all’esterno del proprio Io; non controlla le sue azioni, è come sacrificato a ciò che sono le impressioni della sua coscienza. Questo è essenziale dell’estasi: che l’uomo arriva a una qualche attività e, se lo si controlla dall’esterno mentre vi opera, lo si trova come rimpiazzato. Si trova che non è propriamente lui; egli agisce come sotto tutt’altre impressioni, e poiché ciò che vi scorge di regola è una moltitudine - nell’estasi infatti si presentano molte esperienze -, egli è abbandonato ora a questa ora a quella entità e dà l’impressione di un essere dilaniato. Questa è la caratteristica dell’estatico, ed è il pericolo dell’estasi. In essa l’uomo è sì abbandonato a un mondo spirituale, ma ad un mondo di pluralità che lo riduce a pezzi riguardo alla sua interiorità. Se però consideriamo il sonno, dobbiamo aver notato già dalla descrizione - non deve venir più o meno indicato tutto ciò che possiamo citarvi a fondamento - che questo mondo in cui entriamo ha pure una certa realtà. Si può tanto negare l’esistenza di un mondo, finché non se ne provano gli effetti.

Supponiamo di stare con qualcuno davanti a una parete. Costui sostiene che un tizio sia dietro il muro. Dentro di noi possiamo non credergli finché non bussa quello dietro la parete; ma non appena quello bussa, non operiamo con sano buonsenso se ancora lo neghiamo. Non appena percepiamo gli effetti di un mondo, cessa la possibilità di ritenerlo una mera fantasia. Vi sono degli effetti provenienti da quel mondo che vediamo ancora nell’estasi, ma che nel sonno, per l’uomo ordinario, normale, è spento? Ognuno si può convincere dell’effetto che proviene da quel mondo quando si sveglia al mattino. Quando ci si addormenta la sera si è stanchi, si sono per così dire logorate delle forze. Queste devono essere sostituite. Al mattino ci svegliamo con delle forze con le quali non ci siamo addormentati la sera. In che periodo di tempo ce ne siamo appropriati? Durante quel periodo trascorso dall’addormentarsi fino al risveglio. Dunque, mentre nel sonno si è abbandonati con il corpo astrale e l’io a quel mondo che si vede ancora nell’estasi, ma che nel sonno è eliminato per l’uomo normale, ordinario, da quel mondo stesso si suggono quelle forze che si impiegano per la vita quotidiana. Queste escono da quel mondo. Occorre il sonno, poiché da quello stesso mondo che si scorge nell’estasi, ma non nel sonno, si devono suggere quelle forze che servono per il vivere giornaliero. Quale genere di rappresentazioni più precise ci facciamo a riguardo è innanzitutto indifferente per il nostro scopo odierno; ma è importante che quel mondo che vediamo nell’estasi, ma che è estinto nel sonno per la coscienza ordinaria, si rappresenti come quello da cui fluiscono le forze con cui eliminiamo la stanchezza che abbiamo di sera. Avviene dunque come in quello che bussa nel nostro esempio, che sta sì dietro il muro e noi non lo vediamo, ma ne percepiamo gli effetti. Ogni mattina percepiamo gli effetti di quel mondo che vediamo nell’estasi e non nel sonno. Ma se c’è un mondo che mostra degli effetti, allora noi non possiamo nemmeno più parlare della sua irrealtà. Il mondo che vediamo nell’estasi, ma che per la coscienza ordinaria è estinto nel sonno, ci mostra degli effetti dentro la normale vita quotidiana. Quindi non potremo più parlare della sua non realtà.

Quindi ci tocca dire che da quello stesso mondo in cui noi guardiamo nell’estasi, e che è spento per la coscienza ordinaria nel sonno, noi suggiamo le forze ricostituenti per la vita quotidiana. Lo facciamo però in condizioni molto particolari: durante questo succhiare, questo riversarsi di forze da un mondo spirituale, se così possiamo esprimerci, non stiamo a guardare noi stessi. E questo l’essenziale del sonno, di svolgervi qualcosa e di non guardarsi durante lo svolgimento di quell’attività. Se ci osservassimo in quell’occupazione, ci convinceremmo di averla eseguita molto peggio di quanto non sarebbe quando non vi partecipiamo con la nostra coscienza. Già nella vita di tutti i giorni vi sono cose di cui ci tocca dire: «Giù le mani!», poiché alcuni fanno più malamente le cose se solo le toccano. L’essere umano è nella stessa situazione quando attraverso il sonno notturno devono essere sostituite quelle forze che sono state consumate il giorno prima. Se l’uomo fosse presente, potrebbe vedersi in quella difficile operazione che lì si compie, quando le forze consumate vengono rinnovate, potrebbe egli stesso partecipare, e allora ne verrebbe poco di buono; perché rovinerebbe profondamente l’intera procedura, non essendone oggi, appunto, ancora capace. Così dunque si verifica il reale beneficio che all’uomo, nel momento in cui - se egli stesso fosse presente - potrebbe danneggiare alquanto la sua evoluzione, viene sottratta la coscienza ed egli si dimentica della sua propria esistenza.

Quindi addormentandoci passiamo in quel grande mondo, nel macrocosmo, attraverso l’oblio della nostra esistenza. L’uomo ogni sera esce, con l’addormentarsi, dal suo piccolo mondo, il microcosmo, ed entra nel grande mondo, il macrocosmo, a cui si congiunge riversandovi il suo corpo astrale ed il suo Io. Ma poiché nel corso della sua vita odierna è capace soltanto di agire nel mondo della vita diurna, allora cessa la sua coscienza nel momento in cui egli entra nel macrocosmo. La scienza occulta lo esprimerebbe sempre dicendo che fra la vita del microcosmo e quella del macrocosmo vi scorre il fiume dell’oblio. L’uomo giunge su questo fiume nel macrocosmo, mentre passa di là, dal microcosmo nel macrocosmo, con l’addormentarsi. Possiamo quindi dire che l’essere umano, quando si addormenta la sera, si pone in un altro mondo, nel macrocosmo, e questo suo andare di là si caratterizza per il fatto che egli consegna ogni notte due arti della sua entità a quel grande mondo, il corpo astrale e l’io. Confrontiamo ora il momento del risveglio. Questo momento consiste nel ricominciare a provare innanzitutto il proprio piacere e dispiacere, la propria gioia e il proprio dolore, tutto ciò che si è sperimentato di istinti, brame e così via il giorno prima. L’uomo rivive questo, gradualmente, come prima cosa. La seconda cosa però che risorge in lui al risveglio è la coscienza del suo Io. Dall’indefinita oscurità del vivere umano durante il sonno riappaiono, con il risveglio, le esperienze dell’anima e l’io. Quando l’uomo si sveglia, si potrebbe dire che se egli avesse in sé soltanto ciò che nella notte è rimasto nel letto mentre dormiva, non soffrirebbe dolore, non potrebbe provare gioia e piacere e tutto ciò che sono le varie esperienze animiche. Non potrebbe perché ciò che giace là nel letto è nel vero senso della parola come una pianta: vive come una pianta e non prova esperienze come gioia, dolore e via dicendo. Ma nemmeno quello che è l’uomo interiore vive di notte quelle esperienze animiche, eppure ne è il portatore. Non quello che rimane nel letto ha dispiacere e dolore, piacere e gioia, ma quello che nell’addormentarsi è uscito nel grande mondo, nel macrocosmo. Da questo possiamo desumere che, per sperimentare piacere e dispiacere, gioia e dolore, istinti, brame, passioni, simpatia e antipatia, è necessario ancora qualcos’altro oltre al corpo astrale, cioè che questo deve immergersi in ciò che costituisce l’uomo esteriore rimasto appunto nel letto. Se l’uomo non vi si immerge, non sente le sue esperienze interiori. Possiamo quindi dire che quanto abbiamo riversato di notte nel macrocosmo, nel grande mondo, ci diviene percepibile, nella normale vita umana, solo per il fatto che ci immergiamo al mattino in ciò che è rimasto nel letto.

Si tratta di nuovo di due elementi in cui noi ci immergiamo. Lino, in cui ci immergiamo al mattino quando ci svegliamo, è quello che, per così dire, viviamo soltanto come vita interiore. Durante il giorno proviamo le sensazioni e i sentimenti che ondeggiano su e giù, gli interessi, le simpatie e antipatie, viviamo le esperienze animiche. Non possiamo sperimentarle durante la notte, ma solo quando, per così dire, ci urtiamo contro, quando ci immergiamo in quello che è rimasto a giacere nel letto durante il sonno.

Ma quando ci immergiamo lì dentro, non viviamo solo le nostre esperienze animiche, ma sperimentiamo anche il mondo esteriore delle impressioni dei sensi. Non proviamo soltanto la gioia, ad esempio, di fronte alla rosa, ma sperimentiamo anche il rosso della rosa. La gioia davanti alla rosa è un’esperienza interiore; il colore rosso della rosa è qualcosa che sta fuori. È così con tutto ciò che viviamo durante l’ordinaria veglia quotidiana. Viviamo sempre due esperienze: ci immergiamo nella nostra corporeità e, mentre lo facciamo, ci si rispecchiano, ci vengono incontro, come un’eco, le esperienze interiori della nostra anima; ma si presenta anche un mondo esteriore, quando al risveglio ci immergiamo in quello che è rimasto nel letto durante il sonno. Per questo motivo ciò che sta nel letto deve consistere di due arti: uno deve, per così dire, rispecchiare quanto viviamo internamente e l’altro renderci possibile, in certo qual modo, di compenetrare noi stessi e di veder fuori nel mondo esteriore come in una realtà. Dunque non può essere un’unità ciò che è rimasto nel letto durante il sonno, ma una dualità. Se fossimo costituiti solo da un elemento corporeo, sperimenteremmo, quando ci infiliamo dentro al risveglio, soltanto un mondo interiore o un mondo esteriore. Sarebbe dispiegato solo un panorama davanti a noi, oppure avremmo solamente il fluttuare su e giù continuo di piacere e dispiacere, gioia e dolore, e così via. Abbiamo però entrambi i corpi, non solo l’uno o l’altro. Ci immergiamo così nell’uomo esteriore che rimane nel letto durante il sonno, e lo facciamo, cioè, in modo da trovare come per incanto davanti a noi un mondo interiore e uno esteriore. Non ci immergiamo quindi in un’unità, ma in una dualità. Come erano due elementi costitutivi ciò che avevamo riversato nel macrocosmo con l’addormentarci, così penetriamo al risveglio nel microcosmo, e questo è anche costituito di due elementi. Ciò che ci rende idonei a sperimentare una vita interiore dell’anima, lo chiamiamo corpo eterico o vitale; e ciò che ci rende capaci di avere un quadro esteriore del mondo dei sensi è il corpo fisico. Quello che sta nel letto durante il sonno è così composto di due arti: il corpo fisico e il corpo eterico o vitale. Se noi penetrassimo soltanto nel corpo fisico quando ci svegliamo al mattino, staremmo di fronte a un quadro esteriore, ma saremmo interiormente vuoti e insulsi, non avremmo né piacere, né dolore, né interesse a tutto ciò che c’è e accade attorno a noi, saremmo freddi e privi di sentimenti di fronte al quadro del mondo sensibile. Saremmo così se ci infilassimo solo nel nostro corpo fisico. Se però ci inserissimo soltanto nel nostro corpo eterico o vitale, non avremmo nessun mondo esteriore davanti a noi, ma solo un mondo di piacere e dispiacere, gioia e dolore, e via dicendo, che sale e scende di continuo; non lo potremmo attribuire ad alcun mondo esteriore, avremmo semplicemente un mondo di sentimento che sgorga continuamente.

Da ciò desumiamo che, quando al mattino al risveglio ci immergiamo nel nostro uomo esteriore, ci immergiamo in una doppia articolazione, ossia in un arto, che indichiamo come un riflettore del nostro mondo interiore, il corpo eterico o vitale, e in un altro che descriviamo come quello che provoca il tappeto esteriore dei sensi, del quadro esteriore, cioè il corpo fisico. Perciò abbiamo mostrato, a partire dalle esperienze realmente esistenti, che abbiamo una certa ragione di dire che l’essere umano è costituito di un’entità quadriartiarticolata, quattro arti dell’entità umana, di cui due, nel sonno, appartengono al macrocosmo, al grande mondo: l’io e il corpo astrale. Al risveglio questi due arti appartengono al microcosmo, al piccolo mondo che è rinchiuso nella pelle umana. Così la vita umana procede in maniera tale che l’uomo vive alternativamente nel microcosmo e nel macrocosmo. Ogni mattina egli entra nel microcosmo. Questo piccolo mondo, il microcosmo, è la causa delle nostre esperienze quotidiane dal mattino, quando ci svegliamo, fino alla sera, quando ci addormentiamo. E il fatto che nel sonno siamo riversati, con il nostro corpo astrale e l’io, in tutto l’universo, nel macrocosmo, come una goccia è riversata nel volume di un grande bacino, è la causa del fatto che, nel momento in cui usciamo dal microcosmo, dal piccolo mondo, dobbiamo attraversare il fiume dell’oblio.

Ci possiamo ancora chiedere attraverso che cosa l’uomo, quando si approfondisce misticamente, possa raggiungere in certo modo quello stato che abbiamo caratterizzato all’inizio della conferenza. Abbiamo compreso l’estasi col fatto che l’io è riversato nel macrocosmo, mentre il corpo astrale è rimasto dentro il corpo fisico. Se afferriamo la faccenda in tal modo, comprendiamo l’estasi. L’estasi è semplicemente un riversarsi dell’io nel macrocosmo, mentre il corpo astrale è rimasto all’interno del microcosmo. In che consiste ciò che all’inizio della considerazione odierna abbiamo descritto come stato mistico? Consiste in questo. La nostra vita nel corpo fisico e nel corpo eterico o vitale, nel microcosmo, nel piccolo mondo, dal mattino al risveglio fino alla sera all’addormentarsi, è molto particolare. Noi non scendiamo più o meno nel corpo fisico e in quello eterico o vitale, la mattina al risveglio, in modo da percepirli; non percepiamo l’interno dei nostri corpi fisico ed eterico, nonostante vi entriamo. Questi rendono possibile la nostra vita animica e il nostro percepire esteriore; questo è ciò che ci permettono questi due arti dell’entità umana. Perché percepiamo la vita della nostra anima quando ci svegliamo al mattino? Proprio perché il corpo eterico o vitale non ci consente di percepire realmente la sua interiorità. Come altrettanto poco lo specchio ci permette di vedere ciò che vi sta dietro, rendendoci proprio per questo possibile di vedere noi stessi dentro, così avviene con il nostro corpo eterico o vitale. Esso riflette la nostra vita animica; non ci lascia percepire quanto c’è in lui, ma ci rispecchia la vita della nostra anima. Siccome ce la riflette, ci appare come quello che realmente la provoca. Per noi si rivela come impenetrabile; noi non guardiamo attraverso il suo interno. E proprio questo la caratteristica del corpo eterico o vitale: noi non vi penetriamo, ma esso ci riverbera la nostra propria vita animica. Le cose stanno così nel mistico, grazie a quel forte sviluppo della sua vita animica: tramite quanto egli sperimenta di contemplazione interiore, riesce a penetrare fino ad un certo grado in quel corpo eterico o vitale, non a vedere soltanto l’immagine riflessa, ma a conficcarsi effettivamente nel microcosmo. Per il fatto di cacciarsi in questo piccolo mondo, sperimenta in se stesso quanto in genere l’essere umano, in condizione normale, sperimenta nell’elemento esteriore ciò che di solito è riversato fuori nel mondo esteriore. Mentre generalmente l’uomo, ad esempio, si difende da una percossa, il mistico sperimenta che essa si conficca in certo qual modo dentro di lui e ne cerca la causa in se stesso. Egli quindi penetra fino a un certo grado entro il suo corpo eterico, varca quella soglia attraverso la quale viene in genere riflessa la vita animica ed entra nell’interno del suo corpo eterico o vitale. E questi sono processi del proprio corpo eterico che il mistico sperimenta quando oltrepassa quella soglia, attraverso cui di solito si rispecchia la vita dell’anima. Ma quando egli la oltrepassa, sperimenta in effetti qualcosa che, in certo senso, è simile alla perdita dell’io mediante l’estasi. L’Io è stato, per così dire, annacquato, mentre l’uomo, nell’estasi, lo ha riversato fuori nel macrocosmo, nell’intero universo. Nella contemplazione mistica, invece, l’essere umano conficca la sua propria interiorità entro il corpo eterico. Con ciò l’io si addensa. Ed effettivamente l’uomo vive questa compressione del suo Io per il fatto di smettere ciò che è dominante nell’io ordinario, cioè la capacità di orientamento tramite l’intelletto legato al cervello e i sensi, e di ricevere attraverso certi sentimenti interiori gli impulsi al suo comportamento. Nel mistico, tutto ciò che sorge è la più profonda esperienza interiore, poiché escono direttamente dal suo corpo eterico o vitale le cose che altri uomini mantengono riflesse soltanto grazie al corpo eterico. Queste sono le ragioni per cui il mistico ha esperienze interiori così forti, perché egli si conficca nell’interno del suo corpo eterico o vitale.

Mentre dunque l’estatico si diffonde sul macrocosmo, il mistico si restringe con la sua entità interiore dentro il microcosmo. Ed ora si mostra qualcosa di molto curioso. Entrambe le esperienze, quella dell’estatico, quando vede fuori certi eventi ed entità, e quella del mistico, quando sperimenta certi sentimenti interiori che di solito non si possono vivere, stanno in un certo rapporto che possiamo caratterizzare nel modo seguente. Il nostro mondo, che vediamo con i nostri occhi e sentiamo con i nostri orecchi, suscita in noi certi sentimenti di piacere e dolore, e via dicendo - sentiamo che queste cose vanno di pari passo nella vita normale. ( ’n uomo può gioire di più per le cose e gli avvenimenti del mondo esteriore, un altro di meno; ma queste sono solo differenze di grado, tali differenze non sono come quelle nel violento, atroce patimento e anche nel rapimento del mistico rispetto al vivere abituale. Poiché, a dire il vero, esistono enormi differenze tra ciò che può provare l’uomo comune e quanto sperimenta il mistico di beatitudine, rapimenti e tormenti interiori. E una differenza enorme nella qualità. Allo stesso modo c’è una grande differenza tra ciò che l’uomo ordinario può vedere con i suoi occhi e sentire con i suoi orecchi, e quanto percepisce l’estatico quando è abbandonato a un mondo che non è analogo a quello sensibile. Ma se all’estatico si facesse descrivere il suo mondo e, ascoltando poi il mistico, si facesse a lui descrivere le sue beatitudini, i suoi rapimenti e tormenti, allora si potrebbe dire che attraverso quelle entità e quegli eventi, come li vede l’estatico, può essere suscitato quanto sperimenta il mistico. Se, dall’altro lato, si ascoltasse il mistico, si direbbe che così sarebbe anche possibile qualcosa, se si avessero le esperienze dell’estatico; si potrebbe credere che l’estatico descriva questo mondo.

Come il mondo del mistico è reale, soggettivamente reale, cioè tale da esser veramente visto da lui, così sono reali anche le entità dell’estatico. Che siano obiettivamente reali o no, non entriamo oggi nel merito. Ma una cosa potremmo dire oggi: illusione o realtà, indifferentemente, l’estatico vede un mondo, un mondo diverso da ciò che si può percepire nel mondo sensibile, e il mistico vive sentimenti, beatitudini, rapimenti e tormenti che non si lasciano paragonare a nulla di ciò che vive l’uomo comune. Entrambi i mondi ci sono solo per certe persone. Solo che il mistico non vede il mondo dell’estatico e l’estatico non sperimenta il mondo del mistico. Tutti e due i mondi sono indipendenti l’uno dall’altro. Ma un terzo può però comprendere uno dei due mondi tramite l’altro. È un contesto molto curioso che si chiarisca un mondo grazie all’altro, che i due mondi si accordino fra loro.

Con questo abbiamo richiamato l’attenzione su una certa relazione tra il mondo del mistico e quello dell’estatico, e abbiamo mostrato come l’uomo, per così dire, urti contro il mondo dello spirito sia verso l’esterno che verso l’interno.

Quanto noi oggi abbiamo solo descritto resta ancora da vedere. Sarà nostro compito rispondere a queste domande: «Fino a che punto possiamo arrivare ad un mondo reale, se penetriamo attraverso il tappeto del mondo sensibile esteriore? In che misura è possibile andare oltre il mondo dell’estatico, per entrare dall’esterno in un mondo spirituale reale? E in che misura è possibile giungere sotto il mondo interiore del mistico e trovarvi un vero mondo spirituale?».

Nei prossimi giorni descriveremo sempre più esattamente le vie che conducono entro il mondo spirituale attraverso macrocosmo e microcosmo.

3°Il sonno e la veglia come rivelatori delle forze spirituali dell’uomo - Seconda Conferenza

Vienna, 22 Marzo 1910

Miei cari amici !

E già stato accennato in generale al rapporto fra lo stato di veglia e quello di sonno nell’uomo, ed è stato detto che l’essere umano attinge dallo stato di sonno le forze di cui ha bisogno durante lo stato di veglia, per edificare la vita della sua anima. Tutto ciò è in effetti assai più complicato di quanto di solito non si pensi, e oggi noi diremo qualcosa di più preciso sulla differenza tra la condizione umana di veglia e quella di sonno dal punto di vista della ricerca spirituale. Vorrei solo far notare, come tra parentesi, che qui possiamo astenerci dal toccare o enumerare tutte quelle ipotesi più o meno interessanti enunciate dalla fisiologia moderna per spiegare la differenza tra lo stato di sonno e quello di veglia. Questo si potrebbe fare facilmente, ma ci allontaneremmo dalla vera considerazione scientifico-spirituale di quegli stati. Occorre tutt’al più dire che l’abituale scienza odierna, quando si pone davanti l’uomo durante lo stato di sonno, effettivamente, di lui, prende in considerazione solo ciò che è rimasto nel mondo fisico, ciò che ieri abbiamo potuto caratterizzare come corpo fisico e corpo eterico o vitale. A questa scienza fisica è completamente ignoto - e non serve per questo condannarla, essa ha un certo diritto a far valere in modo unilaterale il suo punto di vista - quanto può significare una realtà solo per l’indagine spirituale, per lo sguardo aperto del chiaroveggente, vale a dire ciò che nell’addormentarsi si tira fuori dal corpo eterico o vitale e dal corpo fisico dell’uomo, e che ieri abbiamo potuto caratterizzare come Io e corpo astrale. Dunque, quando l’uomo dorme l’io e il corpo astrale sono in un mondo spirituale, mentre quando è sveglio sono nel mondo fisico, immersi per così dire nel corpo fisico e in quello eterico o vitale.

Esaminiamo ora questo uomo addormentato. E del tutto naturale che per la normale coscienza umana lo stato di sonno appaia qualcosa di unitario che non si analizza ulteriormente. Nella vita ordinaria non ci si chiede se, quando l’uomo di notte è in un mondo spirituale, si facciano valere sulla sua anima libera dal corpo diversi influssi, diverse forze o soltanto una forza unitaria; se sia esposto a una forza che compenetra del tutto il mondo spirituale o se possiamo distinguere fra varie forze a cui egli si trova esposto durante il sonno. Ebbene, mentre egli dorme possiamo, in modo molto preciso, distinguere l una dall’altra diverse influenze che si fanno valere sull’uomo - beninteso, innanzi tutto non si fanno sentire su ciò che rimane nel letto, ma su ciò che ne è uscito quale vero elemento interiore dell’essere umano, il suo corpo astrale e il suo Io.

Vogliamo ora considerare, con esperienze e fatti evidenti, le diverse influenze esercitate sull’uomo addormentato. Occorre che l’uomo esamini solo un po’ più attentamente ciò che sperimenta nell’addormentarsi, e allora può notare su di sé che in certo qual modo inizia ad affievolirsi quell’interiore attività con cui egli muove gli arti durante la veglia diurna e con cui egli attua tutto quello che possiamo chiamare come la messa in movimento del nostro corpo per mezzo della nostra anima. Chi manterrà un po’ la visione di se stesso al momento di addormentarsi noterà T insorgere di un sentore: «Non posso più avere il governo dei miei propri arti». Lina specie di impotenza inizia ad impossessarsi dell’attività esteriore. L’essere umano si sentirà innanzitutto incapace, con la sua volontà, di governare il movimento dei suoi arti, e nel momento stesso in cui si addormenta non potrà avere alcuna padronanza di ciò che chiamiamo uso della parola. La prima cosa che l’uomo avverte, dopo quella specie di impotenza a muovere gli arti, è il sentirsi incapace di dominare la parola. Poi, a poco a poco, sente anche come gli svanisca la possibilità di entrare in una qualche relazione soprattutto col mondo esteriore. Tutte le impressioni del giorno a quel punto si affievoliscono sempre più. Quindi cessano via via le capacità di sensazione per il gusto e l’odorato e, per ultimo, la facoltà dell’udito. In questo graduale venir meno dell’attività animica interiore, l’uomo avverte la fuoriuscita dal suo involucro corporeo.

E con ciò abbiamo già caratterizzato una prima influenza che viene provocata sull’uomo durante lo stato di sonno, quella che spinge in certo qual modo l’uomo fuori dai suoi corpi. Chi mantiene quella visione di sé avvertirà come quella sia una forza che scende sopra di lui, poiché nella normale, abituale condizione di vita l’uomo non si ordina: «Tu ora devi addormentarti, devi smettere di parlare, di sentire il sapore, di odorare, di ascoltare»; quella è invece come una forza che si fa valere nell’uomo. Questo è il primo influsso proveniente da quel mondo in cui l’uomo di sera si immerge, è l’influsso che, per così dire, lo spinge fuori dal corpo fisico e da quello eterico o vitale. Ma che cosa succederebbe se questa influenza agisse da sola durante il sonno? Sopraggiungerebbe sempre nell’uomo, normalmente, un sonno assolutamente tranquillo, non disturbato da nulla. L’uomo lo conosce. Sappiamo però che nella vita normale non esiste soltanto questo sonno indisturbato, ma vi sono due possibilità che questo sonno si faccia avanti in un’altra forma. Noi tutti conosciamo uno stato che denominiamo stato di sogno, dove nella vita di sonno penetrano immagini più o meno caotiche o più o meno chiare, immagini di sogno. Se sul sonno umano si manifestasse soltanto la prima influenza che tira come fuori l’uomo dalla sua coscienza per portarlo entro un mondo spirituale, potrebbe esserci sempre solo ciò che chiamiamo un sonno non disturbato da sogni. Possiamo così distinguere quell’influenza che spegne facilmente la coscienza, mentre ci spinge fuori dal nostro involucro corporeo esteriore, e quell’altra che nella condizione libera dal corpo ci porta il mondo del sogno illusoriamente davanti all’anima, che spinge entro la vita del nostro sonno quel mondo di sogno.

Ma questo non è l’unico modo in cui il normale sonno nell’uomo può prendere un’altra forma. Ve n’è un terzo. Questo si presenta certamente solo in un numero esiguo di esseri umani, ma ognuno sa che comunque è presente in alcuni di loro: questo terzo genere di sonno è quello che compare quando l’uomo, senza averne coscienza, incomincia a parlare o a compiere certe azioni a partire dal sonno. Solitamente la persona di giorno non sa nulla degli impulsi che lo hanno condotto a tali azioni nel sonno. Simile attività nel sonno può intensificarsi fino a quel fenomeno che, nella vita abituale, viene chiamato sonnambulismo. In alcuni casi l’uomo, da sonnambulo, ha anche più o meno spinto certi sogni nel suo stato di sonno, ma nella maggior parte dei casi non è affatto così: il sonnambulo in quel momento agisce e parla senza aver sogni nella sua vita animica. Egli si comporta, in certo senso, come un automa sotto impulsi oscuri, di cui, come in un sogno, non ha affatto bisogno di essere cosciente. Queste azioni in cui l’uomo a partire dal sonno, in certo qual modo, entra in contatto col mondo esteriore come durante la vita diurna, stanno sotto una terza influenza che agisce sull’essere umano durante il sonno - solo che egli è cosciente durante la vita diurna, mentre di notte è incosciente.

Possiamo così constatare per lo stato di sonno tre influenze, da distinguere nettamente, sull’essere umano interiore che, durante il sonno, è separato da quello esteriore. Queste tre influenze a cui l’uomo è esposto durante il sonno ci sono sempre, e la scienza dello spirito, grazie a metodi di indagine di cui faremo conoscenza nel corso delle conferenze, può realmente verificare che esse esistono in ogni uomo. Solo che prevale molto di più la prima in un grandissimo numero di uomini, così che essi passano la gran parte del loro dormire in un tranquillo sonno senza sogni. Comunque, quasi per tutti gli uomini subentra ogni tanto la seconda influenza per cui lo stato di sogno si spinge nella loro coscienza di sonno. Ma queste due condizioni agiscono in modo così forte per la maggior parte degli uomini che il parlare e l’agire a partire dal sonno sono una rarità. Però, in ogni individuo c’è anche la terza influenza che si manifesta nel sonnambulo, solo che in costui è talmente forte da coprire e dominare le altre due influenze più deboli, mentre nelle altre persone, appunto, queste due sono così forti che la terza non risalta affatto e non spinge a compiere delle azioni. Tuttavia questa è presente in ogni individuo. Ogni essere umano è portato a sottostare a queste tre influenze.

Nell’indagine scientifico-spirituale queste tre sono sempre state distinte l una dall’altra, e nell’ambito della vita animica dell’uomo dobbiamo presumere tre aree tali in cui una è sottoposta più alla prima influenza, un’altra più alla seconda e l’ultima più alla terza. L’anima umana è dunque un’entità tripartita, poiché può sottostare a tre influenze diverse. Quella parte di essa che va soggetta alla prima influenza caratterizzata, e che soprattutto porta fuori l’anima dagli involucri corporei, nella scienza dello spirito si designa come anima senziente. L’altra componente animica su cui si fa valere l’influenza che è stata caratterizzata al secondo posto, e che spinge le immagini di sogno nella vita dell’anima umana durante la notte, viene denominata anima razionale o affettiva. E quella parte dell’anima che dunque per la maggioranza degli uomini, generalmente, non rivela affatto la sua particolare natura nella vita del sonno, poiché prevalgono le altre due influenze, viene chiamata anima cosciente. Abbiamo così da distinguere tre influenze durante il periodo del sonno; e le tre componenti della vita interiore ad esse sottoposte le differenziamo come anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente. Quando l’uomo, dunque, viene posto nel tranquillo sonno senza sogni da una delle forze che abbiamo descritto, allora avviene un’influenza sulla sua anima senziente, a partire dal mondo in cui egli entra. Quando l’uomo mantiene il suo sonno permeato delle immagini del mondo di sogno, un’influenza agisce sulla sua anima razionale o affettiva; mentre quando, di notte, addirittura inizia a parlare o agire partendo dal sonno, avviene un’influenza sulla sua anima cosciente.

Ma con ciò abbiamo descritto soltanto un lato della vita interiore dell’uomo durante il sonno. Dobbiamo ancora descrivere l’altro lato di questa vita di sonno, che sta all’opposto. Abbiamo descritto l’uomo che si addormenta. Consideriamo ora l’uomo che si sveglia, che dalla vita di sonno ritorna nel mondo fisico. Che cosa succede a questo punto, effettivamente, con l’uomo che al mattino al risveglio torna di nuovo nel mondo fisico? La sera una certa forza lo ha spinto fuori dal corpo fisico e dal corpo eterico o vitale. Quella forza di sera ne è capace, poiché l’uomo la subisce dapprima. Negli stadi successivi del sonno egli è soggetto alle altre due influenze, a quelle sull’anima razionale o affettiva e sull’anima cosciente. Ma quando quelle influenze si sono svolte, l’uomo è tutt’altro da quello che era prima. Egli si trasforma durante la vita di sonno, e tale mutamento si mostra semplicemente per il fatto che egli è stanco la sera e deve uscire dai suoi involucri corporei, mentre al mattino non lo è più ed ha la capacità di rientrare. Quello che gli è accaduto nel sonno gli dà la possibilità di tornare di nuovo nella sua vita corporea. La stessa influenza che si fa valere in certe condizioni anormali del nostro mondo di sogno agisce sull’uomo anche durante l’intera vita di sonno, sebbene non vi siano sogni; ed anche la terza influenza che compare nel sonnambulo è sempre presente, solo che negli altri esseri umani non si sviluppa. Tutte queste influenze si fanno sentire durante la vita di sonno. Quando hanno prevalso le ultime due che agiscono sull’anima razionale o affettiva e sull’anima cosciente, l’uomo è rafforzato e rinvigorito, ha aspirato e tratto fuori dal mondo spirituale quelle forze di cui ha bisogno nella seguente vita diurna per conoscere e godersi di nuovo il mondo fisico esteriore. Sono principalmente le influenze sull’anima razionale o affettiva e sull’anima cosciente che rinforzano di notte l’essere umano. Ma poi, quando egli è rinvigorito, è la stessa influenza che lo ha spinto fuori dalla vita corporea - solo che si fa valere in senso contrario - a ricondurlo di nuovo al mattino al risveglio nel suo corpo fisico ed eterico. La medesima forza che lo ha trascinato fuori la sera lo riporta al mattino: è l’influenza sull’anima senziente. Tutto ciò che dobbiamo denominare quale contenuto dell’anima senziente, la sera era spossato, stanco. In che modo sentiamo di sera nella nostra anima senziente? Possiamo porci facilmente questo davanti all’anima: se viviamo freschi nella vita diurna, ci interessano le impressioni del mondo fisico, le sensazioni di colore, di luce, e tutti gli oggetti e gli avvenimenti1 intorno a noi; essi ci riempiono di simpatia e antipatia e ci procurano gioia, piacere e dolore. Ci dedichiamo al mondo esteriore. Che cos’è che sente gioia, dolore, piacere, dispiacere, che cos’è che suscita in noi interesse verso gli oggetti esteriori, che cosa è acceso, in certo qual modo, in noi quando ci abbandoniamo con i nostri sentimenti al mondo esteriore? Appunto, l’anima senziente. E questa vivace partecipazione al mondo esteriore la sentiamo spossata, come paralizzata, quando sentiamo la necessità di dormire. La stessa cosa che avvertiamo paralizzata la sera, la sentiamo al mattino rinvigorita, ricaricata. Se ci abituiamo alla condizione diurna ordinaria, sentiamo che gli stessi fenomeni dell’anima senziente che erano come paralizzati la sera, si presentano di nuovo freschi, si fanno avanti in forma rinnovata. Riconosciamo quindi che è la stessa forza che ci ha condotto fuori la sera e che, al mattino, riporta nuovamente nel corpo l’anima che si risveglia, poiché ciò che sentiamo, per così dire, morire la sera, lo sentiamo come rinato al mattino. Ha lo stesso carattere, ma si muove una volta in una direzione e l’altra in quella opposta.

Se vogliamo farci un disegno di questo, possiamo farlo così.

Faccio espressamente notare che si tratta di un disegno schematico. Voglio segnare il momento dell’addormentarsi, quello in cui l’essere umano viene sospinto fuori nell’incoscienza, con un punto che metto qui al centro; l’entrata nello stato di sonno, con una linea che disegno verso l’alto, e il risveglio al mattino come un ritornare dalla condizione in cui l’uomo si trova durante la notte. Il corso della vita durante il giorno lo contrassegnerei con questa linea di sotto e il rientrare nello stato di sonno con quest altra linea, in modo che abbiamo caratterizzato, con quest’ultima linea ricurva, prima lo stato di veglia, poi quello di sonno. La parte superiore indica lo stato di sonno, quella inferiore lo stato di veglia.

Se prendiamo in considerazione il momento di addormentarci, possiamo dire che, a partire dal mondo spirituale, vi opera una forza che ci tira dentro; vogliamo contrassegnarla con il primo terzo di questa linea. Quando incorriamo nei sogni, l’influenza che viene esercitata sulla nostra anima razionale o affettiva, vogliamo demarcarla col secondo terzo della linea. Quella condizione in cui una forza agirebbe sull’anima cosciente, quella terza influenza, la denoteremmo con la terza parte del cerchio prodotto dall’intera linea. Avremmo poi, per così dire, al mattino, la stessa forza, che qui2 ha tirato dentro, come una forza che ci spinge fuori dalla vita di sonno e ci riporta nella vita diurna. Corrisponderebbe alla medesima forza che opera sull’anima senziente. E allo stesso modo avremmo qui quella forza che agisce sull’anima razionale o affettiva. E qui l’intera zona rimanente, tanto la prima quanto la seconda parte,3 sarebbe l’influenza sull’anima cosciente. Cosicché l’uomo durante la notte percorre, per così dire, una specie di ciclo. Mentre egli si sposta dall’addormentarsi, in certo qual modo, nel centro di quella condizione che sta tra il prender sonno e il risveglio, si muove verso quell’influenza in cui opera massimamente la forza sulla sua anima cosciente. Da quel punto in poi egli si muove incontro alla forza che agisce nuovamente sulla sua anima senziente e che lo riporta nello stato di veglia.4

Abbiamo dunque tre forze che operano sull’uomo durante lo stato di sonno. Queste hanno nella scienza dello spirito, da tempi antichi, nomi ben determinati, e a tal riguardo vi prego di non pensare per il momento a nient’altro che a quel che abbiamo appena descritto. Conosciamo queste denominazioni naturalmente, ma vi prego di non pensare a nient’altro che a nomi dati alle forze interessate che operano di notte su queste tre parti dell’anima umana. Poiché, in effetti, le cose stanno così: ritornando ad epoche remote, questi tre nomi venivano dati a quelle tre forze, e se ora vengono impiegati per altre cose non hanno il significato originario, ma sono presi a prestito. Il significato che questi tre nomi hanno oggi è tratto da altri significati.5

La forza che agisce sull’anima senziente nell’addormentarsi e al risveglio si designava con un nome che in lingue antiche coinciderebbe con la parola Marte [mentre sono svolte le seguenti argomentazioni, al disegno vengono aggiunti i nomi Marte, Giove, ecc.; vedi disegno a p. 6]. Marte non è nient’altro che un nome per quella forza che opera sull’anima senziente, che la sera sospinge l’uomo fuori dai suoi involucri corporei e al mattino lo rimanda dentro. La forza che agisce sull’anima razionale o affettiva dopo l’addormentarsi e prima del risveglio, cacciandovi dentro il mondo di sogno, porta la denominazione che coinciderebbe con la parola Giove. E la forza che in particolari circostanze farebbe dell’uomo un sonnambulo, quella che opera durante lo stato di sonno sull’anima cosciente dell’essere umano, porta, nel senso dell’antica scienza spirituale, il nome Saturno. Quindi si parlerebbe nel senso della scienza dello spirito se si dicesse: Marte ha addormentato l’uomo, Giove gli ha mandato i sogni nel sonno, e l’oscuro, tetro Saturno è la causa che scuote nel sonno l’uomo, il quale non può resistere alla sua influenza, e lo spinge ad azioni incoscienti. Con questi nomi non possiamo pensare, quindi, a quel che significano nel senso dell’astronomia ordinaria. Per il momento vogliamo prendere i loro significati originari che designano forze di genere spirituale, quelle che operano sull’essere umano quando, dormendo, egli si trova, nel mondo spirituale al di fuori del suo corpo fisico e del suo corpo eterico o vitale.

Ora, quando l’uomo si desta al mattino - ho segnato un punto per questo risveglio, per il motivo che con ciò l’uomo entra effettivamente in un mondo totalmente diverso -, che cosa succede quando l’uomo si risveglia? Lì egli viene posto in un mondo che, davvero, l’uomo normale di oggi ritiene il suo unico mondo, quello in cui gli si fanno incontro le impressioni sui sensi. Queste vengono provocate in modo tale che egli dietro di esse non possa vedere. Esse ci sono facilmente, si presentano alla sua anima, quando si sveglia al mattino. Quando l’essere umano si risveglia, tutto il tappeto del mondo dei sensi si dispiega dinnanzi a lui. Ma vi è ancora qualcos’altro per l’uomo, e cioè che egli non soltanto percepisce questo mondo esteriore con i suoi sensi, ma quando vi percepisce questo o quello, allo stesso tempo prova sempre qualcosa. Sebbene il sentimento di gioia nella percezione di qualunque colore sia ancora così scarso, vi è comunque un processo animico interiore, una certa sensazione. Poiché ognuno si renderà conto che il colore violetto opera su di sé in modo diverso dal rosso, e il blu in altro modo dal verde. Tutte le impressioni esteriori dei sensi agiscono in modo da suscitare degli stati interiori. Tutto quello che provocano in tal modo in fatto di sentimenti appartiene all’anima senziente, mentre la causa nell’uomo per cui questi riceve le impressioni sensoriali, lo chiamiamo corpo senziente. Quest’ultimo produce il fatto che l’essere umano veda giallo o rosso. L’anima senziente è la causa del perché egli su questo giallo o rosso provi questo o quel sentimento. Dobbiamo distinguere con la massima precisione: quanto ci vien fatto apparire dinnanzi all’anima dall’esterno, come per magia, lo provoca il corpo senziente; quello che sperimentiamo interiormente, piacere e dispiacere o qualsiasi sfumatura di quell’impressione che il colore esercita su di noi, appartiene all’anima senziente. Al mattino l’anima senziente incomincia ad abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore che riceve attraverso la forza del corpo senziente. La stessa componente, dunque, che nella notte, durante il sonno, era esposta all’influenza di Marte, l’anima senziente, la mattina al risveglio viene esposta alle impressioni del mondo esteriore, viene abbandonata al mondo sensibile. Pertanto, il complessivo mondo dei sensi, in quanto suscita nella nostra interiorità certi sentimenti di piacere e dispiacere, gioia e dolore, lo indichiamo, nel senso della scienza dello spirito, con un nome particolare, quello di Venere. In merito vi prego di nuovo di non pensare nient’altro se non quanto è stato appena caratterizzato, quindi ciò che si fa sentire come influenza sulla nostra anima senziente a partire dal tappeto esteriore del mondo dei sensi, che non ci lascia indifferenti e freddi, ma ci riempie di determinati sentimenti. Questa influenza sulla nostra anima senziente che si fa valere dal mattino si denomina come forza di Venere. Come abbiamo denominato Marte l’influenza sull’anima senziente dopo che ci siamo addormentati, dopo il risveglio designiamo quell’influenza forza di V enere.

Così pure si verifica un’influenza a partire dal mondo fisico sull’anima razionale o affettiva, quando questa è immersa durante il giorno negli involucri corporei: è quell’influenza grazie a cui possiamo sottrarci alle impressioni esteriori del mondo dei sensi ed elaborarle. Rendiamoci conto che vi è una differenza fra lo sperimentare nell’anima senziente e quello nell’anima razionale o affettiva; l’anima senziente sperimenta qualcosa solo fintanto che l’uomo è dedito al mondo esteriore; essa sente appunto le impressioni del mondo esteriore. Quando però l’uomo durante lo stato diurno di veglia distoglie per un po’ tutta l’attenzione dalle impressioni del mondo esteriore, ma le lascia risuonare e le elabora nella sua interiorità, si trova abbandonato alla sua anima razionale. Questa è dunque qualcosa di più autonomo rispetto all’anima senziente. Quelle influenze che rendono possibile che l’uomo, durante la vita diurna, per così dire, non se ne stia sempre lì solamente ad occhi aperti e spalancati a fissare il tappeto esteriore dei sensi, ma possa distogliere l’attenzione da tutto ciò e formare dei pensieri con cui combina le impressioni del mondo esteriore e può rendersene autonomo, tali influenze le denominiamo forze di Mercurio. Pertanto possiamo dire: come nella notte prevalgono sulla nostra anima razionale o affettiva le influenze di Giove, così, durante il giorno, si fanno sentire su di lei quelle di Mercurio. Notiamo che c’è una certa corrispondenza tra gli influssi di Giove e quelli di Mercurio. Se quelli di Giove, nell’uomo odierno normale, penetrano quali immagini di sogno nella sua vita interiore, gli influssi corrispondenti durante il giorno, quelli di Mercurio, operano come suoi pensieri, come sue esperienze interiori. Mentre con gli influssi di Giove l’uomo non sa, nel sogno, da dove provengono effettivamente le cose, invece con quelli di Mercurio, durante la coscienza diurna, lo sa. Sono anche processi interiori che scorrono nell’anima quali immagini interiori. È la corrispondenza tra le influenze di Giove e di Mercurio.

Vi sono però anche quelle influenze che operano di giorno sull’anima cosciente. Ma che differenza c’è propriamente tra anima senziente, anima razionale o affettiva e anima cosciente? L’anima senziente si fa valere quando noi, semplicemente, fissiamo le cose del mondo esteriore con gli occhi sbarrati. Sottraiamoci per un momento a tali impressioni, non prestiamo loro attenzione ed elaboriamole: allora siamo affidati alla nostra anima razionale o affettiva. Se prendiamo quanto abbiamo elaborato e ci rivolgiamo di nuovo al mondo esteriore e ci rapportiamo con esso, passando alle azioni, siamo dediti alla nostra anima cosciente. Per esempio, abbiamo davanti un mazzo di fiori: finché ci limitiamo a guardarlo, e il bianco della rosa suscita sensazioni in noi, siamo affidati alla nostra anima senziente. Ma se distolgo lo sguardo e non vedo proprio più il mazzo di fiori, ma ci rifletto sopra, sono dedito alla mia anima razionale o affettiva; vi elaboro, tramite deduzione, le impressioni che ho ricevuto. Se ora io mi dico, poiché il mazzo di fiori mi è piaciuto e ho elaborato le impressioni che ha prodotto su di me, che con esso vorrei far piacere a qualcuno, se quindi lo prendo e passo all’azione, esco dall’anima razionale o affettiva, passo nell’anima cosciente, a questo punto entro nuovamente in relazione col mondo esteriore. E questa è una terza forza che si fa valere nell’essere umano e lo mette in grado non solo di elaborare in sé le impressioni del mondo esteriore, ma di entrare di nuovo in relazione con esso.

Rendiamoci conto che c’è nuovamente un rapporto tra l’agire dell’anima cosciente nello stato di veglia e il suo operare nel sonno. Abbiamo detto che quando una tale influenza è presente nello stato di sonno, l’uomo diventa sonnambulo, parla e agisce nel sonno. Se è sonnambulo nel sonno, viene trascinato dalla forza dell’oscuro Saturno; di giorno, invece, è presente con il suo Io, agisce coscientemente. Quanto durante la vita diurna agisce sull’anima umana cosciente, per cui essa può giungere all’agire autonomo,6 a partire dalla vita abituale, noi lo designiamo come forza della Luna. Dimentichiamoci di nuovo ciò che si è rappresentato finora con questa parola, comprenderemo anche perché queste cose stanno proprio così, per il momento vogliamo tenere questi termini come denominazioni.

Così abbiamo seguito lo svolgersi della vita animica umana attraverso lo stato di sonno e quello di veglia. Abbiamo trovato che essa si divide in tre componenti separate l una dall’altra e che sta sotto tre tipi di influenze. Quando l’essere umano nella notte è abbandonato a quel mondo che dobbiamo designare come mondo spirituale, è affidato alle forze che nella scienza dello spirito vengono chiamate come forze di Marte, Giove e Saturno. Quando egli, durante la veglia diurna, sviluppa la vita della sua interiorità attraverso l’anima senziente, l’anima razionale o affettiva e l’anima cosciente, è affidato a quelle forze che la scienza dello spirito chiama forze di Venere, di Mercurio e della Luna.

Con ciò abbiamo tracciato il cammino giornaliero dell’uomo, quel cammino che egli percorre nell’ambito delle ventiquattro ore. Accanto a ciò, già oggi, per il momento senza pensare a qualcosa di particolare in merito, vogliamo porre un’altra serie di fenomeni; una serie di fenomeni che abitualmente non vengono considerati sotto il punto di vista che noi oggi vogliamo assumere. Ma vi prego di considerare questo ciclo in modo che le singole conferenze stiano assieme e che all’inizio si dice qualcosa che solo successivamente trova il suo giusto chiarimento. Accanto a questa serie di fenomeni dovrò quindi porre qualcosa che appartiene a un tutt’altro ambito e che noi poniamo accanto per una certa ragione che risulterà già nel corso delle conferenze.

Dalla scienza astronomica ordinaria noi tutti conosciamo il movimento della Terra intorno al Sole, ed ora vogliamo esaminare un po’ questo movimento e ciò che ne fa parte, in generale, quindi in modo approssimativo. Quando consideriamo questo moto della Terra intorno al Sole, e oltre a ciò anche quello degli altri pianeti che appartengono al Sole così come vengono abitualmente osservati nell’odierna scienza corrente, tale considerazione è per la scienza dello spirito soltanto un primissimo inizio. Per la scienza dello spirito, infatti, quello che si compie nel mondo fisico esteriore è un simbolo, un’immagine esteriore per processi spirituali interiori, e quello che impariamo dall’ordinaria astronomia elementare, che siamo stati abituati sin da bambini ad apprendere sul nostro sistema planetario, si lascia paragonare, per quel che riguarda ciò che ne è realmente alla base, con quanto apprende un bambino quando impara a conoscere il funzionamento dell’orologio.

Quando vogliamo far comprendere quel funzionamento a un bambino, gli spieghiamo che lì sul quadrante vi sono dodici cifre e due lancette, e che una di queste va lentamente e l’altra più velocemente. Gli insegniamo ciò che convenzionalmente significano le dodici cifre e le due lancette, e ciò che in tal modo è convenzionalmente stabilito, affinché egli impari a dirci che quando una lancetta si trova su questa cifra e l’altra su quell’altra sono, ad esempio, le nove e trenta. Ma se il bambino sapesse solo descrivere in questo modo l’ora, avrebbe imparato ancora ben poco. Deve apprendere di più; deve imparare ad esempio che, se al mattino una lancetta sta sulle sei e l’altra sulle dodici, ciò significa, per un certo periodo dell’anno, che il Sole sorge. Deve imparare a riferire quanto si esprime sul quadrante dell’orologio agli altri grandi avvenimenti; e cioè a considerare i rapporti dell’universo come ciò che conta, e in quello che è espresso dall’orologio solo, per così dire, un simbolo, un’immagine per quei rapporti.

Così l’uomo impara, essendo come un bambino di fronte al macrocosmo, che il Sole si trova al centro del nostro sistema solare, che gli girano intorno dapprima ciò che si designano come i pianeti Mercurio e Venere; poi la Terra con la Luna, e quindi Marte, Giove e Saturno. Vogliamo ora trascurare le altre cose. Dunque, quello che si apprende in tal modo nell’astronomia esteriore, ciò che ad esempio possiamo, a questo punto, ulteriormente leggere nel calendario - se ne abbiamo uno simile che indica i singoli fenomeni celesti -, è che in certi mesi Saturno o Marte e così via sono da ricercare qua e là. Quando conosciamo i movimenti dei singoli pianeti e conosciamo la loro reciproca posizione in determinati periodi dell’anno, allora abbiamo imparato così tanto sullo spazio celeste, come un bambino che sa che quando le lancette dell’orologio si trovano su determinate cifre sono le nove e trenta.

Si può aggiungere ancora qualcosa a tutte queste cognizioni. Come il bambino può imparare a conoscere a quali rapporti della vita si riferiscano i rapporti del quadrante, così si può imparare a considerare quelle forze universali che, quali elementi invisibili delle potenze del macrocosmo, operano nel nostro spazio, come ciò che sta dietro il grande orologio cosmico; e il nostro sistema solare con le differenti posizioni reciproche dei pianeti esprime, in maniera analoga, ciò che si potrebbe attribuire a un possente orologio universale. Da questo orologio del nostro sistema planetario si può passare ai grandi rapporti spirituali dell’universo. Allora ogni posizione dei pianeti nel nostro sistema solare diverrà l’espressione per qualcosa che si può supporre stia dietro. Si potrà dire che vi sono dunque dei motivi perché ad esempio Venere stia una volta in un certa relazione con Giove e un’altra volta in un altra. Vi sono delle ragioni per dire che quelle cose sono messe là dalle potenze divino-spirituali che vi stanno dietro, allo stesso modo come vi sono delle ragioni perché l’orologio è costruito in un determinato modo. A questo punto, il pensiero dei movimenti dei pianeti nel sistema solare ci si amplia a un Tutto intelligente. Il sistema planetario diventa per noi una specie di orologio universale. Se non vi stesse nulla dietro al sistema planetario, sarebbe, a paragone, come se qualcuno avesse costruito un orologio solo per scherzo, senza senso. Possiamo dunque dire che il sistema planetario diventa per noi una sorta di orologio universale, un mezzo di espressione per ciò che sta dietro ai suddetti movimenti e ai singoli corpi del nostro sistema solare.

Consideriamo innanzitutto, per una volta, questo orologio cosmico da solo, consideriamolo, affinché non ci venga proprio rimproverato nulla dalla scienza esteriore - potremmo anche considerarlo diversamente -, come si è abituati a considerarlo nella scienza elementare esteriore.

Prima voglio ancora dire che il pensiero che questo sistema planetario si sia formato da se stesso è molto facile da confutare. A scuola, abbiamo tutti avuto l’esperienza della rappresentazione dell’origine del sistema planetario.7 Ci veniva pressappoco detto: «Un tempo, un’enorme nebulosa cosmica s’è messa a roteare, e allora si sono staccati il sole nel mezzo e i pianeti tutt’intorno». E come potrebbero sorgere dubbi a qualcuno sul fatto che la storia non sia sorta così come vien insegnato a scuola, dal momento che si mostra la questione sperimentalmente? Si mostra in modo così carino - non è forse vero? - come si prende una gocciolina di una qualsiasi sostanza, si taglia un piccolo foglio che andrà poi a intersecare il piano dell’equatore della goccia, vi si infila da sopra uno spillo e si trasporta il tutto in un liquido in cui la goccia galleggia; e la si mette in rotazione con lo spillo. Si può addirittura far vedere come attraverso la rotazione si separino delle goccioline esterne, come al centro rimanga una goccia più grande e come le più piccole le ruotino attorno. È ovvio che a questo punto si può concludere molto facilmente: «Ebbene, qui abbiamo la cosa totalmente in miniatura, abbiamo rappresentato il sorgere di un sistema planetario!». Come si potrebbe dubitare del fatto che in grande non sia successo così? Ad ogni modo, chi fosse in certo qual modo un po’ birbantello direbbe: «Ma signor Maestro, lei ha scordato una cosa, ha dimenticato qualcosa che di solito è molto bello dimenticare, ma in questo caso non deve succedere, lei ha scordato se stesso. Bene, ha girato lei lo spillo lì sopra!». A rigor di logica non si potrebbe dimenticare la cosa più importante. Si dovrebbe perlomeno dare per scontato che un enorme signor maestro se ne stesse nello spazio cosmico e avesse portato a roteare tutto il sistema solare; poiché nell’uso della similitudine non si potrà logicamente tralasciare qualcosa che è essenziale alla realizzazione dell’esperimento. E del tutto evidente. Quindi l’esperimento fa notare qualcosa che sta all’esterno di esso. Dunque, ne possiamo già concludere che qualcosa stia dietro a quello che ruota là fuori nello spazio cosmico e che vi succeda per l’occhio esteriore. Allo stesso modo come il signor maestro sta dietro alla goccia d’olio che ruota nell’esperimento, così vi stanno appunto delle forze e delle potenze dietro a tutto l’edificio cosmico che abbiamo qui davanti a noi nel nostro sistema solare.

Ed ora vogliamo considerare un po’ dall’esterno, per così dire, questo sistema solare. Ci occorre qui disegnare soltanto una volta, nel centro, il Sole. Facciamo prima ruotare la Terra intorno. Voglio prescindere dai particolari. Sappiamo che la Terra compie dunque questo movimento intorno al Sole nel corso di un anno. Ma sappiamo anche che in un determinato periodo dell'anno si trova ad esempio qui, e in un altro là. Conosciamo, poi, che attorno le ruota la Luna. Quindi qui disegnerò la Luna. Inoltre sappiamo che, più vicino al Sole, gli ruota intorno quel corpo che si designa abitualmente come Mercurio, poi quello che si chiama Venere. Siamo poi a conoscenza che più distante, al di fuori della nostra Terra, ruotano attorno i corpi che si denominano come Marte - i rapporti naturalmente non sono giusti, ma qui non importa -, come Giove e come Saturno [vedi disegno]. Per il momento non vogliamo prendere in considerazione gli altri pianeti.

Ed ora prendiamo per una volta la posizione terrestre in modo che, ciò sarebbe naturalmente un caso molto eccezionale, la Terra nel suo movimento attorno al Sole sia situata così: il Sole è qua e la Terra qui, e poi si trovano Marte, Giove e Saturno più lontani dalla Terra e dal Sole.8 Supponendo che la nostra Terra sia situata proprio in questo modo, tra Marte e Sole, dobbiamo ritenere che nello spazio tra la Terra e il Sole siano contenuti quelli che si chiamano abitualmente Venere e Mercurio. Vorrei porre espressamente in evidenza che per quel che concerne la denominazione di questi due pianeti, nel corso del tempo si è verificato uno scambio. Quello che oggi si chiama Mercurio un tempo veniva chiamato Venere e quello che oggi si chiama Venere era prima chiamato Mercurio.9 Perciò dobbiamo immaginare queste denominazioni a rovescio in modo che non corrispondono più a quelle odierne. Ciò che si trova più vicino al Sole si deve designare come Venere, ciò che gli è più distante, come Mercurio. Poi viene la Luna. Se però immaginassimo ora l’altra posizione, così che la Terra venga a trovarsi dall'altro lato del Sole [posizione della Terra come nel disegno successivo], allora, andando dalla Terra al Sole, avremmo dapprima la Luna, poi ciò che secondo l’antica denominazione è Mercurio, quindi - sempre secondo l’antica denominazione - Venere, e, più al di là del Sole, Marte, Giove e Saturno.

E uscendo dal Sole avremmo, considerando questa successione e tralasciando la Terra, da un lato Venere, Mercurio, Luna, dall’altro Marte, Giove e Saturno. Riunendo questi diversi corpi in modo che il Sole designa il punto di incrocio, otteniamo questa linea ricurva che prima avevo disegnato quale linea schematica per le esperienze diurne e notturne dell’essere umano. Vale a dire, vi è una possibile posizione nel sistema solare, dove i diversi pianeti sono ordinati in modo tale da indicare una disposizione spaziale che corrisponde esattamente allo schema del corso giornaliero dell’uomo, se si disegna il momento del risveglio e dell’addormentarsi come punto di incrocio.

Quindi possiamo iscrivere, in modo curioso, nel nostro sistema planetario, gli stessi rapporti che possiamo annotare schematicamente nel corso giornaliero dell’essere umano.10 E a questo punto possiamo ottenere, per ora, una prospettiva che possenti forze possano stare a fondamento dell’ordinamento del nostro sistema planetario - oggi diciamo: “possano” -, le quali regolano nello spazio tutto il grande sistema, questo grande orologio cosmico, come si regola nel tempo, nel corso delle ventiquattro ore, la nostra vita personale. Non ci apparirà più assurdo il pensiero che nel macrocosmo delle forze grandi e possenti siano realmente analoghe a quelle che ci fanno addormentare e risvegliare, che ci dirigono di giorno e di notte. A partire da un simile pensiero è derivata nella vecchia scienza l’analoga denominazione dei pianeti con le forze che operano su noi stessi, mentre si diceva: «La forza che là fuori nel macrocosmo, nel grande mondo, spinge Marte intorno al Sole ha somiglianza, è di carattere affine a quella che ci fa addormentare. La forza che fa girare Giove intorno rassomiglia a quella che manda i sogni nell’anima razionale. Quella che fuori, nel macrocosmo, muove Venere è analoga alla forza che regola la nostra anima senziente durante il giorno. Saturno che è molto lontano, e perciò vi agisce dentro debolmente, si presenta, nella sua azione nello spazio del sistema solare, somigliante a quella debole forza che solo in particolari casi giunge ad effetto sull’anima cosciente, che agisce soltanto nel sonnambulo. E la Luna, che sta molto vicina alla Terra, viene spinta attorno ad essa da una forza che è analoga a quella che regola noi stessi nelle nostre azioni coscienti della vita diurna, che sono propriamente quelle che ci stanno più vicine». Abbiamo già qui delle indicazioni esteriori che le distanze spaziali significano qualcosa che si esprime nella nostra personale vita umana temporale come effetti più forti e più deboli. Riguardo a queste cose avremo modo di penetrare in rapporti molto più profondi, oggi l’attenzione doveva solo esservi diretta. Quando però prendiamo anche solo superficialmente in considerazione che Saturno è il pianeta molto più lontano, con la minima azione sulla nostra Terra, possiamo paragonare questo al modo come le oscure forze di Saturno operano solo debolmente sull’uomo addormentato. E quella forza che spinge Giove intorno al Sole è qualcosa che, per quel che concerne la distanza da esso, si lascia anche paragonare a ciò che entra in modo relativamente raro nella nostra vita, il mondo del sogno. Abbiamo così una singolare corrispondenza di quello che è vita umana, vita giornaliera umana, con quanto si svolge fuori nello spazio del grande orologio universale che, quale forza, opera nel girare dei singoli pianeti intorno al loro Sole. Abbiamo una corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo.

Da qui vediamo che l’universo è, in effetti, molto più complicato di quello che abitualmente non si creda e che, se guardiamo in noi stessi come uomini, ne veniamo poi veramente a capo e possiamo afferrare la nostra umanità solo se teniamo conto di tutto quello che in essa è affine all’intero universo.11 Proprio perché avevano coscienza di questo, i ricercatori dello spirito di tutti i tempi scelsero le denominazioni corrispondenti per i fenomeni e i singoli eventi dell’universo e per ciò che accade in noi stessi, nel nostro mondo apparentemente così piccolo, nella corporeità dell’essere umano racchiusa nella pelle.

Oggi ho potuto indicare, per così dire, soltanto da lontano una certa corrispondenza tra il microcosmo, l’uomo, e il macrocosmo, cioè il nostro sistema solare. Con una linea schematica che si può tracciare nella vita giornaliera dell’essere umano altrettanto come nel sistema solare, ho potuto mostrare che c’è una tale corrispondenza. Abbiamo accennato, in certo qual modo, molto da lontano a entità che operano attraverso il nostro spazio e regolano a partire dalle loro forze i movimenti del sistema cosmico in modo simile a un orologio, come è regolato il movimento delle lancette del nostro abituale orologio da tasca o da parete.12 Abbiamo gettato uno sguardo fino ai limiti di quelle regioni, dove possiamo sperare ci si schiuderanno interi mondi spirituali.

Avremo il compito nelle prossime conferenze di conoscere i pianeti, per così dire, come lancette cosmiche del grande orologio universale, e avremo occasione di indicare le entità stesse che hanno messo in movimento tutto il corso del sistema solare, che muovono i pianeti attorno al Sole e si mostrano affini a ciò che si svolge nell’uomo stesso. E così comprenderemo come l’uomo sia nato come microcosmo, come piccolo mondo, dal macrocosmo, dal grande mondo.

4°Il passaggio oltre i limiti della coscienza e l’incontro con i Guardiani della soglia - Terza Conferenza

Vienna, 23 Marzo 1910

Miei cari amici !

Affinché non sorgano malintesi, vorrei osservare che con la conferenza di ieri, in realtà, non si voleva dimostrare nulla in base a un qualche indirizzo, ma alla fine si voleva soltanto indicare che, a partire da certe percezioni, gli investigatori spirituali delle epoche passate si sono visti costretti a designare con nomi equivalenti certi processi ed eventi dello spazio celeste o del nostro sistema planetario e altri processi nella nostra propria esperienza1 diurna e notturna. La conferenza era dunque finalizzata più a procurare, per così dire, dei concetti così come ci occorreranno per le nostre prossime rappresentazioni. Ad ogni modo le conferenze che vengono tenute in questo ciclo vanno considerate come un insieme, e le prime sono destinate soprattutto a procurare le idee e i concetti per le conoscenze dei mondi spirituali che devono poi essere comunicate nelle conferenze seguenti. Anche oggi ci riallacceremo, sotto un certo aspetto, ancora a ciò che ci è più vicino per sollevarci a poco a poco a regioni spirituali più lontane.

Nelle prime conferenze di questo ciclo abbiamo visto, e abbiamo potuto desumere a riguardo già alcune cose anche dalle due conferenze pubbliche,2 che l’uomo, per quel che concerne la sua entità interiore, per quel che riguarda dunque ciò che abbiamo spiegato, nel suo proprio Io e nel suo corpo astrale vive, nello stato di sonno, in un mondo spirituale e poi, al risveglio, ritorna in ciò che è rimasto nel letto durante il sonno, nel suo corpo fisico e nel suo corpo eterico o vitale. Chi osserva la vita vedrà presto che in questo passaggio dallo stato di sonno a quello di veglia entra proprio un completo cambiamento dell’esperienza. Ciò che sperimentiamo nello stato di veglia non ci fa acquisire affatto una concezione o una conoscenza dei due arti della natura umana in cui ci immergiamo al risveglio. Noi ci immergiamo nel nostro corpo eterico o vitale e nel nostro corpo fisico, ma durante lo stato di veglia non impariamo assolutamente a conoscerli guardandoli dall’interno. Ciò che l’uomo ne sa nella vita abituale, come suo corpo eterico o vitale e suo corpo fisico, sembra osservato dall’interno. E proprio questo l’essenziale nelle esperienze dello stato di veglia, che noi osserviamo la nostra propria entità così come sta nel mondo fisico, dall’esterno e non dall’interno. Noi osserviamo il nostro proprio corpo fisico con gli stessi occhi dell’esterno, con cui guardiamo il mondo fisico rimanente. Durante lo stato di veglia non consideriamo mai il nostro proprio essere dall’interno, ma sempre soltanto dall’esterno. Impariamo quindi a conoscere noi stessi come uomini, in fondo, solo dall’esterno, attraverso la visione come di un essere del mondo sensibile. Se prendiamo esattamente in considerazione quello stato che si può caratterizzare come stato di transizione dal sonno alla veglia, dobbiamo chiedere come sarebbe se ci osservassimo veramente dall’interno, nell’immergerci nel corpo eterico o vitale e nel corpo fisico. Dovremmo allora vedere qualcosa di molto diverso. Ciò che vedremmo sarebbero le intime esperienze che cerca il mistico, di cui noi abbiamo già un po’ accennato. Il mistico cerca di distogliere l’attenzione dal mondo esteriore, di far tacere tutto ciò che penetra attraverso i suoi occhi e di scendere realmente nel proprio essere interiore. Ma se prescindiamo innanzitutto da queste esperienze del mistico possiamo dire: siamo protetti nella vita dal pericolo di discendere in questa nostra interiorità, perché, nello stesso momento in cui ci svegliamo, il mondo esteriore distoglie il nostro sguardo. Così, dunque, il risveglio può essere descritto in modo da dire: invece di guardarci dall’interno, al momento del risveglio, il nostro sguardo viene distratto sul mondo esteriore, sul tappeto dei sensi intorno a noi, e il nostro proprio corpo fisico appartiene davvero a questo tappeto sensoriale esteriore, quando lo osserviamo nella veglia. Nello stato di veglia ci sfugge dunque la possibilità di osservare noi stessi dall’interno. E come se fossimo portati da una corrente: se dormiamo siamo da questa parte, da svegli siamo dall’altra. Se al di qua della corrente potessimo percepire qualcosa, noteremmo, come vedremo più tardi, il nostro corpo astrale e il nostro Io. Ma ci viene impedito di percepire questa nostra interiorità durante il sonno, poiché quando ci addormentiamo svanisce la possibilità della percezione, si spegne la coscienza.

Così è tracciato effettivamente un rigido confine tra il nostro mondo interno e il nostro mondo esterno. Noi lo varchiamo con raddormentarci e il destarci, ma non lo possiamo oltrepassare senza che non ci venga realmente sottratto qualcosa. Quando lo varchiamo, addormentandoci, termina la coscienza e non possiamo più osservare il mondo spirituale. Al risveglio, la nostra coscienza viene subito distolta dal mondo esteriore, e non possiamo più osservare l’elemento spirituale che sta alla base di noi stessi, poiché essa è presa appunto dalle esperienze esteriori. Ciò che varchiamo, a questo punto, ciò che ci oscura lo spirituale nel momento in cui ci svegliamo, ciò che ci fa riconoscere questo spirituale solo come attraverso una cortina non è nient’altro che qualcosa che si inserisce tra la nostra anima senziente e il nostro corpo eterico o vitale e il nostro corpo fisico. Quello che gli ultimi due arti nascondono, quello che essi coprono al risveglio, lo chiamiamo corpo senziente. Questa è la ragione del fatto che vediamo il tappeto sensoriale esteriore. Nel momento in cui ci destiamo, il corpo senziente è occupato con questo tappeto esteriore, e noi non possiamo guardare dentro noi stessi. Così questo corpo senziente si pone come un confine tra ciò che sta spiritualmente alla base del mondo esteriore dei sensi e la nostra vita interna.

Vedremo, nel corso delle conferenze, che è necessario per la vita umana, poiché l’uomo, nel corso normale della sua vita, non potrebbe innanzitutto sopportare la vista di ciò che vedrebbe se attraversasse coscientemente quella corrente, non vi resisterebbe, dovendosi egli dapprima preparare. E lo sviluppo mistico non consiste nel penetrare con violenza nel mondo interiore del nostro corpo eterico o vitale e del nostro corpo fisico, ma nel prepararsi, nel rendersi prima maturi di vedere quanto è possibile poi vedere, quando si attraversa coscientemente quella corrente. Che cosa succederebbe all’uomo che volesse immergersi senza preparazione nel proprio interno, e quindi al risveglio non volesse vedere un mondo esteriore, ma volesse penetrare nel proprio mondo interiore, in ciò che sta spiritualmente alla base del nostro corpo eterico o vitale e del nostro corpo fisico? Un tale uomo, nella sua anima, proverebbe con forza straordinaria un sentimento, che nella vita, di solito, si conosce solo in forma molto attenuata. Questo sentimento, che nella vita abituale si conosce soltanto in modo debole, coglierebbe l’uomo se egli, al risveglio, potesse scendere nel proprio interno con piena attenzione. Potremo anzitutto ricavarne un concetto attraverso una specie di paragone - e, di nuovo, non deve essere dimostrato nulla, ma si devono solo acquisire dei concetti.

Esiste nell’essere umano quello che si chiama senso di vergogna. Consiste nel fatto che, vergognandosi nella sua anima di un qualsivoglia aspetto, egli vuole distogliere l’attenzione sul resto dalla cosa o dall’attributo in questione di cui si vergogna. Questo senso di vergogna per qualcosa che è nell’uomo e che egli non vuole portare a manifestazione, è un debole accenno di quel sentimento che crescerebbe fino a una forza immane, se egli al risveglio potesse coscientemente guardar dentro nel proprio interno. Tale sentimento s’impadronirebbe dell’anima umana con tale violenza, che l’uomo lo sentirebbe riversato su tutto ciò che gli si fa incontro. Egli avrebbe un’esperienza paragonabile alla sensazione come se prendesse fuoco. Questo senso di vergogna agirebbe su di lui come un ardere. E la ragione di questo? Perché l’uomo in quel momento sentirebbe quanto il suo corpo fisico e quello eterico o vitale siano realmente completi rispetto a quanto egli è quale essere animico. E di questo ci si può già fare un concetto anche con la logica abituale. Chi penetra in modo meramente esteriore, tramite la scienza fisica, la meravigliosa struttura, diremo, del cuore o del cervello umano in tutti i particolari, chi penetra anche soltanto una componente del sistema osseo dell’uomo con la sua mirabile organizzazione interna, potrà già sentire quanto questo corpo umano sia disposto in modo infinitamente saggio e perfetto. Basta prendere un singolo osso dello scheletro umano, per esempio il femore, e osservare come in modo immensamente saggio e perfetto le trabecole di osso spugnoso si ramifichino in un reticolo fine in modo tale che con il minimo dispendio di materia viene generata la massima resistenza e capacità di sostegno per portare la parte superiore dell’uomo, oppure considerare la meravigliosa anatomia del cuore e del cervello umani, per avere un’idea di ciò che si sperimenterebbe se si guardasse dall’interno attraverso il tutto, di come esso sia scaturito a partire da una saggezza originaria. Se a questo si confronta ciò che è l’uomo in quanto essere animico, ciò che egli è riguardo ai suoi piaceri, alle sue passioni e brame, si vede come egli miri proprio a rovinare il meraviglioso edificio del corpo fisico. Egli svolge tutta la sua vita in direzione delle brame, degli istinti e delle passioni, andando sostanzialmente a rovinare la mirabile struttura del cuore e del cervello fisico. Ciò che si può osservare nella vita ordinaria, come l’essere umano rovini il proprio cuore e il proprio cervello abbandonandosi al piacere di questo o quel genere voluttuario, sono, per così dire, solo gli inizi di un’attività distruttiva di questa meravigliosa costruzione del corpo umano. Tutto ciò starebbe in modo vivente davanti all’anima umana, se essa scendesse coscientemente nel suo corpo eterico o vitale e nel suo corpo fisico. E sarebbe qualcosa di straordinariamente sconvolgente, qualcosa di annientante per l’uomo, se egli potesse confrontare l’imperfezione della sua anima con la mirabile edificazione corporea, se potesse vedere quello che c’è nel proprio interno e paragonarlo a quanto la saggia direzione dell’universo ha fatto dei suoi corpi fisico ed eterico, in cui si immerge ogni mattina al risveglio. Perciò viene protetto dal discendere in maniera cosciente nel proprio intimo (corporeo, NdT), ne viene distolto da ciò che si distende quale tappeto sensoriale esteriore davanti a lui, durante tutto l’arco della giornata. Quindi non può guardare dentro nel suo elemento interiore (corporeo, NdT).

Il confronto tra l’anima umana e quello che sta spiritualmente alla base dei corpi fisico ed eterico desterebbe vergogna; e con tutte quelle esperienze animiche che il mistico attraversa prima di diventare degno di discendere nella propria interiorità viene fatto un lavoro preparatorio a questo sentimento.3 Sono soprattutto le esperienze del mistico che suscitano nella sua anima la risoluzione più forte possibile di sentire la stessa come insignificante, come debole, di sentire che essa ha davanti a sé un cammino di perfezionamento infinitamente lungo. Perciò il mistico deve destare nella sua anima specialmente i sentimenti di umiltà e dell’anelito alla perfezione, affinché si prepari a reggerne il confronto, altrimenti si sentirebbe ardere dalla vergogna come per un fuoco. Il mistico se ne rende maturo mediante i seguenti pensieri: «Certo, quando guardo ciò che sono, e lo paragono a quanto la condizione universale ha svolto su di me, devo ammettere di essere ancora piccolo, brutto e meschino». E il senso di vergogna che genera il rossore esteriore si estenderebbe in modo tale da essere realmente un fuoco bruciante, ardente, se il mistico non si dicesse: «Sì, ora è possibile che mi senta così scarso in confronto a quello che posso divenire, ma voglio tentare di sviluppare in me le grandi forze che mi rendono capace anche di corrispondere spiritualmente a ciò che la saggia conduzione dell’universo ha costruito nella mia corporeità». Al mistico che vuole discendere nella sua interiorità viene fatto capire dal maestro spirituale che egli deve dapprima sviluppare un sentimento di umiltà che si estenda, per così dire, fino all’infinito. Questo sentimento si lascia pressappoco descrivere così. A colui che è mistico in erba si può dire: «Guarda un po’ la pianta; essa è radicata al terreno, il quale le offre un regno che è inferiore rispetto al suo. Ma la pianta non può vivere senza quel regno che dapprima deve essere preso per un elemento inferiore. Se la pianta si chinasse verso il regno minerale potrebbe dire: “A questo regno inferiore da cui sono cresciuta devo la mia esistenza”. Essa si deve chinare con umiltà verso il regno più basso e dire: “Devo a te il fatto di esistere”. Altrettanto l’animale deve la sua esistenza al regno vegetale e, se divenisse cosciente della sua posizione nell’edificio universale, dovrebbe inchinarsi verso quel regno inferiore con umiltà. E l’uomo che si guarda intorno nel mondo dovrebbe dire: “Io non avrei potuto propriamente raggiungere questo livello, se non si fosse sviluppato in modo corrispondente tutto ciò che sta sotto di me”». Quando l’uomo sviluppa tali sentimenti nella sua anima, arriva a un atteggiamento di fondo tale che, in realtà, non ha solo buon motivo di alzare lo sguardo in segno di riconoscenza a quanto sta sopra di lui, ma anche di guardare con ringraziamento a tutto ciò che gli sta sotto. Quando nell’anima si diffonde così, giustamente, ciò che si può chiamare educazione all’umiltà, allora essa viene percorsa e pervasa da questa sensazione, da questo sentimento di umiltà: che si ha ancora davanti a sé un cammino infinitamente lungo per diventare perfetti.

Tutto ciò che è stato detto non può essere limitato a concetti e idee. Se lo si potesse, il mistico sarebbe pronto in fretta. La cosa non si può esaurire con concetti e idee, si può soltanto sperimentare. Solo chi vive sempre di continuo tali sentimenti, semina nella sua anima la disposizione di fondo necessaria per il mistico.

Quando l’uomo diventerà maturo a discendere nel suo interno, dovrà sviluppare quel sentimento che lo mette in grado di sopportare quanto gli si può presentare sul cammino, se vuole diventare sempre più perfetto. Egli deve sviluppare sentimento di devozione di fronte a ciò che deve sopportare per avvicinarsi a un certo gradino di perfezione. Per molto, molto tempo il mistico deve formare in sé il sentimento che solo grazie al superamento della sofferenza si sviluppano quelle grandi forze che occorrono per portare l’anima fuori da quella condizione in cui essa si sente debole di fronte a quello che le si pone sul cammino. A questo punto, essa deve lasciar agire su di sé quel sentimento con il quale sempre di nuovo dirà: «Anche se mi capiteranno ancora molti dolori, io voglio reggermi di fronte ad essi, senza vacillare; poiché se godessi soltanto di ciò che la vita presenta come felicità, non potrei mai sviluppare quella grande forza di cui l’anima umana ha bisogno». Vengono acquisite forze grazie all’opposizione, nel superamento degli ostacoli, e non nell’incassare semplicemente uno stato di cose. Le forze vengono temprate solamente per il fatto di impegnarle a superare le controforze, per il fatto che l’essere umano è disposto a sopportare sofferenza e dolore con rassegnazione. E qualcosa che il mistico sviluppa nella sua anima, se vuole prepararsi a discendere nella propria interiorità senza ardere per il senso di vergogna.

Ovviamente, nella vita normale, l’uomo non deve passare per tutto quello che si attraversa qui, e nessuno può credere che una qualche scienza dello spirito pretenda che l’essere umano abituale pratichi tali esercizi. Ciò che qui viene descritto non è qualcosa che avanza richieste, ma avviene per spiegare ciò che possono fare, con la loro anima, coloro che prendono volontariamente su di sé una certa somma di tali esperienze, e ciò a cui il mistico aspira; egli rende in grado la propria anima di discendere in quella interiorità umana. Nel corso normale della vita, però, si interpone il corpo senziente dell’uomo tra ciò che si può sperimentare dentro di sé come mistico e ciò che si vive nel mondo esteriore, proteggendo così l’uomo dall’entrare nel proprio interno senza esser preparato e dall’ardere, per così dire, di vergogna. L’uomo naturalmente, nel corso normale della vita, non può venire a sapere che cosa lo protegga dall’entrare impreparato dentro di sé, poiché lì giunge già al confine del mondo spirituale. Tuttavia, il ricercatore spirituale che vuole indagare Tinteriorità umana deve varcare questo limite; deve dunque passare attraverso quella corrente che distoglie l’abituale coscienza umana normale dall’interiorità verso l’elemento esteriore. Questa coscienza viene protetta dall’entrare in condizione immatura nel proprio interno, viene preservata dall’ardere nel fuoco della propria vergogna. L’uomo non può vedere la potenza che ogni mattina al risveglio

protegge dal discendere nel proprio interno. Essa è la prima entità spirituale che il genuino, vero investigatore spirituale incontra sulla via che porta nella propria interiorità. Egli deve passare dinanzi a quell’entità che nella coscienza normale lo preserva da quell’ardere interiore, dall’incendio interiore della vergogna, e che distoglie la visione verso l’interno sul mondo esterno, sul tappeto sensoriale esteriore. La coscienza normale ne risente l’effetto. L’uomo non la può vedere, perché essa è realmente la prima entità spirituale a cui dobbiamo passare davanti, quando vogliamo penetrare nel mondo dello spirito. E quest’entità spirituale che ogni mattina sta vicino all’uomo e lo preserva, in condizione immatura, dal vedere spiritualmente il proprio interno, noi la chiamiamo, nella scienza dello spirito, piccolo Guardiano della soglia. La via che conduce nei mondi spirituali gli passa accanto.

In tal modo abbiamo condotto la nostra coscienza, dapprima, alle esperienze che durante il giorno ci stanno più vicine, per arrivare fino al confine dove possiamo presentire ciò che il ricercatore spirituale vede come piccolo Guardiano della soglia. Vogliamo descrivere più avanti questo piccolo Guardiano della soglia, poiché vogliamo prendere le mosse da ciò che già conosciamo e avvicinarci gradualmente a ciò che ci è ancora ignoto. Con questo, dunque, si intende anche che, effettivamente, durante la coscienza diurna, non vediamo affatto il nostro vero essere e, quando noi lo chiamiamo microcosmo, il piccolo mondo, nel senso delle due ultime conferenze, possiamo dire che non lo vediamo mai propriamente nel suo vero aspetto spirituale, ma scorgiamo soltanto quanto da esso si mostra in condizione normale, ossia soltanto l’elemento esteriore. Quindi è davvero qualcosa che si può paragonare a una sorta di immagine riflessa. Come noi, guardandoci allo specchio, vediamo la nostra immagine e non noi stessi, così non vediamo il microcosmo stesso, il reale essere dell’uomo, quando siamo nella coscienza diurna, ma solamente la sua immagine riflessa; vediamo il microcosmo in immagine speculare.

Vediamo mai il macrocosmo nella sua realtà? Di nuovo vogliamo porre davanti alla nostra anima esperienze giornaliere che ci stanno molto vicine. Che cosa sperimenta l’uomo, nel corso delle ventiquattro ore, nel mondo sensibile esteriore? Egli sperimenta anche un cambiamento tra giorno e notte, come nel microcosmo, ma questo gli si fa incontro nel mondo esteriore. Egli sperimenta come al mattino il Sole sorga e la sera tramonti; come la luce solare dapprima illumini tutti gli oggetti che gli stanno intorno. Che cos’è che l’uomo vede dal sorgere del Sole fino al tramonto? Sostanzialmente non vede affatto gli oggetti, ma la luce solare che glieli riflette. Non vediamo un oggetto nell’oscurità. L’uomo non può scorgerlo senza illuminazione. Ciò che è valido per l’occhio, possiamo anche dirlo per gli altri sensi, ma vogliamo restare innanzitutto all’occhio. Se si guarda il Sole, gli occhi vengono abbagliati. Perciò non si può mai veramente percepire il Sole stesso. L’uomo, in fondo, percepisce i raggi solari che gli riflettono il mondo esteriore; non percepisce gli oggetti, ma i raggi solari riflessi. Questo succede dal mattino fino alla sera. L’uomo, però, vede soltanto in modo molto imperfetto la causa che gli consente di vedere le cose esteriori, poiché ciò a cui dobbiamo il fatto di poter percepire, soprattutto di giorno, un mondo esteriore dei sensi, ci abbaglia. Questa è un’immagine, una similitudine. Come ci comportiamo verso il mondo sensoriale esteriore, così capita anche nella nostra propria interiorità. Non vediamo mai la causa per cui percepiamo le cose. Noi le percepiamo, ma non possiamo innalzarci a ciò che ce le rende percepibili; questo ci abbaglia come il Sole quando vogliamo percepirlo quale fondamento della visibilità degli oggetti. Così col Sole esteriore, durante il giorno, ci capita, in modo molto simile, quello che ci succede al risveglio con la nostra interiorità. Noi ci viviamo nella nostra propria interiorità. Le forze che vi stanno dentro ci rendono idonei a vivere e a percepire il mondo esteriore, ma ci impediscono anche di percepire noi stessi. Avviene ugualmente come con il Sole; esso ci mette in grado di vedere le cose, ma ci abbaglia se vogliamo percepirlo per se stesso.

Ma noi non possiamo neanche percepire, durante il giorno, tutto quello che, in certo modo, è collegato col Sole, che in genere vi appartiene. Percepiamo ciò che la nostra Terra ci mostra nella luce solare riflessa. Se guardiamo fuori nello spazio cosmico, non scorgiamo nemmeno quanto appartiene al nostro sistema solare. A questo non appartiene solo il Sole, ma anche i pianeti. La loro vista ci è sottratta durante il giorno.

Sole ci acceca, dunque, non solo per se stesso, di giorno, ma anche a tal punto che non possiamo vedere i pianeti. Noi guardiamo fuori nello spazio e sappiamo che se là fuori vi sono anche i pianeti che appartengono al nostro sistema solare, essi si sottraggono alla nostra vista. Possiamo dunque dire che, allo stesso modo come di giorno la nostra propria interiorità ci si sottrae, come di notte ci sfugge il mondo spirituale, quando siamo nello stato di sonno abituale, così, quando rivolgiamo fuori lo sguardo e vi abbracciamo il tappeto sensoriale, di giorno si sottraggono le cause della nostra percezione sensibile. Ciò che sta propriamente a base del Sole, che unisce il Sole con gli altri pianeti del sistema solare, con le entità che vediamo, nella loro espressione esteriore, in ciò che chiamiamo Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e così via, ciò che lì è vivente reciproco operare tra il Sole e questi corpi celesti, tutto questo di giorno ci sfugge. Quanto percepiamo è un effetto della luce solare. E se ora paragoniamo questa condizione con quella in cui il mondo dei sensi ci attornia di notte, dal tramonto del Sole fino al suo sorgere, possiamo in certo modo percepire ciò che appartiene al nostro sistema solare. Possiamo rivolgere lo sguardo verso il meraviglioso cielo stellato, dove i pianeti si offrono al nostro sguardo. Ma mentre possiamo vedere i pianeti che appartengono al nostro sistema solare nel cielo notturno, il sole stesso ci si sottrae, è per noi invisibile. Pertanto dobbiamo dire: ciò che di giorno ci rende visibile il mondo dei sensi, di notte ci toglie la possibilità di osservarlo. Esso ci sfugge; di notte avvolge tutto il nostro mondo sensoriale nell’impercettibilità, e noi scorgiamo soltanto quanto appartiene al nostro Sole, vediamo solo il mondo planetario.

Vi è una possibilità, per così dire, per lo stato notturno, di produrre qualcosa di analogo alla condizione del mistico per quel che riguarda la discesa nel mondo interiore, così come l’abbiamo descritta? Vi è qualcosa di simile? L’umanità odierna non ha molta coscienza di questa condizione simile, tuttavia essa esiste. Consiste nel fatto che l’essere umano, come il mistico, sviluppi determinate qualità di umiltà e dedizione, e anche certe altre che noi possiamo renderci comprensibili col portarci davanti all’anima, innanzitutto, le più semplici di queste. Di nuovo, vogliamo prendere le mosse da una qualità molto semplice. L’uomo nella vita normale la possiede pure, ma solamente sviluppata a un grado debole, come il senso della vergogna. Se egli ampliasse a dismisura questo sentimento che nella vita abituale ha solo debolmente, e che andremo subito a caratterizzare, si prepara in effetti a sperimentare, di notte, qualcosa di molto diverso da quello che avviene nella coscienza normale. E tale sentimento che l’uomo deve a questo punto sviluppare in sé è il seguente. Sappiamo tutti che in primavera sentiamo in modo diverso rispetto all’autunno. Un’anima sana sentirà, in primavera, diversamente che in autunno. Essa proverà sentimenti differenti quando, in primavera, le gemme degli alberi si schiudono e, per così dire, ci promettono la bellezza e lo splendore dell’estate. E qualcosa che si riversa nella nostra anima a partire dalla speranza che si desta quando vediamo avvicinarsi la primavera. Questo sentimento è sviluppato debolmente nell’uomo normale ordinario, tuttavia esso è presente. E quando viviamo in autunno, questo sentimento che c’è in primavera quale speranza per l’estate, e che si presenta come un risveglio dell’anima, può poi tramutarsi in un sentimento di malinconia, vedendo gli alberi spogliarsi delle foglie e vedendo come al posto di piante verdi e fiori che ci hanno mostrato un meraviglioso spettacolo durante l’estate vi siano sempre più arbusti brulli e secchi come scope. Lì la nostra vita animica si trasforma; viene pervasa da ciò che possiamo chiamare tristezza del cuore. Dunque nel corso dell’anno possiamo attraversare un percorso dell’anima, partecipando ai fenomeni della vita esteriore. E poiché, nell’uomo, questi sentimenti che sono stati appunto caratterizzati, questi sentimenti della primavera e dell’autunno sono sviluppati solo debolmente nella vita normale, così l’uomo, quando giunge l’estate, avverte anche l’accrescimento del sentimento della primavera in misura non corrispondente, e non prova nemmeno il cambiamento della tristezza dell’autunno in un sentimento ancora diverso che va oltre, quando la Terra si dispiega completamente intorno a noi nel suo abito invernale.

Ma in tali sentimenti sono stati educati i discepoli spirituali - e ancor oggi vi vengono educati - che volevano percorrere la via opposta a quella del mistico. Mentre il mistico viene portato giù nella sua interiorità, chi vuol seguire il sentiero opposto vien condotto fuori nel ciclo della grande natura e istruito in modo da parteciparne agli eventi. La sua anima viene curata così che egli impari a sentire gradualmente in gran quantità, in primavera, quello che nella vita ordinaria si sente in maniera debole, in modo da imparare a condividere tutto il germogliare della vegetazione primaverile. Quando egli sarà in grado di immedesimarvisi del tutto, potendo dimenticarsi di se stesso e partecipando alla natura primaverile, allora questa esperienza diventerà, verso l’estate, qualcosa di molto particolare. La speranza che si risveglia in primavera diventerà d’estate una completa esultanza interiore. A questo viene educato colui che, per così dire, è un mistico in senso opposto. E di nuovo, quando l’essere umano è al punto che nell’oblio di sé, intensificato al massimo grado, ha imparato a sperimentare la tristezza dell’autunno, può allora anche essere in grado di sperimentare l’aumento del sentimento di malinconia autunnale fino a condividere la morte di tutta la natura nel mezzo dell’inverno.

Così venivano educati, tra l’altro, quei discepoli che avevano seguito gli insegnamenti sul sentimento negli antichi misteri nordici, che oggi sono noti al mondo esteriore, ormai, solo più per tradizione, soltanto in maniera esteriore. In quei misteri, i discepoli erano educati in modo che imparavano, attraverso particolari metodi, a partecipare nel loro sentire, nella loro anima, al corso annuale della natura. E tutto quello che l’allievo viveva d’estate, nel tempo della notte di San Giovanni, significava una coesultanza con l’intera natura. I fuochi della notte di S. Giovanni erano qualcosa come un accenno all’intensificarsi del sentimento della speranza di primavera fino a un esultare di gioia con la natura estiva, se si fosse partecipato al soffio della vita che pervadeva tutto il cosmo. E nel solstizio d’inverno il discepolo condivideva, nell’anima più profonda, il morire della natura, il sentimento della tristezza dell’autunno infinitamente crescente fino a partecipare alla morte.

Così erano le esperienze di sentimento che, in effetti, con quella intensità non potevano essere quasi più vissute dall’uomo odierno, poiché egli, con il progresso della vita intellettuale degli ultimi secoli, è sostanzialmente incapace di quelle grandi, forti esperienze che attraversavano le anime dei primitivi popoli del continente europeo, particolarmente del nord e del centro Europa. Ma poi, se era stato attraversato qualcosa di simile a quella preparazione, si mostrava effettivamente, per quegli uomini che avevano in tal modo intensificato le loro esperienze animiche interiori, qualcosa di molto particolare. Essi acquisivano una determinata facoltà. Come il mistico ha la capacità di scendere nella sua propria interiorità, così essi raggiungevano la facoltà - anche questo sembra strano, ma è così, io descrivo solo cose che innumerevoli uomini hanno sperimentato e possono farlo ancora -, ottenevano la capacità di guardare attraverso la materia, vale a dire, potevano vedere non solo quello che si percepisce come superficie, ma anche attraverso questa; erano soprattutto in grado di guardare, dal tramonto fino al sorgere del Sole, attraverso la nostra Terra; e attraverso questa, diventata trasparente, risplendeva loro, in modo vivente, il Sole. Questo, negli antichi misteri, si chiamava la visione del Sole a mezzanotte. Tuttavia il Sole poteva essere contemplato nella sua più grande pienezza e magnificenza solo se ci si fosse avvicinati con la propria anima, nel periodo del solstizio invernale, a quella condizione in cui tutto il tappeto esteriore del mondo dei sensi era morto. Allora si era conseguito questa facoltà di guardare il Sole non come un’entità abbagliante come appare di giorno, ma tutto il bagliore ne era attenuato; si vedeva il Sole non più quale essere fisico là fuori, ma quale essere spirituale. Si contemplava lo Spirito del Sole. Ciò che quale effetto fisico agisce come abbagliamento era smorzato dalla materia della Terra. Questa era divenuta trasparente e faceva passare soltanto lo spirituale del Sole. Ma a quella visione del Sole era congiunto qualcosa di essenzialmente diverso, con quella visione si mostrava qualcosa di molto singolare. Si presentava infatti nella sua realtà quello che ieri abbiamo indicato in modo astratto: che esiste veramente una vivente interazione tra tutto ciò che appartiene come pianeti al nostro sistema solare e il Sole stesso, per il fatto che delle correnti vanno di continuo dai pianeti al Sole e dal Sole ai pianeti. In breve, là fuori, si presenta, in modo spirituale, un evento che si lascia paragonare con qualcosa della vita che ognuno conosce, ossia con la circolazione sanguigna del corpo umano. Come il sangue va dal cuore agli organi e da questi torna di nuovo al cuore nella vivente corrente circolatoria, come vi è questa viva circolazione sanguigna, così il Sole si mostra come il punto centrale di vivaci correnti spirituali che fluiscono dal Sole ai pianeti e da questi rifluiscono nuovamente al Sole. Tutto il sistema solare si presenta come sistema spirituale pieno di vita; noi ravvisiamo effettivamente il nostro sistema solare come spirituale, di cui l’elemento esteriore è davvero soltanto un simbolo.

Tutto ciò che l’uomo impara a sperimentare grazie all’intensificazione della capacità del suo sentimento, come è appena stato descritto, si sottrae, quale elemento spirituale dello spazio cosmico, all’ordinaria vista diurna. Si nasconde anche a quella notturna. Infatti, che cosa vede l’uomo di notte, con le sue ordinarie facoltà, quando guarda su nello spazio celeste? Ne vede, in fondo, solo il lato esteriore come dal suo proprio interno, così che quanto noi scorgiamo del cielo stellato è il corpo di un essere spirituale che gli sta a fondamento. Come noi, guardando con gli occhi il nostro corpo, vediamo l’espressione esteriore dello spirituale in noi, così vede l’uomo quando guarda di notte il cielo stellato, senza dubbio una meravigliosa architettura, ma questa è il corpo materiale dello spirito cosmico che si esprime con questo corpo in tutti i suoi movimenti che ci vengono incontro esteriormente. E, di nuovo, le cose stanno così: per la coscienza umana ordinaria, per così dire, viene tirato davanti un velo; si dispiega un velo dinnanzi a tutto ciò che l’uomo vedrebbe se guardasse spiritualmente, come è stato appena descritto, attraverso ciò che gli si presenta nello spazio. Come noi veniamo protetti dalla nostra propria interiorità, così, nella vita ordinaria, siamo preservati dalla visione dello spirituale che sta alla base del mondo materiale esteriore. Quando siamo nella vita abituale, si distende ciò che chiamiamo il velo dei sensi su quanto ne è spiritualmente alla base.

Perché succede questo? C’è un sentimento che insorgerebbe subito, se gli uomini vedessero lo spirituale come se niente fosse. Se l’uomo lo percepisse all’istante, senza la preparazione e maturità che acquisisce col partecipare ai processi della natura, proverebbe un sentimento che si potrebbe esprimere con le parole: terrore sconcertante o il più spaventoso smarrimento. Poiché i fenomeni sono così grandiosi e possenti che i concetti umani che acquisiamo nella vita ordinaria, quando anche imparassimo tanto, non bastano davvero a sopportare quella vista sconcertante; l’uomo sarebbe preso da un sentimento di terrificante smarrimento, da un aumento enorme della paura e del terrore. Come l’uomo arderebbe di vergogna se discendesse nel proprio interno senza preparazione, così impietrirebbe letteralmente dalla paura se guardasse dentro lo spirituale del mondo esteriore senza preparazione, poiché si sentirebbe portato come in un labirinto. Ma se l’anima si prepara attraverso tali concetti e rappresentazioni che vanno oltre l’esperienza ordinaria, allora può abituarsi gradualmente a vedere dietro il mondo dei sensi. Oggi, con la vita intellettuale, non è possibile - questo è già stato accennato - che l’essere umano attraversi ciò che sperimentavano a quei tempi gli uomini nei misteri nordici. Attraverso la sua vita intellettuale l’uomo non può più provare questa intensificazione dei sentimenti della primavera e dell’autunno. Gli uomini oggi pensano in modo molto, molto diverso da allora. Il pensare in quel tempo non era ancora formato. L’intellettualità si sviluppava solo a poco a poco. E con il suo sviluppo andava perduta per gli esseri umani anche la possibilità di avere tale esperienza. Ma l’uomo può, sotto un certo aspetto, riaverla in modo indiretto, in immagine riflessa, non per il fatto di provare quelle stesse sensazioni con i processi naturali esteriori, ma valendosi di esposizioni e descrizioni che gli vengono fornite a partire dalla visione del mondo spirituale e delle sue connessioni.

Simili descrizioni, oggi, nel nostro tempo presente, vanno pian piano offerte agli esseri umani, nel modo come ad esempio - non lo dico per immodestia, ma poiché lo si esige - vengono date nel mio libro appena pubblicato La scienza occulta 4 In questo viene esposto qualcosa del mondo che non è possibile percepire esteriormente, ossia partendo da un fondamento - vedremo ancora questo - da cui cose simili possono essere descritte; viene esposto ciò che sta spiritualmente alla base del mondo e che può vedere chi si è preparato nel modo appena descritto. I ’n tale libro non può esser letto come un libro qualsiasi - non è pubblicato per una semplice lettura -, ma va letto in modo che i concetti e le idee che vi sono contenuti suscitino dei sentimenti, in modo da sentire davvero con piena forza nell’anima quello che vi è rappresentato in concetti e idee. Se lo si legge così da provare nell’anima le più forti esperienze di sentimento, allora queste sono analoghe a quelle che sono state vissute in quei misteri nordici dell’Europa.

Noi troviamo in questo libro tutta una descrizione delle precedenti incarnazioni della nostra Terra, vi troviamo descritto uno stato saturnio, uno solare e uno lunare. Se non leggiamo come qualcosa di teorico l’esposizione che vi troviamo, ma se partecipiamo a quanto vi è descritto, se stiamo attenti al modo come è esposto, notiamo una diversità di stile tra le descrizioni degli antichi stati di Saturno, del Sole e della Luna. Se lasciamo agire su di noi quanto viene detto di Saturno, possiamo ritrovare qualcosa dell’intonazione primaverile del discepolo dei misteri nordici; e nella descrizione del Sole abbiamo qualcosa di analogo alla sensazione che afferrava costui nell’esultare di giubilo nella notte di San Giovanni, mentre la descrizione della Luna corrisponde a qualcosa del suo stato d’animo autunnale.5 Non per niente il libro s’è fatto attendere così a lungo,6 poiché è importante che le descrizioni svolte risveglino in noi sensazioni simili agli stati d’animo dei discepoli nei misteri nordici. E quando andiamo all’esposizione dell’evoluzione terrestre e teniamo conto di tutto questo, come lì è formato tutto lo stile, allora avremo uno stato d’animo come dev’essere quando si va verso l’inverno, verso il 21 dicembre, il solstizio invernale. Essa suscita la tristezza della morte, e ciò si trasforma poi nella suggestività del Natale. Può essere dato questo, oggi, al posto di quanto l’uomo non può più attraversare, poiché egli, appunto, si è innalzato da una vita nella sensazione all’intellettualità, al pensare. Per questo motivo oggi va nuovamente stimolato, attraverso il riflesso del pensare, un sentimento e una sensazione che originariamente si sono accesi sulla natura stessa. Così gli scritti scientifico-spirituali vanno oggi stilati e letti riguardo alla loro intonazione al corso dell’anno del divenire cosmico. Se si descrivesse solo teoricamente, sarebbe del tutto assurdo, non porterebbe a nient’altro che ad appropriarsi delle questioni spirituali come fossero ricette di un libro di cucina. La differenza tra i libri di scienza dello spirito e gli altri non sta nel fatto che si descrivono argomenti diversi, ma soprattutto nel modo in cui vengono date le cose. Da questo desumeremo ciò che dev’essere alla base dei libri scientifico- spirituali: gli argomenti sono colti a partire da certe profondità e, quale sia il compito del nostro tempo, dev’esserci dentro ciò che indirettamente, grazie ai pensieri, può accendere di nuovo i sentimenti.

Di che cosa dobbiamo tener conto per avere anche oggi una possibilità di trovare qualcosa che ci porti nuovamente fuori dallo smarrimento in cui si ritrova l’anima umana quando penetra nel labirinto degli eventi cosmici spirituali? Quando l’essere umano entra in questo labirinto, gli occorre una guida. E qualcosa che ci ha già fatto notare profeticamente il popolo greco che, per primo, ha preparato il pensare. Nella popolazione primigenia, originaria nordica, esistevano ancora le facoltà per leggere il grande scritto della natura, al tempo in cui i Greci si erano già sviluppati a un più alto punto di vista dell’intellettualità. E i Greci dovettero preparare quello che oggi noi dobbiamo sviluppare in massima misura. Certamente non si sarebbe ancora potuto scrivere una tale Scienza occulta in Grecia, ma, in modo diverso, per chi osava entrare nel labirinto del mondo cosmico spirituale, è stata data un’immagine, attraverso i Greci, per quanto riguarda la possibilità di avere un filo grazie a cui potersi ritrovare di nuovo dallo smarrimento del labirinto. Questo ci viene accennato nel mito di Teseo, che si reca nel labirinto col filo di Arianna. Per il tempo odierno, questo filo di Arianna non è nient’altro che un’immagine per i concetti che noi dobbiamo sviluppare nell’anima riguardo al mondo soprasensibile. E il sapere spirituale che ci viene offerto dalla scienza dello spirito, affinché possiamo entrare con sicurezza in quel labirinto del mondo spirituale del macrocosmo. Così quanto oggi ci vien dato nella scienza dello spirito, che innanzitutto parla soltanto alla ragione, dev’essere un filo di Arianna che ci aiuta a superare ogni smarrimento in cui potremmo giungere entrando impreparati nel mondo spirituale del macrocosmo.

Così vediamo che in realtà l’essere umano, quando vuole trovare lo spirito nel mondo esteriore, deve passare per una regione che, nella vita normale, attraversa incoscientemente; egli deve percorrere in modo cosciente quella corrente che gli porta via la coscienza. Quando poi egli lascia agire su di sé ciò che abbiamo mostrato come sensazioni che vengono accese o a partire dal divenire della natura stessa o grazie a concetti e idee che abbiamo appena caratterizzato, quando l’uomo si sviluppa in tal modo, allora egli acquisisce gradualmente la facoltà di avvicinarsi senza timore a quella potenza spirituale che altrimenti gli dovrebbe incutere paura e terrore. È il grande Guardiano della soglia che sta davanti al grande mondo spirituale, impercettibile per la coscienza ordinaria. Egli diventa percepibile per chi si prepara in modo adeguato. Pertanto, colui che si è preparato a uscire nel grande mondo spirituale, nel macrocosmo spirituale, intrepido davanti ad ogni smarrimento in cui potrebbe imbattersi, passa dinanzi al grande Guardiano della soglia che ci mostra anche come siamo ancora marginali e come dobbiamo sviluppare nuovi organi se vogliamo abituarci a quel grande mondo, al macrocosmo spirituale. L’uomo se ne starebbe scoraggiato e avvilito se si avvicinasse impreparato a quel grande Guardiano della soglia.

Abbiamo descritto come l’uomo sia, per così dire, rinchiuso in due confini. Lo abbiamo già fatto notare nell’ultima conferenza; oggi abbiamo descritto più dettagliatamente come l’uomo sia rinchiuso tra quelle due porte. Davanti a una vi sta il piccolo Guardiano della soglia e dinanzi all’altra il grande Guardiano della soglia. Una porta conduce nell’interiorità umana, nello spirito del microcosmo, l’altra nello spirito del macrocosmo. Dobbiamo però renderci anche conto che da quello stesso macrocosmo in cui veniamo portati giungono le forze che ci edificano. Da dove viene tratto il materiale per il nostro corpo fisico e per quello eterico o vitale? Ciò che genera il corpo fisico e il corpo eterico, tutte quelle forze che in tal modo confluiscono per costruire ciò che è così pieno di saggezza, tutto questo ci si fa incontro realmente dispiegato nel grande mondo. Poiché, se siamo passati davanti al grande Guardiano della soglia, non ci viene incontro solo della conoscenza sul macrocosmo. Si possono acquisire conoscenze del grande mondo. Ma pur acquisendole, non si è ancora trovato il proprio accesso nel mondo degli effetti operanti e delle forze. Poiché non sarebbe possibile edificare il nostro corpo a partire dalle cognizioni; esso dev’essere costruito partendo da forze. Se passiamo davanti al grande Guardiano della soglia, a quel singolare e misterioso essere spirituale, entriamo dunque in un mondo di azioni e forze sconosciute. Di quel mondo va detto che l’uomo dapprima non ne sa nulla, poiché vi si dispiega davanti il velo del mondo dei sensi. Ma sono quelle forze che fluiscono in noi, per le quali sono connessi i nostri corpi fisico ed eterico o vitale.

Tutte queste interazioni, queste reciproche azioni fra il grande e il piccolo mondo, di attività tra ciò che vi è dentro e ciò che vi è fuori e si nasconde attraverso il velo dei sensi, sono contenute nello labirinto che ci fa smarrire. Qui penetriamo in una vita attiva. Questa vita vivente è ciò che innanzitutto dobbiamo pure descrivere e domani vogliamo iniziare a prendere visione di ciò che l’essere umano non può di certo percepire, ma che tuttavia si mostra in lui come effetti, come abbiam visto, se varca l una o l’altra porta, se passa davanti al piccolo o al grande Guardiano della soglia.

5°Le regioni interiori dell’uomo e la loro connessione con l’evoluzione cosmica - Quarta Conferenza

Vienna, 24 Marzo 1910

Miei cari amici !

Ieri abbiamo concluso accennando ai due limiti in cui l’uomo si trova confinato con la sua coscienza normale; quindi oggi inizieremo, in certo modo, a indicare le regioni che risiedono al di là di questi limiti e che l’uomo trova quando, grazie al già accennato sviluppo della sua anima - e che più avanti, in queste conferenze, vedremo condurci ancor più lontano -, varca l una o l’altra delle porte riuscendo a superare quelli che si chiamano il piccolo e il grande Guardiano della soglia.

Oggi vogliamo innanzitutto un po’ tentare di raccapezzarci su come siano le esperienze dell’uomo, quando egli, passando davanti al piccolo Guardiano della soglia, discende coscientemente nel proprio interno. Sappiamo che questa discesa, nella vita ordinaria, si ripete ogni giorno quando ci si desta, e abbiamo già sufficientemente sottolineato come in questo momento del risveglio sorga l’impossibilità di guardare realmente ciò in cui ci si inserisce e si vive come nel proprio intimo. Se vogliamo capire in che cosa ci immergiamo e viviamo qui dentro, è necessario tener presente, in modo un po’ dettagliato, quanto è già stato brevemente accennato nelle conferenze pubbliche,1 ma che ora andremo ad esaminare ancor più accuratamente. E qualcosa che è in relazione con tutta l’evoluzione umana.

Sappiamo che l’essere umano nel corso della sua vita si sviluppa da un gradino all’altro. Già nella vita che si svolge tra la nascita e la morte, egli attraversa un’evoluzione che lo porta dalle condizioni iniziali della vita, in cui possiede capacità e forze minime, ad uno sviluppo sempre maggiore di facoltà, talenti e forze. Come avviene propriamente questa evoluzione nella vita ordinaria? Essa si svolge in modo tale che, come abbiamo già evidenziato, l’addormentarsi e il destarsi vi esplicano un ruolo essenziale. Se consideriamo ciò che l’uomo nella sua gioventù attraversa di giorno in giorno come esperienze di apprendimento e se ci rappresentiamo come queste si trasformino in facoltà, in capacità, allora dobbiamo rivolgere lo sguardo sullo stato di sonno, che solo rende possibile la loro trasformazione nell’anima umana in facoltà e in forze. Noi ogni sera, quando ci addormentiamo, ci portiamo realmente dietro, dalla vita diurna, qualcosa nella nostra anima; e quanto ci portiamo con noi, ciò che scaturisce come frutti delle nostre esperienze, noi lo ritessiamo durante il sonno; lo rielaboriamo e lo rimaneggiamo così da coagularsi in nostre capacità e forze. Un esempio esplicativo ci deriva quando guardiamo a quanto abbiam dovuto impegnarci nella nostra gioventù, giorno per giorno, diciamo, per imparare a scrivere. Qui abbiamo fatto sfilare davanti alla nostra anima esperienze di vario genere. Ma tutte quelle esperienze non ci stanno affatto dinanzi all’anima, quando noi oggi ci mettiamo a scrivere ed esercitiamo l’arte della scrittura per esprimere i nostri pensieri. Quanto vi abbiamo sperimentato in fatto di tentativi di formare questa o quella lettera si è, per così dire, condensato insieme alla capacità di scrivere. E ciò che ci ha trasformato in questa capacità tutte quelle esperienze che si svolgevano di giorno in giorno, sta in fondo alla nostra anima, ma può operare in modo giusto solo se, in certo qual modo, non siamo presenti.

Ne possiamo già desumere che nella nostra interiorità vi sia qualcosa di superiore rispetto a tutta la nostra vita cosciente. Poiché se volessimo trasformare le nostre esperienze solo con le nostre proprie forze, ne verrebbero fuori delle belle. Vi sono in noi forze superiori rispetto a quelle che usiamo con la nostra vita cosciente. Queste forze superiori entrano in attività durante la vita di sonno, quando noi siamo in uno stato incosciente. In questa vita di sonno, delle esperienze vengono trasformate in capacità e l’anima viene resa sempre più matura. Così un essere più profondo lavora in noi per favorire la nostra evoluzione e accoglie, quando ci addormentiamo, le esperienze del giorno e le rielabora così che esse siano per noi disponibili come capacità in un periodo successivo della vita. A partire dal sonno, però, noi ricaviamo assai più di quello che abbiamo inizialmente portato entro lo stesso solo con le nostre esperienze coscienti. Durante il giorno, dal mattino fino alla sera, consumiamo delle forze, partecipando a eventi che accadono intorno a noi. La sera avvertiamo queste forze consumate per via della fatica. E ciò che durante il giorno logoriamo in fatto di forze, di notte viene di nuovo ricaricato nella vita di sonno. Lo avvertiamo al mattino. Altre forze ci affluiscono dalla vita di sonno in sostituzione di quelle che abbiamo consumato durante il lavoro diurno. Quindi affluiscono in noi, a partire dalla nostra vita di sonno, tutta una somma di forze di cui abbiam bisogno per la nostra vita giornaliera.

Così ci sviluppiamo di gradino in gradino, ma sappiamo pure che questa evoluzione ha un limite ben determinato. Al mattino, ad ogni risveglio, ritroviamo gli stessi corpi fisico ed eterico o vitale e sappiamo che, in fondo, siamo anche poco in grado di trasformarli con le nostre proprie forze, con le nostre proprie acquisizioni, e di plasmarli a forme superiori. Chi conosce un po’ la vita sa di certo che vi è fino a un certo grado la possibilità di trasformarsi anche fin dentro il proprio corpo fisico. Se osserviamo un uomo che ha passato dieci anni dedicandosi ad acquisire esperienze conoscitive più profonde, quelle esperienze di conoscenza che non rimangono teorie esteriori, bensì afferrano tutta la vita dell’anima e rendono l’uomo, per così dire, qualcosa di diverso, allora, se dopo dieci anni paragoniamo il suo aspetto con quello precedente, possiamo formarci una rappresentazione di come le conoscenze conseguite abbiano lavorato in lui nei tratti del suo volto e come questi siano diventati diversi. Qui vediamo come ciò che si sviluppa nell’anima configuri plasticamente anche la corporeità esteriore. Ma scorgiamo pure come ciò sia propriamente limitato, e dev’essere così, poiché noi ogni mattina ritroviamo essenzialmente i nostri corpi fisico ed eterico nella stessa forma e con le stesse predisposizioni che abbiamo ricevuto alla nascita. Possiamo modificare poco di quelle attitudini. Mentre possiamo, in modo proporzionale, sviluppare molto riguardo alla nostra anima, alla forza intellettuale, a quella spirituale, ed anche riguardo alla forza di volontà della nostra interiorità, possiamo invece influire ben poco sulla trasformazione dei nostri involucri esteriori, dei nostri corpi fisico ed eterico nella vita tra la nascita e la morte. Tuttavia, durante tutta la vita tra la nascita e la morte, devono essere attive delle forze interiori, e tali forze vanno continuamente alimentate perché la vita continui.

Al momento della morte vediamo ciò che avviene del corpo fisico dell’uomo, quando non vi lavora di continuo il corpo eterico o vitale. Le vere forze fisiche, quelle fisiche e chimiche del corpo fisico, si fanno valere dopo la morte. Allora operano la decomposizione e il dissolversi del corpo fisico. Che quanto in genere insorge al momento della morte col corpo fisico non possa aver luogo tra la nascita e la morte, è dovuto al corpo eterico o vitale con le sue forze interiori. Questo nel periodo tra la nascita e la morte è un fedele lottatore contro il disfacimento del corpo fisico. In ogni momento il nostro corpo fisico sarebbe pronto a disgregarsi, se non gli fossero alimentate nuove forze a partire dal corpo eterico o vitale. Ma anche questo corpo eterico riceve quanto gli è necessario da forze interiori ancor più profonde, da ciò che chiamiamo corpo astrale, il portatore di piacere e dispiacere, gioia e dolore e così via, in modo che sempre il corpo interiore corrispondente dirige l’attività e lavora al correlativo corpo esteriore. Quindi, quello che è a noi visibile esteriormente viene mantenuto di continuo dalle forze interiori. Se l’essere umano, al risveglio, potesse immergersi coscientemente nella sua corporeità vedrebbe proprio come il corpo astrale lavori al corpo eterico o vitale e come il corpo eterico lavori al corpo fisico; ma ciò gli si sottrae per il fatto che, durante questo discendere entro i suoi corpi, il suo sguardo viene distolto dalle cose e dagli avvenimenti esteriori.

L’uomo, però, attraverso lo sviluppo graduale della sua anima e la possibilità di sperimentare coscientemente il momento del risveglio, quindi l’entrata nella sua corporeità, acquisisce, in certo modo, conoscenza di ciò che opera e vive lì, nella sua interiorità, di quanto lì crea e plasma. Noi parteciperemo all’interiore meccanismo della nostra propria umanità, se saremo capaci di immergerci - e questa parola sia intesa nel senso migliore - misticamente nella nostra propria interiorità. In tal caso, che cosa dobbiamo raggiungere - in che modo lo raggiungiamo ne parleremo - se vogliamo discendere in modo cosciente nella nostra propria interiorità? Poiché dobbiamo proprio far in modo che al risveglio le impressioni esterne non disturbino. Dobbiamo prepararci così da esser in grado di risvegliarci senza che le impressioni visive, le impressioni uditive e via dicendo, si accostino subito alla nostra anima. Dobbiamo metterci nella possibilità, a partire da un altro stato di coscienza com’è dato nel sonno, di familiarizzarci con l’esistenza cosmica, così da fermare tutte le impressioni esteriori. Se vi riusciamo, arriviamo dinanzi al piccolo Guardiano della soglia. Per come si presenta, ne parleremo subito dopo. Supponiamo, per il momento, di essergli passati davanti, di aver varcato la soglia che porta nel nostro proprio interno. Qui veniamo a conoscere, come veri e propri mistici, qualcosa di cui prima, però, non potevamo farci alcuna idea. Le descrizioni esteriori che, nella maggior parte dei manuali di teosofia, vengono date del corpo astrale, del corpo eterico o vitale e del corpo fisico, quando questi vengono visti dall’interno, non sono molto di più che descrizioni del tutto approssimative che possono sì indicare quello di cui si tratta, ma una vera conoscenza di quello in cui ci immergiamo al risveglio è possibile solo se, con pazienza per molto tempo, ci si avvicina dai più diversi lati alle grandi verità dell’esistenza. E così oggi vogliamo tentare di penetrare da un lato ben preciso in questi misteri. Quando l’uomo, dunque, non ha bisogno innanzitutto di vedere ciò che può agire su di lui dall’esterno, allora impara a conoscere in maniera, diciamo, sentimentale ciò che abitualmente si chiama anima e che è ancora qualcosa di molto diverso da ciò che ordinariamente ci rappresentiamo. Egli conosce che quest’anima umana, pur essendo in realtà piccola, è però paragonabile a qualcosa di grande, e che le singole facoltà che essa possiede e all’interno delle quali si può sviluppare, sono modeste rispetto alle facoltà di quel grande elemento a cui l’anima può sentirsi affine. E si impara a riconoscere, quando ci si immerge nel corpo fisico e in quello eterico, che si è davvero usciti da una realtà, col risveglio, e che, dall’addormentarsi fino al destarsi, si era in un mondo diverso, in un mondo in cui vi è essenzialità simile alla nostra stessa anima, ma con tutto molto più grande, molto più possente in fatto di qualità e capacità rispetto ad essa. Così quest’anima umana si sente assai piccola al momento del risveglio, quando è passata davanti al piccolo Guardiano della soglia. Lì essa può dirsi: «Sì, io sono veramente piccola, poiché ora, in questo momento del risveglio, non avrei nulla in me di quello che potrei dare a me stessa, se non fossi uscita e non fossi stata riversata nel grande e possente mondo che ha facoltà analoghe alle mie, solo intensificate all’infinito, e se queste non avessero fatto affluire in me quello di cui ho bisogno; oh, agirei in modo alquanto sgomento, se dovessi a questo punto affrontare la mia propria interiorità!». Ora l’anima si rende conto che ha bisogno di quanto è affluito in lei durante tutta la notte; essa si accorge che si è riversato in lei ciò che ha analogia con le sue tre forze fondamentali.

E quali sono queste tre forze? La prima è quella che si chiama volontà; tutto quello che è volitivo è una forza animica fondamentale che ci spinge a volere questo o quello nella vita.2 La seconda forza animica basilare è il sentimento, quella forza che riesce a far sì che la nostra anima sia attratta da una cosa e respinta da un’altra, senta gioia per l una e dolore per l’altra. E la terza forza è il pensare, la possibilità di giungere a delle rappresentazioni sopra le cose. Queste sono le tre forze fondamentali dell’anima umana. E sappiamo anche che tali forze sono l’effettivo valore, quello che possiamo perfezionare nella vita fra la nascita e la morte. Se sviluppiamo sempre più la nostra volontà e la rendiamo sempre più forte, allora diventiamo uomini in grado di intervenire con efficacia nella vita. Se educhiamo sempre più i nostri sentimenti, diventiamo uomini in grado di soppesare con sempre più sicurezza ciò che nel mondo è giusto o sbagliato, sentendo con piacere quanto è corretto e giusto, ma con dolore ciò che è erroneo e ingiusto. E se perfezioniamo il nostro pensare, diventiamo sempre più capaci di sviluppare ciò che chiamiamo una saggia comprensione del mondo, per cui ci adattiamo con saggezza ai fenomeni del mondo. Per tutta la vita tra la nascita e la morte lavoriamo a queste tre forze animiche fondamentali.

Se però noi, al mattino, ci svegliamo in quella condizione che è stata descritta, dove siamo passati davanti al Guardiano della soglia, allora notiamo che tutto ciò che nella nostra vita possiamo elaborare in noi in fatto di volontà, di sentimento e di pensare, è una piccolezza in confronto alla forza dei pensieri, alla forza del sentire e a quella del volere che sono dispiegate nel mondo spirituale, da cui veniamo fuori al mattino, al momento del risveglio; e ci accorgiamo di aver bisogno di quanto abbiamo assorbito nella notte, poiché non arriveremmo lontani, se sviluppassimo soltanto ciò che di pensieri, di sentimenti e di volontà possiamo svolgere attraverso la vita diurna. Quindi, come un dono dal mondo spirituale, dalle forze superiori del pensare universale, del sentire universale e del volere universale, ci deve affluire, per tutta la notte, quello che discende con noi nella nostra propria interiorità. Se ci siamo innanzitutto resi conto di aver assorbito, nella nostra anima, volere cosmico, sentire cosmico e pensare cosmico, riconosciamo che queste tre forze fondamentali non sono quanto abbiamo acquisito dalla vita per noi stessi riguardo a pensare, sentire e volere, ma qualcosa che ci fluisce dall’addormentarci fino al risveglio senza il nostro intervento.

Mentre con la nostra anima che si è, per così dire, completamente impregnata di quelle qualità ci immergiamo nella nostra propria corporeità, notiamo che queste forze basilari si trasformano e assumono un altro aspetto. Ci accorgiamo cioè che quanto conosciamo, in una debole rappresentazione, come volontà della nostra anima, ma portiamo con noi da una misura infinitamente assai più grande di volontà cosmica, nell’affluire si trasforma in qualcosa che ci rende capaci di essere degli esseri dotati di movimento che, a partire dalla loro interiorità, hanno la capacità di muovere gli arti nel piccolo come nel grande. Si riversano in noi la possibilità e la capacità che vediamo emergere esteriormente quando guardiamo un uomo che esegua il lavoro del giorno con i suoi movimenti. Ciò che vi fluisce in noi, quanto noi attingiamo dalla volontà cosmica diviene visibile esteriormente nel movimento dei nostri arti, in tutta la nostra mobilità. Ciò che è volontà cosmica si manifesta in noi come forza, come interiore forza che ci pervade. Noi ora vediamo come, in effetti, la forza che ci compenetra, che generalmente avvertiamo soltanto animicamente, ci affluisca a partire dalla volontà cosmica. Diviene per noi una verità che scorra volontà attraverso l’universo, che la volontà del cosmo ci pervada e che solo grazie a questa siamo uomini in movimento, uomini che possono muovere i loro arti, uomini che hanno attività autonoma; e che essa ci affluisca al mattino dopo averla assorbita nella nostra anima nello stato di sonno. Noi, durante il giorno, consumiamo questa volontà cosmica che si riversa in noi al mattino. Nella vita normale di tutti i giorni non sentiamo questo riversarsi. Ma quando siamo passati davanti al Guardiano della soglia, sentiamo operare continuamente in noi stessi tutto il volere del macrocosmo, poiché ci sentiamo cresciuti con la volontà universale in modo unitario. È un sentimento infinitamente importante che, a quel punto, proviamo. In quel momento ci sentiamo come collegati, come inseriti nell'intera volontà dell'universo.

Ciò che, invece, nella vita animica abituale conosciamo come la forza del sentire è stato da noi attinto, per così dire, da un serbatoio infinito di sentire cosmico; esso affluisce in noi. E si trasforma in modo tale che per chi è sviluppato fino ad un certo grado diviene interiormente visibile come se, con tale sentimento universale,3 lo attraversasse qualcosa che, volendolo paragonare con qualcosa nella vita, si può soltanto paragonare alla luce.4 Come se venissimo interiormente pervasi di luce; è così quando si guarda su quanto si riversa in noi come effetto del sentimento universale ricevuto nel sonno. Questo sentimento cosmico affluente diventa luce in noi, luce interiore; esternamente non è visibile, ma l’uomo divenuto chiaroveggente, quando è passato davanti al piccolo Guardiano della soglia, vede che, effettivamente, la luce di cui ha bisogno per la sua vita interiore non è altro che un risultato di quello che ha assorbito di notte come sentimento universale. Quindi vediamo già come l’uomo, quando è dedito alla sua propria interiorità, provi qualcosa del tutto nuovo riguardo alla sua anima. Egli sperimenta quanto gli affluisce dal macrocosmo e ciò che ne diviene nella sua interiorità. E si ha veramente ed essenzialmente davanti a sé quello che è il corpo astrale, quando si sentono fluire in sé le forze e le capacità del sentire5 delle entità del cosmo esteriore.

Ciò che costituisce la forza del pensare si presenta poi in modo da operare in noi quale coordinatore, quale regolatore tra quanto ci affluisce come forza del movimento e ciò che ci si riversa come luce interiore. Fra queste due forze deve venir creato una sorta di equilibrio così che non sorge mai un rapporto scorretto tra quanto emerge come sentimento interiore e ciò che risulta come impulso dell’attività. Se non fosse creato il giusto rapporto tra luce interiore e impulso all’attività, la corporeità umana non sarebbe mantenuta in modo corretto a partire dall’interno. Se l una o l’altra fosse presente in sovrabbondanza, l’uomo soccomberebbe. Soltanto nel giusto equilibrio l’uomo può sviluppare le sue proprie forze, in modo che esse siano utili in modo corretto alla sua esistenza esteriore.

Vediamo dunque queste tre forze lavorare all’essere umano nello stato di sonno e continuare ad operare in noi tanto da spronare il nostro uomo esteriore dal mattino fino alla sera, così che egli possa portare a compimento quanto deve. Se prendiamo in considerazione questo fatto, possiamo dirci che la nostra anima, in effetti, è ben piccola in confronto a quanto c’è nel grande mondo, in cui eravamo riversati durante lo stato di sonno, tuttavia vi è affine. Come nella nostra anima si sviluppano, a poco a poco, a un livello sempre superiore pensare, sentire e volere, così è riversato fuori nel mondo invisibile, soprasensibile, ciò che è sentire cosmico, pensare cosmico e volere cosmico.

E si fa ancora un’altra esperienza che scaturisce quale esperienza diretta. Sebbene quest’anima oggi sia piccola rispetto alla grande anima universale, tuttavia è avviata a divenire come quella. La sua capacità di pensare, la sua attitudine a volere e la sua facoltà di sentire sono oggi ancora piccole, ma sono sulla via di diventare come quel grande sentire universale, pensare universale e volere universale. Questa è un’esperienza che si vive. L’altra è che si sa con precisione che quanto vi appare come un macrocosmo molto possente, come sentire, pensare e volere universali, è stato una volta come la nostra anima; da simili stati piccoli iniziali si è dovuto evolvere a quella immensa grandezza.

Quando si hanno questi due sentimenti, qualcosa si depone come un frutto sull’anima del mistico, che consiste nel dirsi: «Come sarebbe andato, se quegli esseri che hanno creato ciò che oggi è dispiegato nell’universo e ci danno quanto abbiamo bisogno per la nostra vita, non avessero fatto nulla per la loro evoluzione? In una sconfinata lontananza del passato erano altrettanto deboli come noi in quanto a forze del sentire, del pensare e del volere. ( ’n tempo erano deboli come la nostra anima, e oggi essi sono talmente forti da non essere più destinati a ricevere, ma da avere soltanto il compito di dare. Che ne sarebbe stato di noi, se essi non si fossero ulteriormente evoluti? Da noi stessi non avrebbe potuto saltar fuori nulla! Noi non potremmo esserci!». Questo è il vivace sentimento che si posa sulla nostra anima, un sentimento di gratitudine infinita. Se sappiamo apprezzare il valore della nostra esistenza, ci pervade un sentimento di infinita riconoscenza. Tale sentimento è una realtà per ogni vero e autentico mistico, non è per niente qualcosa che si può anche solo paragonare a quanto l’essere umano ha nella vita ordinaria come senso di gratitudine. E un sentimento che sorge nella nostra interiorità, come inebriante e pervaso di beatitudine, e che ci deve essere, poiché appartiene alle più importanti esperienze del mistico. Quello che oggi il mondo esteriore chiama mistica, abitualmente non sono nient’altro che parole. Il vero e autentico mistico conosce questo sentimento di gratitudine con cui egli guarda al grande mondo e si dice: «Che cosa saresti tu, se quegli esseri che ti precedevano non avessero fatto di tutto per innalzarsi a quell’altezza che rende loro possibile di donarti, ogni notte, quanto hai bisogno e di farlo affluire nella tua corporeità?». Chi non ha mai sentito nel più profondo del cuore questo sentimento di riconoscenza verso il macrocosmo, non è un vero mistico.

E a questo sentimento se ne allaccia un altro, un sentimento che è da caratterizzare con le seguenti parole: «Se oggi siamo all’inizio, come una volta lo furono quegli esseri, non dobbiamo, a questo punto, lavorare a noi stessi per raggiungere la nostra meta nell’esistenza universale? Non dobbiamo fare di tutto per uscire dal nostro piccolo pensare, sentire e volere, affinché un giorno avremo non solo bisogno di prendere, ma anche possibilità di dare, e per poter far riversare ed effondere qualcosa in modo simile a come si riversa qualcosa in noi, quando nello stato di sonno siamo abbandonati al macrocosmo?». Questo sentimento si risolve in un gigantesco impegno per lo sviluppo della nostra anima. Noi ci diciamo poi da veri ed autentici mistici: «Tu trascuri il tuo dovere se non fai di tutto per evolvere le forze della tua anima, che ancora oggi sono presenti in minima misura, fino a quell’altezza che esse possono raggiungere e di cui hai un esempio quando guardi in alto verso il macrocosmo da cui tu suggi le tue forze. Se non ti evolvi, ti irriti e opponi resistenza alla tua propria evoluzione; contribuirai a far sì che un giorno degli esseri non si potranno evolvere allo stesso modo come tu ora lo puoi fare. Allora contribuirai alla loro distruzione, invece che al progresso, al rinnovamento e alla creazione del mondo». Questo è l’altro sentimento che sorge per il mistico, e noi vediamo che si modifica, in modo singolare, quanto in genere si sperimenta nell’anima, la somma di brame, istinti, passioni e così via. Quel che noi conosciamo di solito come senso di gratitudine diventa un immenso sentimento di riconoscenza nei confronti del macrocosmo e ciò che nella vita sentiamo come dovere cresce a enorme impegno verso la propria evoluzione cosciente.

Questi sono i due sentimenti e impulsi che pervadono la nostra anima quando passiamo davanti al Guardiano della soglia. E tali sentimenti costituiscono ciò che ci rende possibile di riconoscere veramente nella sua essenza il corpo astrale dell’essere umano. Quando questi sentimenti vivono in un uomo così come sono stati descritti, ed egli si dedica loro sempre di più, dandosi al sentimento di gratitudine nei confronti del macrocosmo e ai sentimenti del dovere nei confronti del divenire del mondo, quando egli ne lascia pervadere e pulsare completamente la sua anima, allora gli si apre l’occhio veggente; via via ha davanti il proprio corpo astrale, il più intimo involucro di cui è circondato e che non vede nella coscienza ordinaria, ma che può percepire se ha la pazienza di lasciare agire tali sentimenti abbastanza a lungo sulla sua anima. Allora ci sta davanti la vera figura della nostra vita astrale, quel corpo che è generato a partire dal macrocosmo. Tuttavia, se vogliamo vedere questo corpo astrale e sentire, in forza sufficiente, come una verità che lo spirito sta a fondamento di tutto il sensibile, dobbiamo passare proprio davanti al Guardiano della soglia.

Dobbiamo anche considerare il rovescio di ciò che appunto è stato descritto come lato positivo. Abbiamo visto che tutto quello che è volontà cosmica ci pervade di forza volta all’attività, tutto quello che è sentire cosmico ci inonda di luce e tutto quello che è pensare cosmico ci affluisce come forza coordinatrice. Sono gli elementi di cui abbiam bisogno, senza i quali non possiamo vivere e, se non ci fossero forniti, non potremmo esistere come uomini. Paragoniamo ora ciò che lavora in noi con quanto è proprio già nostro. A questo punto, ci si presenta molto chiaramente ciò che fino ad ora l’anima ha elaborato in quanto a forze del pensare, forze del sentire e forze del volere. Soprattutto, ci si manifesta quanto abbiamo omesso di acquisire riguardo alla forza della volontà, all’intelligenza del pensare e alla forza del giusto e adeguato sentire.6 Ci si mostra che tutto ciò che abbiamo svolto per acquisire intelligenza si può unire con quanto ci inonda di luce dal sentire cosmico e che tutto ciò che invece abbiamo tralasciato nello sviluppo di essa si presenta come un ostacolo. Ci affluisce minor quantità dalla luce del sentire universale, quando noi stessi abbiamo trascurato di lavorare all’evoluzione della nostra intelligenza, della nostra propria forza del pensare. Se vogliamo progredire nell’esistenza del mondo, il nostro pensare deve stare in giusto rapporto a ciò che assorbiamo in noi dal sentire universale.

Chi volesse soltanto mettere insieme queste cose, potrebbe facilmente essere tentato di credere che quanto noi acquisiamo di intelligenza umana partendo dalle forze del pensare vada assommato e unito a ciò che ci affluisce dal pensare universale. Ma sarebbe una combinazione esteriore, una mera teoria e non corrisponderebbe alla realtà. In verità si assommano pensare umano e sentire cosmico. Viene fatto spesso Terrore di combinare qualcosa di sbagliato dagli accenni dati, ad esempio uguale con uguale o simile con simile. Ma le cose non stanno così da cavarsela col pensare umano combinatorio. Dunque, sentire cosmico come lo assorbiamo nel sonno si assomma con intelligenza umana. Quanto più si ha intelligenza, tanto più essa illumina ciò che ci dà il sentire universale come luce interiore. Ma in questa luce, in questo sentire cosmico vediamo, in certo qual modo, riversarsi dell’oscurità, delle tenebre che si oppongono, allorché tralasciamo di fare qualcosa per lo sviluppo del nostro pensare, della nostra intelligenza. Tutti i peccati di omissione che l’uomo compie per essere troppo pigro a sviluppare le forze del pensare si pagano col fatto che egli toglie qualcosa alla sua luce interiore e da sé vi aggiunge delle tenebre, dell’oscurità. Vediamo così lo spirito tessere alla nostra propria interiorità. Ora, qualcuno potrebbe dire: «Questo per me è veramente qualcosa di molto sgradevole, se devo pensare che vi è nel mondo una strana corrente come quella scientifico-spirituale che incomincia ora a richiamare l’attenzione degli uomini su tali fatti. Gli uomini finora non hanno anche vissuto, e vissuto molto felicemente con il fatto che essi si sono, per così dire, rinchiusi nei due limiti e sono graziosamente rimasti nel margine di vita che si estende tra il piccolo e il grande Guardiano della soglia? Al loro sostentamento vi hanno provveduto le potenze spirituali, di cui essi finora non si sono fatti alcuna rappresentazione; non potrebbe andar avanti così?». Anche se gli uomini di oggi non si esprimono così, tuttavia pensano: «Che cosa ce ne frega oggi di questa corrente cosmica! Preferiamo attenerci alla vita com’è trascorsa finora. Poiché alla fin fine si sarebbe invitati addirittura ad accorgersi di quanto luce e tenebre si frammischino in noi stessi. Fino ad oggi si sono occupate le potenze spirituali del fatto che la storia non rientrasse nel disordine; ora potremmo noi stessi venir a sapere qualcosa in merito, ma potremmo mettere in disordine la storia. Preferiamo evitarlo!». Qualcuno potrebbe arrivare a questa disposizione d’animo, ed oggi sono ancora molti con tale atteggiamento, tanto da dirsi: «Vogliamo mangiare e bere che sviluppano forza necessaria all’esterno, ma non vogliamo andare oltre; lasciamo fare agli dèi che se ne sono occupati finora!».

In fondo, non sarebbe un’obiezione insensata, poiché finora, effettivamente, gli uomini, fino al loro stadio evolutivo attuale, hanno potuto assorbire sufficienti forze dal sonno; c’erano le forze del macrocosmo di cui l’anima si riempiva ed essa veniva nutrita con quanto quelle elevate entità spirituali avevano accumulato. Finora è stato così. Ma non possiamo attenerci a delle astrazioni, bensì, proprio in questo campo, dobbiamo attenerci alla realtà. E questa realtà appare in modo tale che anche le condizioni spirituali fondamentali della nostra vita universale cambiano di epoca in epoca. Quelle potenze cosmiche a cui siamo abbandonati ogni notte, fin dall’inizio, poiché vi era un essere umano che si evolveva, hanno fatto assegnamento su questo essere umano; si aspettavano che anche a partire dagli uomini dovesse affluire della luce verso l’alto. Esse non hanno una riserva inesauribile di luce, ma una che diminuisce gradualmente, che sprigionerebbe forze sempre più esigue se non scorresse, verso il sentire universale e la luce universale generale, nuova forza, nuova luce dalla vita umana stessa, grazie al lavoro sull’umano pensare, sentire e volere e allo sforzo per salire ai mondi superiori. E ora viviamo nell’epoca in cui è necessario che davvero gli uomini diventino consapevoli che non conviene solo abbandonarsi a quello che affluisce loro, ma che, da parte loro, devono cooperare al divenire del mondo. Non è affatto un qualche ideale ordinario che si pone la scienza dello spirito. Essa davvero non lavora come altre correnti spirituali e concezioni del mondo che si entusiasmano per questo o quell’ideale e non possono addirittura far altro che predicarne agli altri uomini. Fin tale impulso non c’è in coloro che oggi annunciano la scienza dello spirito a partire dalla vera missione del mondo. Ma vi è la conoscenza del fatto che certe forze che sono nel macrocosmo cominciano ad esaurirsi e noi andiamo incontro a un avvenire in cui, se l’uomo non lavorasse all’evoluzione della propria anima, esse affluirebbero in modo insufficiente da quei mondi superiori, poiché la loro quantità che scorre giù inizia a poco a poco a venir meno. Noi viviamo in quest’epoca. Perciò la scienza dello spirito deve trovare il suo accesso nel mondo; deve penetrare nell’esistenza non a partire da un impulso arbitrario, ma dalla necessità del nostro tempo, affinché possa portare gli uomini a rimpiazzare di nuovo quanto s’è esaurito di quelle forze affluenti. Da questa conoscenza, la scienza dello spirito trae i suoi impulsi dal presente, ed essa oggi non agirebbe ancora se tale fatto non ci fosse, ma verrebbe tranquillamente lasciata a se stessa come l’evoluzione dell’umanità finora. Essa però prevede che, se nei prossimi secoli non vi sarà un numero sufficiente di uomini capaci di elevarsi col loro lavoro nei mondi spirituali, il genere umano ne porterà giù sempre meno forze e la conseguenza sarà un impoverimento degli uomini in quanto a forza spirituale, un generale inaridimento della vita umana. Gli uomini diventerebbero deboli riguardo a quanto hanno da compiere nel mondo. Avrebbe luogo un disseccarsi della vita umana, come un albero che dissecca, non ricevendo più linfa vitale. Fino ad oggi le forze sono state portate dall’esterno all’umanità, e chi considera solamente la vita esteriore, vive spensierato e crede che esiste soltanto il mondo sensibile esterno, non sa proprio nulla dei cambiamenti che avvengono dietro ad esso. E appartiene a questi importanti cambiamenti l’esaurirsi delle forze superiori e la necessità che tali forze vengano generate dagli uomini stessi. Se l’evoluzione ulteriore dell’umanità venisse lasciata in mano a degli uomini superficiali che si attengono solo al mondo fisico esteriore, insorgerebbe un disseccamento, un inaridimento di tutto il genere umano sulla Terra.

Qui abbiamo toccato il punto più profondo a partire dal quale lo scienziato dello spirito riceve la consapevolezza che questa scienza dello spirito va annunciata affinché gli uomini prendano la loro propria decisione se voler collaborare o no a questo lavoro necessario. Su questo punto di svolta nell’evoluzione dell’umanità avremo ancora da parlare nelle successive conferenze. Ma ora vogliamo ancora una volta rivolgere lo sguardo spirituale su quanto abbiamo appena toccato. Rivolgiamolo su tutto ciò che vi è nella nostra anima in quanto peccati di omissione e che si mostra come intralcio per quelle forze che ci affluiscono dall’alto. Tutti i peccati di omissione del pensare penetrano, per così dire, come tenebre nella luce che arriva dal sentire universale. E, in modo simile, i nostri peccati di omissione che riguardano il sentire penetrano nelle forze dei nostri movimenti, e quelli che riguardano il volere inibiscono l’attività coordinante del pensare cosmico. Ci si pone davanti in modo vivente ciò che la nostra anima ha tralasciato attraverso la sua precedente evoluzione e quanto si inserisce come un possente ostacolo in tutto il progresso della vita. In quello che le potenze superiori ci danno, in ciò che in tal modo lavora su di noi, in ciò che sviluppa forza dal volere cosmico, luce dal sentire cosmico e ordine e armonia dal pensare cosmico, in tutto questo si inserisce quanto noi stessi siamo con tutta la nostra debolezza, per il fatto che finora, appunto, ci siamo sviluppati soltanto nella misura in cui ci siamo evoluti. Qui siamo di fronte alla giusta conoscenza di noi stessi. E appare quale tenebra, quale figura oscura come davanti a un’immagine luminosa, quello che noi siamo diventati con i nostri peccati di omissione, ciò che noi abbiamo da riparare di noi stessi attraverso lo sviluppo corretto delle nostre forze animiche. Ci si pone davanti all’anima quello che non siamo divenuti, ciò che di ostacolo abbiamo frapposto al divenire cosmico,7 e ci si manifesta in modo molto chiaro inviando i suoi raggi da tre lati. Ciò che non siamo diventati manda i suoi raggi verso tre lati. Così vediamo dapprima quali ostacoli procuriamo al divenire cosmico per aver omesso riguardo alla nostra volontà, poi quelli che gli abbiamo arrecato per le omissioni in rapporto al nostro pensare e alla fine quelli procurati riguardo al nostro sentire. L’imperfezione del nostro essere irradia verso queste tre direzioni. Ognuna ci dice qualcosa di molto preciso.

Così dapprima abbiamo quanto di ostacolante irraggia da noi stessi, dalla nostra propria volontà, in ciò che ci pervade provenendo dalla volontà cosmica. Si presenta inibente, arrestante, ciò che intacca la nostra propria natura di volontà in quanto a peccati di omissione. E questo ci dice: «Con tutto ciò che qui hai omesso, sarai incatenato alle forze tramontanti della Terra; questo ti legherà come con catene di ferro a tutto ciò che trascina la Terra alla sua distruzione». Quanto abbiamo di omissioni riguardo al nostro pensare ci dice: «Poiché tu hai tali peccati di omissione in rapporto al tuo pensare, non troverai la possibilità di creare un’armonia tra la tua volontà e il tuo sentire». E ciò che abbiamo tralasciato riguardo al nostro sentire ci dice: «Il divenire cosmico procederà oltre te. Non hai fatto nulla per aggiungervi qualcosa per conto tuo; perciò quello che il divenire cosmico ti ha dato sarà da lui preso, ed esso passerà al di là di te, come se tu comunque non ci fossi stato». Vediamo così separate, dinanzi a noi, tutte quelle forze che ci tengono incatenati alla Terra; e vediamo il divenire cosmico passare oltre noi, perché noi stessi non abbiamo fatto nulla col nostro proprio lavoro. Allora sentiamo, a questo limite, come le forze che ci incatenano alla Terra e quelle che ci passano oltre lacerino quello che è il nostro vero essere. Le omissioni fatte da noi stessi nella nostra anima diventano forze distruttive della stessa. Noi sentiamo i nostri peccati di omissione, a questo momento del passaggio davanti al piccolo Guardiano della soglia, come distruttori della nostra esistenza animica.

In quel terribile momento, soltanto una cosa ci può render capaci di esistere, ed è la promessa a noi stessi di non ometter più nulla nel futuro. Abbiamo trovato degli appigli che sono abbastanza chiari. Questi, nel momento del nostro passaggio davanti al piccolo Guardiano della soglia, ci dicono: «Quelle forze ti trascinano in basso, quindi devi lavorare alla tua volontà, al tuo pensare e al tuo sentire». Possiamo persino essere anche grati a quell’orribile vista che ci capita a quel punto, poiché ci rende possibile questo voto che possiamo fare a noi stessi.

E qualcosa di ulteriore che appartiene alle esperienze mistiche. Se prima abbiamo potuto caratterizzare come necessario il sentimento di gratitudine e quello del dovere, ora dobbiamo anche chiamare “voto mistico” ciò che, in fondo, ognuno fa, ovviamente, di fronte alla vista delle proprie insufficienze, la promessa di lavorare, nel futuro, il più possibile alla propria anima, per riparare a ciò che è successo a causa dei propri peccati di omissione. Allora la vita, grazie a questa solenne promessa, acquista un nuovo senso particolare, un contenuto che corrisponde, innanzitutto, alla vera conoscenza di sé, alla concreta autoconoscenza che non solo rimugina in sé, ma lavora al proprio sé. Questa esperienza si può avere in duplice modo. La si ha inizialmente attraverso il fatto di provare tutto ciò che è stato descritto fino adesso. Finché la si vive solo come senso di gratitudine e senso del dovere, si ha il sentimento: «Ti manca qualcosa, ti lega ancora qualcosa all’esistenza dell’effimero, vi è ancora motivo che il divenire del mondo ti passi oltre». Quando si sente questo, lo si è sperimentato nel proprio corpo astrale. Ma se si prova sempre di continuo un sentimento di gratitudine e un sentimento del dovere, allora essi si trasformano alla fine in una ben determinata visione che ora diventa un’esperienza interiore derivante dal fatto che abbiamo raccolto tanta forza interiore grazie al nostro pensare, sentire e volere mistico, e che il nostro sperimentare astrale si riflette nel nostro corpo eterico o vitale e ci viene riverberato. Abbiamo allora dinanzi a noi, come una realtà esteriore, la nostra propria controimmagine che si stacca, per così dire, da uno sfondo. Lo sfondo ci mostra quanto quelle forze cosmiche esteriori in cui siamo riversati durante il sonno elaborano di luce e di forza nei nostri involucri. Da questo sfondo spicca ciò che noi stessi abbiamo fatto da noi. Come in genere ci si fanno incontro animali, piante e minerali nella realtà esteriore, così ora ci si presenta il nostro proprio sé in forma reale. Ci diventa evidente la nostra interiorità nel mondo esteriore. Prima il nostro sguardo, quando ci immergevamo negli involucri esteriori, veniva distratto dal mondo esteriore. Le impressioni esteriori del mondo dei sensi affluivano su di noi, affinché non potessimo vedere quanto adesso, però, possiamo e dobbiamo vedere, se decidiamo di collaborare al progresso dell’evoluzione dell’umanità. Del tutto simile a come noi di solito vediamo il mondo esteriore, scorgiamo ora il nostro proprio interno. È ritratto, per così dire, su uno sfondo. Tutto ciò che ci incatena alla Terra, quanto ci unisce all’effimero, in modo da doverlo lasciare persino indietro come effimero, ci si mostra qui in un’immagine ben precisa, nell’immagine deformata di un toro. Questa immagine che, a questo punto, la visione astrale ha, non possiamo paragonarla con nient’altro che con quella di un toro distorto che ci attira verso il basso. Tutto quello che in genere crea armonia tra la nostra volontà e il nostro sentire, nella nostra anima, ci si presenta, per quel che riguarda i peccati di omissione, nella caricatura di un leone. E tutto ciò che ci passa oltre, quando abbiamo delle omissioni nel nostro pensare, ci si mostra nell’immagine di un’aquila deforme. Queste tre immagini sono fuse insieme alla nostra propria immagine deformata. Ci si presenta in immagine quanto abbiamo fatto a partire da noi e ciò che abbiamo da sistemare nel futuro, affinché vi aggiungiamo tutto ciò che è necessario al divenire universale. Tre caricature di animali e una di noi stessi. Dal modo come queste immagini sono in rapporto l una con l’altra, emerge la misura di quello che abbiamo ancora da elaborare su di noi.

Così il nostro pensare, sentire e volere, quando passiamo davanti al piccolo Guardiano della soglia, sono scissi in tre immagini deformate. Qui abbiamo vera autoconoscenza, poiché ciò che siamo divenuti sta raffigurato di fronte a noi. È una conoscenza di sé spronante per tutta la nostra vita futura. Si potrebbe facilmente indietreggiare di fronte ad essa. Ma si arretrerà soltanto se si crede che quanto non si vede non esista. Possono esserci tali persone: assomigliano a un uomo che chiude gli occhi davanti a un mattone che gli cade addosso, invece di evitarlo. Per il fatto che l’uomo non abbia la vista, non cambia nulla alle cose; tutt’al più cambia, col fatto che l’uomo fa sì che questo devastatore, non rendendosene egli conto, sia veramente il suo distruttore. Questi uomini non vogliono vederlo. L’unico aiuto, a questo punto, per proseguire è la conoscenza di sé. Finora sono bastate le forze cosmiche per arginare la deformazione più esteriore della nostra immagine umana. Nel futuro non saranno più sufficienti. Noi stessi dovremo lavorare su di noi. Noi stessi siamo il Guardiano della soglia. Noi stessi ci appariamo in immagine deformata come piccolo Guardiano della soglia. Siamo noi stessi a impedire di poter entrare in noi. Soltanto questa conoscenza rende possibile che nel futuro, quando non ci affluirà più la forza necessaria dall’alto, l’umanità non venga meno nelle sue forze, non diventi sempre più debole, cioè non adempì la sua missione sulla Terra.

Con questo, da un certo lato, siamo giunti attraverso la regione che possiamo chiamare regione della nostra propria vita senziente, in cui ci immergiamo al risveglio. Ma nella vita ordinaria non ce ne rendiamo conto, poiché la nostra coscienza viene distolta dal fatto che le impressioni del mondo esteriore ci assillano. Ora però abbiam visto ciò che possiamo sperimentare in noi stessi, se al risveglio non le facciamo entrare. Abbiamo caratterizzato dall’interno un pezzo del nostro corpo astrale, una parte del nostro essere umano, il corpo senziente; lo abbiamo caratterizzato in modo che adesso possiamo farci una rappresentazione di come siamo. Siamo arrivati al confine dove la nostra vita senziente cozza contro il corpo eterico. Lì ci si è mostrato qualcosa come un’immagine riflessa. La figura deformata che ci si mostra è solo un’immagine, ma non abbiamo più bisogno di sapere come veramente siamo. Se l’uomo vuol sapere come appare la sua faccia, non gli serve proprio a niente la discussione riguardo al fatto se l’immagine che vede allo specchio sia un’illusione o una realtà. Per chi vuol vedere il suo volto, gli basta e avanza l’immagine; essa serve al suo scopo, ha un reale valore. Se arrivasse un filosofo e dicesse: «Sappiamo che quanto qui ci racconti dell’animale a tre teste con l’uomo al centro è soltanto un’immaginazione», allora noi risponderemmo: «È, nel medesimo senso, solo un’immagine riflessa che viene mandata di qua dal corpo eterico o vitale, come l’immagine che riflette lo specchio esteriore, ma ci è utile all’autoconoscenza, e lì c’è la sua realtà». I motivi che una filosofia esteriore può addurre per controbattere la realtà di quanto sperimenta la coscienza chiaroveggente, il chiaroveggente li conosce già da sé. L’errore comincerebbe solo se il chiaroveggente ritenesse l’immagine riflessa una realtà, se egli non sapesse che tale immagine mostra la propria interiorità e credesse che lì gli si avvicina davvero un essere a quattro teste. Se egli pensasse che l’immagine riempia lo spazio allo stesso modo di un essere fisico, assomiglierebbe a un uomo che vede il suo naso allo specchio e, poiché non gli piace, comincia a colpire l’immagine speculare credendo di colpire qualcosa di reale.

Questo è quanto si deve far proprio se si vuole ascendere ai mondi superiori: le cose non sono da considerare come qualcosa di diverso da quello che sono realmente. Non appena si ritiene l’immagine riflessa come qualcosa che riempie lo spazio e non come ciò che è, si ricade nell’illusione. Ma non si è nemmeno una persona che si abbandona ad allucinazioni, se si comprende giustamente l’immagine,8 se si sa che vien incontro il proprio sé in tale immagine riflessa. Perciò è molto importante che l’uomo, prima di iniziare a penetrare il mondo spirituale attraverso la visione, acquisisca la possibilità di riconoscere e comprendere con assennatezza le cose nel loro reale valore. Per questo motivo, non si deve rendere chiaroveggente nessuno che prende per una realtà dello spazio fisico qualcosa che è soltanto un riflesso e che potrebbe scambiare delle immagini riflesse dell'anima per entità spirituali. Perciò viene attribuita grande importanza che in un vero e autentico addestramento spirituale nessun altro debba entrare se non chi abbia un pensare sano e assennato,9 affinché sia in grado di valutare sempre il significato di ciò che vede. Non è soltanto la visione che conta, bensì l’imparare a valutare quello che si vede, in modo da poterlo distinguere e riferirlo giustamente alla realtà che rappresenta.10

Noi arriveremo anche a entità che stanno veramente fuori di noi, ma quanto oggi abbiamo descritto - ce ne dobbiamo rendere conto - sono esperienze della nostra propria interiorità che ci appaiono come immagini riflesse; vale a dire, il nostro proprio elemento interiore ci si presenta come un mondo esteriore. La via dell’autoconoscenza e dell’approfondimento mistico conduce a reali esperienze; ma queste diventano allucinazioni non appena l’uomo ricerca la contemplazione mistica e si immagina che le figure che gli appaiono siano al di fuori di lui stesso, nello spazio, e non vede che sono immagini riflesse della propria interiorità. Entità che riempiono davvero lo spazio e stanno fuori di noi, l’uomo le incontra solo se scende fin dentro il suo corpo eterico o vitale, sulla via che conduce davanti al grande Guardiano della soglia. Ne parleremo domani.

Oggi dunque siamo giunti soltanto alle proporzioni della corrente che si inserisce nella nostra vita al momento del risveglio. Abbiamo voluto descrivere ciò che il mistico può sperimentare nella sua anima, quando, risvegliandosi, distoglie ogni attenzione dal tappeto esteriore dei sensi e discende nel proprio interno.

6°Il nesso tra vita animica, stagioni e correnti cosmiche nell’evoluzione umana - Quinta Conferenza

Vienna, 25 Marzo 1910

Miei cari amici! Oggi ci troviamo dinanzi a un compito relativamente difficile, ma accetteremo la pretesa un po’ forte di oggi se, al tempo stesso, diciamo che già nei prossimi giorni riguadagneremo terreno in modo da sentirlo di più sotto i piedi. Ma se non si vuol rimanere nella scienza dello spirito con mere astrazioni, se si vuol pervenire alle realtà, occorre talvolta già accogliere di buon grado anche delle comunicazioni inerenti alle sfere più alte della conoscenza spirituale. Vorrei ancora aggiungere che le odierne considerazioni non constano affatto di qualche deduzione, di qualche semplice argomentazione teorica, ma di cose che furono sempre risapute da coloro che soprattutto vi penetrarono più profondamente. Tratteremo, dunque, di comunicazioni provenienti dalle conoscenze di determinati uomini.

Ieri abbiamo visto in che modo l’uomo possa orientarsi nell’ambito di quella che si chiama interiorità del suo corpo astrale se fosse in grado di immergervisi coscientemente al risveglio, e ci siamo procurati un concetto di ciò che vuol dire passare davanti al cosiddetto piccolo Guardiano della soglia. Effettivamente, quanto è stato esposto ieri è piuttosto ipotetico, poiché nella vita normale, in fondo, non si verifica mai quel momento, il fatto che l’uomo penetri coscientemente nel suo interno grazie al semplice risveglio. Tuttavia abbiam detto che egli, attraverso ciò che si chiama immersione mistica, si può preparare a un tale ingresso cosciente nei suoi involucri corporei esteriori. Quello che significa, però, ci si mostrerà solo nel corso delle conferenze, in cui apprenderemo anche in che cosa consista questa preparazione.

Per la coscienza normale può tutt’al più esserci, talvolta, il fatto che l’uomo, per condizioni inerenti alle sue precedenti incarnazioni, abbia tali momenti di risveglio cosciente. Succede in alcune individualità. Esse si svegliano in modo tale da avere un certo sentimento di angoscia. Questo proviene dal fatto che l’uomo interiore, che durante la notte era dispiegato nel macrocosmo e si sentiva libero, per così dire, rientra nella prigione del proprio corpo. Inoltre, ci può essere anche un’altra sensazione, al risveglio, che si potrebbe piuttosto caratterizzare col dire che l’uomo, nel momento in cui si desta, quando insorgono tali abnormi condizioni, si sente meglio di quanto non si senta nell’arco della giornata. Sente in sé qualcosa che potrebbe chiamare il suo essere umano migliore. Dipende dal fatto che l’uomo, al risveglio, avverte un sentimento: qualche cosa è affluito in lui dai mondi che sono superiori al suo mondo sensibile. Sono tali sentimenti che possono insorgere nella coscienza normale e nei quali già nella vita naturale può essere vista una certa conferma di quanto è stato detto ieri. Tuttavia ciò che è stato descritto può essere sperimentato in piena estensione soltanto dal vero, autentico mistico.

Si tratta però di vedere se si può anche proseguire. Poiché quanto vi si sperimenta, ciò che ieri è stato esposto, è il lato interno della parte spirituale dell’uomo esteriore; è il lato interiore di ciò che si chiama corpo astrale dell’uomo. Resta da vedere se si può discendere ancor più in profondità verso parti meno spirituali, o meglio verso quelle parti della natura umana che nella vita ordinaria si presentano in modo meno spirituale. Esse possono essere spirituali nei loro fondamenti, proprio perché tutto ciò che ci si fa incontro nel mondo esteriore possiede un elemento spirituale sullo sfondo più profondo. C’è da chiedersi se si può discendere ancora oltre, fino al corpo fisico, e se vi sta ancora qualcos’altro fra il corpo astrale che è all’inizio il più spirituale e questo corpo fisico. I libri antroposofici descrivono quest’altro elemento come corpo eterico o vitale, così che quando noi discendiamo, dovremmo trovare, dopo aver fatto conoscenza col corpo astrale dall’interno, il corpo eterico e forse anche qualche traccia del nostro corpo fisico che, altrimenti, vediamo soltanto dall’esterno, ma che tuttavia possiamo anche riconoscere dall’interno tramite tale penetrazione cosciente nella nostra corporeità.

Solo che, in genere, non va bene, non è privo di rischi proseguire di un passo riguardo all’approfondimento mistico, come ieri è stato indicato. Tutto ciò che abbiamo detto ieri può soltanto essere eseguito con molta cautela dall’uomo che acquisisca una conoscenza di quanto si trova nel mio scritto Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?1 o nella seconda parte del mio libro La scienza occulta, di cui nelle prossime conferenze avremo ancora modo di parlare. Fino a questo punto, quindi, l’uomo si può aiutare innanzi tutto da sé. Ma continuare su questa via nell’interiorità umana non è privo di pericolo e, per il modo in cui l’uomo oggi ama acquisire le sue cognizioni spirituali, non si può neanche fare. Perciò vedremo come oggi venga scelta un’altra via di conoscenza. La via di discendere profondamente nell’interiorità umana senza occuparsi di qualcos’altro, normalmente, non va più percorsa nella nostra odierna civiltà. La nostra vita culturale attuale è disposta in modo che l’uomo soltanto fino a un certo grado sottostà volentieri, ed egli vuole seguire anche la sua via di conoscenza con la massima libertà possibile. Vedremo che c’è pure una via che conduce nei mondi spirituali, la quale tiene pienamente conto della peculiarità della natura umana odierna; e noi conosceremo tale via, la cosiddetta via di conoscenza rosicruciana, come vera via adeguata ai tempi. Ma appartiene ai tempi moderni. Non esisteva ancora nei misteri, cioè in quei luoghi in cui l’uomo, nell’antichità, veniva iniziato ai segreti più profondi. A quei tempi vi erano dei misteri che accompagnavano facilmente l’uomo oltre il piccolo Guardiano della soglia e lo conducevano nella sua propria interiorità, e altri che accompagnavano nel macrocosmo, così da dover attraversare una specie di estasi. Questi due sentieri sono quelli che furono principalmente battuti e attraversati negli antichi tempi. La via per la quale si scendeva nella propria interiorità era coltivata meglio e più intensamente in quei luoghi di iniziazione chiamati misteri egizi, misteri di Osiride e di Iside; e per descrivere quanto l’uomo può sperimentare in questa discesa nella sua interiorità, oggi dovremo rifarci un po’ alle esperienze di un discepolo dei misteri di Iside e Osiride.

Come vedremo nelle prossime conferenze, oggi si può acquisire proprio quell’iniziazione che conduce alla piena conoscenza di quei misteri, ma non più per la stessa via come nell’antico Egitto. Nell’antico Egitto era necessaria una cosa contro cui la natura umana odierna si ribellerebbe. Occorreva infatti che, al momento in cui l’uomo doveva discendere nel proprio interno, o già precedentemente, egli non cercasse più autonomamente il suo progresso attraverso il proprio percorso di conoscenza, ma si affidasse a quello che con un termine preso dalla filosofia orientale si chiama guru, un grande maestro iniziato. Altrimenti la via era troppo pericolosa per il singolo. Di norma era stabilito che già i passi della immersione mistica che ieri sono stati descritti dovessero essere fatti sotto la guida del guru, il grande maestro iniziato.

Che scopo aveva propriamente la direzione di quel grande maestro iniziato? Abbiamo detto in una precedente conferenza che quando noi, al mattino, ci immergiamo nella nostra corporeità, la nostra anima viene accolta da tre forze che abbiamo designato, con nomi presi da un’antica terminologia, come forze di Venere, di Mercurio e della Luna. Ciò che in genere si intende con forza di Venere è qualcosa che l’uomo può raggiungere anche solo da se stesso, quando discende nel proprio interno. Egli può tener testa alla forza di Venere col fatto di ricevere una certa educazione nell’umiltà e nell’altruismo. Prima di intraprendere un tale percorso nei mondi sconosciuti della propria interiorità, deve contenere tutti gli impulsi egoistici, quelli dell’amore di sé, ed educarsi all’altruismo; deve fare di sé un essere pieno di amore e compassione non solo per i suoi simili, ma per ogni esistenza. Allora può abbandonarsi, semmai, ancora a quelle forze, discendendo nella sua corporeità, che abbiamo denominato con il termine forze di Venere. La cosa, però, diventerebbe già più pericolosa se egli si volesse abbandonare addirittura anche a quelle forze che abbiamo designato come forze di Mercurio. Nelle antiche iniziazioni egizie, l’uomo vi veniva guidato dal grande maestro che poteva maneggiare in modo molto cosciente quelle forze mercuriali grazie alle sue esperienze passate. L’uomo veniva condotto nel suo proprio interno da un sacerdote di Hermes o Mercurio, ma questo richiedeva una rigorosa sottomissione a tutto ciò che quel grande maestro esigeva dal discepolo. Era indispensabile un grado di sottomissione tale che il discepolo doveva determinarsi a eliminare completamente, da allora in poi, il suo proprio io, persino a non volere nulla, a non avere addirittura nulla di impulsi propri, fin dentro la sua anima, ma ad eseguire strettamente soltanto quello che il sacerdote di Hermes gli ordinava. Il discepolo dei misteri egizi doveva proprio riconoscere quell’autorità che ripugnerebbe all’uomo attuale e alla quale costui non ha più nemmeno bisogno di sottomettersi. Il discepolo doveva non solo seguire per molti anni il maestro per quanto riguarda le sue azioni esteriori, ma doveva affidarsi, fin nei suoi pensieri, fin nel suo mondo di sentimento, alla guida di costui per poter discendere senza pericolo nella propria interiorità. Ora arriviamo alle esperienze che molti uomini hanno vissuto, che vengono quindi raccontate a partire dalle esperienze che l’uomo visse con l’aiuto della sua grande guida, e che si potrebbero indicare dicendo: l’uomo imparava a conoscere uno strato più profondo della sua propria interiorità.

Ieri abbiamo descritto in modo chiaro e concreto che cosa significhi imparare a conoscere dall’interno il proprio corpo astrale. Ora racconteremo una buona volta alcune di quelle cose che, con l’aiuto della sua guida, l’iniziando sperimentava nei misteri di Iside e Osiride riguardo al corpo eterico o vitale dell’uomo. Lì il discepolo, attraverso l’esclusione del proprio io, veniva indotto a vedere con gli occhi spirituali del suo maestro, a pensare con i pensieri del suo maestro, a divenire egli stesso una specie di cosa esterna e a guardare se stesso con gli occhi del proprio maestro. Veniva poi introdotto in singolari esperienze, in cui aveva la sensazione che la vita del tempo andasse all’indietro; e contemporaneamente sentiva come se tutto il suo essere, che ora guardava tramite gli occhi spirituali del sacerdote di Hermes, si estendesse, aumentasse. Egli aveva la sensazione come di espandersi in se stesso, come se crescesse in epoche precedenti alla propria vita di allora, come se egli nella successione dei tempi retrocedesse. E gradualmente aveva la sensazione di tornare indietro molti, molti anni, una durata di tempo assai lunga, molto più lunga della propria vita che aveva trascorso dalla nascita in poi; quindi il discepolo sperimentava un ampio andare a ritroso nella sequenza temporale. Durante questa esperienza, guardando con gli occhi del maestro iniziato, egli vedeva innanzitutto se stesso, ma più indietro ancora nella successione del tempo vedeva molte generazioni di cui sentiva che erano i suoi antenati. L’iniziando per un certo periodo aveva la sensazione di risalire la serie dei propri antenati, ma non in modo da esser là dentro, grossomodo, in quegli antenati, non come se fosse identico a loro, ma come se, per così dire, si librasse al di sopra di essi fino ad un certo punto, fino ad un antenato primordiale, dopo di che l’impressione si dileguava. Era come se vedesse delle figure terrene con cui la propria esistenza, in certo senso, aveva attinenza.

La guida doveva spiegare all’iniziando quanto egli vi aveva effettivamente visto. Possiamo rendercelo comprensibile soltanto nel modo seguente. Quando attraverso la nascita si passa nell’esistenza, dopo aver attraversato il mondo spirituale tra la morte e una nuova nascita, col proprio essere spirituale non si portano, dunque, con sé solo le peculiarità prese dalla vita precedente, ma si portano anche - ognuno che considera la vita sa questo - tutte quelle che vengono chiamate qualità ereditate. Si nasce in una famiglia, in un popolo, in una razza. Così si albergano in sé quelle qualità ereditate; si porta in sé il retaggio dei propri antenati. Questa eredità non la si porta con sé, naturalmente, dalla propria ultima incarnazione, ma la si è trasmessa di generazione in generazione. Si tratta di riconoscere: che cosa fa sì che l’uomo si incarni con il suo essere più intimo in una determinata famiglia, in un dato popolo, in una certa razza? Che cosa fa sì che nel suo discendere attraverso la nascita egli ricerchi caratteri genetici ben determinati? Egli non li ricercherebbe mai se non vi avesse alcun rapporto. L’uomo, in effetti, già molto tempo prima della sua nascita è in connessione con queste qualità. Partendo da un determinato individuo e risalendo a suo padre, nonno, bisnonno e così via, se si potesse seguire ciò realmente dall’interno, si mostrerebbero i caratteri dell’ereditarietà per un certo numero ben preciso di generazioni fino a una certa generazione. Poi tali caratteri si perdono. Vale a dire, potendo seguire una serie di generazioni troveremo che, attraverso di esse, i caratteri genetici si riducono. Alla fine sono ancora presenti in condizioni massimamente rarefatte, poi svaniscono del tutto. Come vediamo dileguarsi a poco a poco i caratteri dell’ereditarietà lungo le generazioni, così possiamo ritrovare, partendo da un individuo, come ciò che è presente nel figlio sia molto simile nel padre, un po’ meno nel nonno, ancora di meno nel bisnonno e via dicendo.

Il sacerdote di Iside e Osiride riconduceva davvero l’iniziando molto indietro, fino a risalire a quell’antenato che aveva ancora in sé delle caratteristiche che la forza dell’ereditarietà aveva trasmesso fino a lui. Questo ci mostra che l’uomo ha certi rapporti con quelle che noi chiamiamo le sue caratteristiche ereditarie. Le cose in effetti stanno così: noi siamo entrati in modo spirituale in rapporto con quell’antenato da cui abbiamo ereditato ancora qualcosa, con quell’antenato primigenio di cui abbiamo ancora in noi delle qualità, anche se così assottigliate. In certo modo è proprio così: l’uomo si prepara per molto tempo a quelle che saranno da ultimo le sue caratteristiche ereditate. Egli non le eredita soltanto, ma le dà, in certo senso, ai suoi antenati, le inocula loro dal mondo spirituale. Egli lavora attraverso intere generazioni, così che alla fine possa nascere quel corpo fisico a cui si sente attratto. Sembra strano, ma è così: noi stessi abbiamo lavorato dal mondo spirituale ai corpi fisici dei nostri antenati, per plasmare a poco a poco, a partire da quel mondo, quelle qualità che infine riceviamo alla nascita come caratteristiche ereditate.

E questo che si mostra innanzitutto quando l’uomo viene guidato nel proprio corpo eterico o vitale. Gli si manifesta che quel corpo eterico che egli porta con sé, in effetti, ha una lunga storia ed è stato preparato da lui da molto tempo. Molto, molto tempo prima di poter entrare nell’esistenza attraverso la nascita, egli stesso aveva lavorato nel mondo spirituale al corpo eterico o vitale che ora porta. Ed ha iniziato a lavorarvi dal momento in cui il suo più antico antenato da cui egli ha ricevuto ancora dei caratteri ereditari mise piede sulla Terra fisica. Questa è vera esperienza di un pezzo del nostro corpo eterico. Quando nella teosofia si enumera che l’essere umano è costituito da corpo fisico, corpo eterico o vitale, corpo astrale e Io, si sono date soltanto certe indicazioni, il nocciolo di certi insegnamenti. Il modo in cui si presenta ciò che qui, quale involucro, esiste come nostro proprio elemento interiore, possiamo conoscerlo solo familiarizzando con le comunicazioni di coloro che si sono addirittura inoltrati in questo lavoro umano sugli involucri.

L’uomo dunque, con la propria nascita, impara a entrare in quei regni che egli ha attraversato prima di essere entrato nell’esistenza nascendo; quindi impara a conoscere, come mistico, un tratto della sua vita prima della nascita, un grande tratto che abbraccia dei secoli. Poiché sono secoli che in tal caso egli attraversa, fino al periodo in cui, nella vita fra l’ultima morte e l’attuale nascita, ha cominciato a plasmare l’immagine primigenia del suo corpo eterico. Nel momento in cui egli iniziò questo lavoro, nel sangue di un uomo fisico scaturì il primo germe di quelle particolari caratteristiche che si delineavano sempre di più finché quel corpo eterico non fosse arrivato a un punto tale da poter assumere con la nascita i caratteri di cui egli stesso fu la concansa. Questo è un lato delle esperienze vissute. Quanto vi si sperimenta è, per così dire, un ricostruire tutto quello che si è dovuto fare nel mondo spirituale addirittura molto tempo prima di esser entrati nell’esistenza in questa incarnazione con la nascita. Ciò che si è costruito e poi, in certo qual modo, si è accostato assieme, si è compresso nel suo attuale corpo eterico, quanto si è condensato in esso per dei secoli si chiamava “elemento superiore”, l’uomo celeste o spirituale; così che c’era l’espressione tecnica: «Entrando nel corpo eterico o vitale, l’uomo impara a conoscere il proprio essere superiore». Veniva anche chiamato “uomo celeste o spirituale”, poiché l’essere umano doveva sentire che quanto fosse disceso da lui era plasmato e proveniva dalla sfera spirituale.

Ed ora veniamo alla seconda parte dell’esperienza? Quando l’uomo veniva condotto a quel punto dall’iniziato di Hermes, imparava a conoscere qualcos’altro; imparava a conoscere qualche cosa che prima gli era davvero ignota, di cui però proprio il maestro gli spiegava come essa non gli potesse essere del tutto estranea. Gli veniva mostrato - e il discepolo imparava ben presto a rendersi conto dell’esattezza di tale indicazione - che gli si faceva incontro qualcosa che egli stesso aveva una volta lasciato indietro dal suo proprio essere, qualcosa che di sé era sopravvissuto, che stava nella più intima affinità con lui, ma che ora gli compariva davanti come un elemento esterno, come una cosa estranea. E che cos’è questo elemento con cui l’uomo si connetteva in maniera così singolare? Lo comprenderemo meglio se prendiamo le mosse da una descrizione del momento della morte.

La ricerca spirituale ci mostra che in quel momento l’essere umano depone il suo corpo fisico. Di lui rimangono quelli che conosciamo come Io e corpo astrale, i quali fuoriescono ogni notte durante il sonno, e in un primo momento rimane anche il corpo eterico o vitale. L’uomo dopo la morte vive un certo tempo che si risolve in pochi giorni in questi tre arti della sua entità: nel suo Io, nel suo corpo astrale e nel suo corpo eterico. Ma poi la parte più essenziale del suo corpo eterico va via da lui, come un secondo cadavere. Viene sempre detto - anche da me, e credo a ragione3 - che quanto a quel punto si diparte come secondo cadavere si disperde nel mondo eterico generale, si dissolve, e l’uomo porta con sé, nella vita che ora si svolge tra la morte e una nuova nascita, solo un’essenza, un estratto, un germe. Tale processo, di solito, viene descritto così, ma in realtà è molto più complicato. Quanto lì si dissolve e diventa a poco a poco come un secondo cadavere nel mondo eterico ha bisogno di un bel po’ di tempo per la sua completa dissoluzione, e le ultime tracce che rimangono di quel corpo eterico dell’ultima vita sono quelle che l’iniziando trova come una cosa estranea quando, nel suo percorso a ritroso, è risalito fino al punto della successione temporale dove l’uomo arriva al suo primissimo antenato da cui ha ereditato ancora qualcosa. Lì si incontra con l’ultimo residuo del suo ultimo corpo eterico. Ed ora, se continua la sua iniziazione, egli deve, in certo qual modo, penetrare in questo suo ultimo corpo eterico da lui lasciato indietro; e allora rivive a ritroso un periodo di tempo quasi lungo, ma non così come lo ha sperimentato prima fino al suo più antico antenato. Infatti questo periodo fino al più vecchio antenato sta a quello che egli deve ora attraversare in un rapporto di sette a cinque.

L’uomo trascorre ora un periodo di tempo in cui egli trova, per così dire, sempre più compresso quanto ha incontrato quale ultimo residuo della sua vita precedente. Mentre questo si restringe per la sua percezione, diventa sempre più simile al suo ultimo corpo eterico o vitale, fino ad arrivare infine alla forma che questo corpo eterico aveva al momento in cui egli passò per la sua ultima morte. E dopo che la forma si è contratta sempre di più, egli sta davanti alla sua ultima morte.4 In quel momento, per l’uomo che è iniziato, non vi è più alcun dubbio che la reincarnazione sia una verità, poiché egli è tornato indietro fino alla sua ultima morte. Quindi abbiamo conosciuto la parte che l’uomo incontra come residuo della sua ultima vita terrena.

Quello che egli a quel punto sperimenta come venendogli incontro dalla sua ultima vita terrena, nella scienza dello spirito lo si designa sempre come l’uomo terreno o l’essere “inferiore”. Così dunque l’essere umano attraversava, quasi nel mezzo della sua esperienza iniziatica, la connessione tra l’elemento superiore e quello inferiore e poi seguiva indietro questo inferiore al punto da scendere fino alla sua ultima vita. Perciò egli, durante la sua iniziazione, percorreva un ciclo, penetrando il suo attuale corpo eterico, arrivando fino al corpo eterico della sua ultima vita e poi di nuovo indietro fino alla sua attuale. Egli si è congiunto nella visione spirituale con quanto era stato in una precedente incarnazione. Lina cosa simile nella scienza dello spirito si definiva sempre “cerchio” e lo si esprimeva con il simbolo del serpente che si attorciglia e si afferra per la coda? Il serpente è un simbolo di molte cose, anche delle esperienze dell’iniziazione ai misteri di Iside e Osiride che abbiamo appena descritto.

Così vediamo che con le parole: «L’uomo ha un corpo eterico», la natura di questo corpo eterico non è esaurita. Si viene a conoscere la sua natura solo se ci si cala in esso. Allora si impara a conoscere i due uomini che sono riuniti in ogni uomo, si conosce il karma, per così dire, al lavoro. Ci si può spiegare perché con la nascita si penetri nell’esistenza in un modo ben determinato. Occorreva attendere dalla propria ultima morte fino alla nuova nascita, finché il vecchio corpo eterico o vitale si fosse dissolto, e solo allora si poteva iniziare a formare il nuovo corpo eterico. Ma ciò che ho appena raccontato ci mostra che l’uomo, in effetti, non ha completamente superato quello che si è dissolto come suo vecchio corpo eterico, poiché lo ritrova ancora quando discende nel suo proprio interno. Perché può ritrovarlo? Perché ne ha trattenuto un’essenza, un estratto. Se non avesse trattenuto questo estratto non potrebbe ritrovare neanche la parte del suo corpo eterico o vitale che si è dissolta.

Vediamo così come sia profondamente fondato quanto si può spiegare solo a poco a poco in conferenze scientifico-spirituali. Quando in genere veniva detto, anche in conferenze essoteriche, che l’essere umano dopo la morte porta con sé un’essenza del suo corpo eterico, non è un’astrazione. Siamo ora arrivati a un punto in cui siamo in grado di riconoscere da dove la ricerca dello spirito attinga. Tutto ciò che viene comunicato a riguardo si basa sui più profondi fondamenti immaginabili, si basa tutto sull’investigazione spirituale. Qui abbiamo un pezzo di questa indagine, abbiamo la descrizione di come siano ricercati questi tasselli che poi vengono comunicati nella scienza dello spirito esteriore.

In tal modo, dunque, l’uomo arriva alla sua ultima morte; e noi abbiamo imparato così a conoscere alcune qualità che il mistico che entra ancor più profondamente in sé acquisisce per mezzo della sua iniziazione sotto la direzione della sua guida. Mentre ieri abbiamo fatto la conoscenza di qualità astrali che ci risultano come infinito senso di gratitudine da un lato e come senso infinitamente intensificato di responsabilità dall’altro, come ciò che il mistico ritrova nel suo corpo astrale, oggi abbiamo conosciuto quanto egli trova quando discende nel suo corpo eterico o vitale: l’uomo superiore e quello inferiore.6

passi ulteriori dell’iniziazione conducono l’uomo, dopo esser arrivato col suo sguardo retrospettivo alla sua ultima morte, a poter proseguire oltre e conoscere la sua ultima vita. Questo però non è particolarmente facile. Poiché si tratta di questo: all’uomo ora, in effetti, sotto la direzione della sua guida, viene fatto ancora una volta notare come egli non debba andare avanti senza prima rinunciare completamente a se stesso, senza cadere nella totale dimenticanza di sé, perché non è possibile proseguire il cammino se si possiede anche soltanto qualcosa di ciò che è personale coscienza di sé relativamente a questa attuale incarnazione, a questa vita fra la nascita e la morte. Finché si ritiene di possedere ancora qualcosa di proprio non si può conoscere ciò che è una diversa personalità: la precedente incarnazione.7 Bisogna diventare capaci di potersi ritenere un altro - questo è importante - e tuttavia non ci si deve smarrire. Occorre dunque diventare abili a trasformarsi fino al punto da sentirsi scivolare entro un involucro corporeo del tutto diverso. Solo se si è arrivati fino a quel grado di abnegazione in modo da dimenticarsi completamente di tutto ciò che ha a che fare con noi8 e che può essere vissuto in questa incarnazione, solo se ci si è annullati al massimo livello possibile nella propria guida, si può proseguire nell’ultima incarnazione, dall’ultima morte fino alla penultima nascita. Allora - e questo è importante - non si sperimenta grossomodo ciò che nella precedente incarnazione si è visto fuori nel mondo sensibile, ma si vive tutto ciò che nell’ultima incarnazione si è lavorato a se stessi, quanto si è fatto da se stessi. Ciò che gli occhi hanno visto e gli orecchi hanno udito, quanto ci è venuto incontro soprattutto nel mondo esteriore si sperimenta in altro modo. Si rivive, però, ciò che si è fatto da sé nell’ultima incarnazione fino all’ultima morte. Si sperimentano tutti i propri sforzi compiuti per progredire di un tantino in quella passata incarnazione.

Dopo aver attraversato quell’esperienza, dopo aver sperimentato quel lavoro su se stessi, si viene di nuovo ricondotti dalla guida alla propria attuale incarnazione. Quindi ci si muove rapidamente dalla precedente incarnazione a quella attuale, e soltanto allora si ritrova se stessi. Ed ora si ha una strana sensazione, quella di essere realmente costituiti da due personalità; abbiamo portato con noi l una e con questa siamo entrati in quella attuale. Questo dà il senso di essere dentro nel proprio corpo fisico. Non è possibile sperimentarsi in esso altrimenti se non con la sensazione che ci si è vissuti dentro con la propria incarnazione precedente.

Ho già ripetutamente indicato che nella normale vita ordinaria si vede il corpo fisico dall’esterno. Dapprima si riceve un concetto, cioè quello di vedere il corpo fisico dall’interno. Solo in tal modo si può entrare in se stessi: andandoci attraverso la precedente incarnazione.9 Allora vi si trova e si può guardare il proprio corpo fisico con gli occhi e le esperienze dell’ultima incarnazione. Ma non è ancora abbastanza, poiché a quel punto ci si accorge ancora molto poco del proprio corpo fisico attuale. Quando infatti la guida ha portato l’essere umano al punto da avere un po’ il sentimento di stare coscientemente dentro se stesso con la sua precedente personalità, allora la guida deve ancora una volta lasciargli fare tutto il cammino all’indietro. Ora l’uomo percorre la via dalla penultima nascita fino alla penultima morte, nello stesso modo come è stata descritta; vi sperimenta nuovamente quanto nel frattempo ha attraversato nel mondo spirituale come uomo superiore e uomo inferiore, e vive fino alla sua penultima incarnazione; raggiunge dunque, grazie alla sua penultima morte, la penultima incarnazione. Beninteso, si può percorrere un unico giro solo fino alla propria precedente incarnazione; poi si deve rientrare nel proprio corpo e allora se ne può fare un secondo. Si arriva alla penultima incarnazione. Con questo dietro-front si ritorna nel corpo attuale. Ora si ha il sentimento che vi siano come tre personalità in quella attuale.

Il giro può venir ripercorso tante volte fino ad arrivare a un punto che risale lontano nell'evoluzione terrestre. L’uomo qui scopre che in una passata personalità era incarnato nel precedente periodo culturale, quello greco-romano; che in una civiltà ancora prima era incarnato nel periodo egizio, in un’altra ancora precedente nella civiltà paleo-persiana e in una ancora prima nel periodo indiano antico. Più su si vive in quello che troviamo descritto come epoca atlantica e ancor più su si giunge alla cosiddetta epoca lemurica. Qui cessa la possibilità di fare tali esperienze come sono state appena descritte. Così l’uomo ha effettivamente la possibilità di ritrovare se stesso internamente, attraverso tutte le culture e razze possibili, così lontano, su fino all’inizio del suo divenire terrestre, fino alla sua prima incarnazione terrena. In ciò che chiamiamo interno del nostro corpo fisico troviamo propriamente, come forze, tutte le nostre incarnazioni passate. Ciò che noi oggi siamo esternamente come corpo fisico ha in sé le forze di tutte le precedenti incarnazioni. Se nella teosofia esteriore10 si dice che l’uomo consta di un corpo fisico, di un corpo eterico o vitale, di un corpo astrale, significa che è costituito innanzitutto da qualcosa che, visto dall’interno, si configura in incarnazioni inserite l una nell’altra. Tutte le nostre incarnazioni riunite all’interno del nostro corpo fisico sono effettivamente all’opera. E se parliamo del corpo eterico o vitale, dobbiamo ricordarci che esso, visto dall’interno, appare come un ciclo che scorre continuamente all’indietro dalla nostra nascita attuale fino all’ultima morte. Lì si mostrano le qualità dei nostri involucri, di quello che abbiamo in noi, in cui possiamo immergerci misticamente, in cui possiamo penetrare. L’uomo però, quando è tornato molto indietro, quando è arrivato quale iniziando per mano dell’iniziato di Hermes alla sua prima incarnazione, sperimenta molto di più; a quel punto del suo percorso retrospettivo egli viene a sapere che, in una certa epoca del nostro divenire, della nostra evoluzione terrestre, egli si trovava in condizioni evolutive molto diverse da quelle attuali, ed anche l’ambiente era del tutto differente. La Terra a quei tempi in cui l’essere umano viveva nella sua prima incarnazione era molto diversa. Quando noi oggi guardiamo fuori nel mondo, ci si fanno incontro tre regni della natura: il regno animale, quello vegetale e quello minerale. In fondo, abbiamo tutti questi tre regni in noi. Abbiamo in noi il regno animale per il fatto di avere un corpo astrale che compenetra con forza il nostro corpo esteriore, il regno vegetale perché abbiamo un corpo eterico o vitale che fa qualcosa di simile, e il regno minerale per il fatto che congiungiamo con noi le sostanze che appartengono a quel regno, le assimiliamo e le facciamo passare attraverso di noi. Quando risaliamo nello spirituale fino al punto in cui, sperimentando l’interno del nostro corpo fisico, arriviamo alla nostra prima incarnazione, notiamo che la Terra a quel tempo era giunta, appunto, all’epoca della sua evoluzione in cui il regno minerale era appena sorto nella sua forma odierna. Perciò a quell’epoca potevamo plasmare anche la nostra prima incarnazione fisica, poiché, mentre si formava il regno minerale, potevamo così, per la prima volta, accogliere in noi qualcosa di quel regno. Dunque, allo stesso tempo, arriviamo all’inizio del regno minerale sulla nostra Terra.

Potremmo ora chiederci: «Sì, ma questo regno minerale sulla nostra Terra non era esistito prima propriamente come regno vegetale e animale?». Potrebbe crederlo solo chi, per così dire, arrivasse col pensiero fin dove giunge il suo naso. Ma chi pensa un pochino con dei paragoni si dirà: «Io ho già nel normale carbon fossile qualcosa che sorse dalla pianta ed è diventato minerale soltanto dopo esser stato prima vegetale». Il regno vegetale poteva esistere prima del regno minerale, ma in condizioni differenti da quelle odierne. Il regno minerale è solo una formazione successiva rispetto a quello vegetale. Quest’ultimo ha preceduto il regno minerale. Il regno vegetale non segue quello minerale, ma è esistito già prima in condizioni diverse. Il regno minerale si è formato come prodotto indurito del regno vegetale. E nel momento in cui sulla nostra Terra si formava il regno minerale, l’uomo entrava nella sua prima incarnazione terrestre. Il regno minerale si è sviluppato durante certi lunghi periodi di tempo; e da allora noi percorriamo le nostre incarnazioni terrestri. Ci siamo appropriati di questo regno minerale solo a quei tempi. Prima eravamo sostanzialmente diversi come esseri; non avevamo ancora le sostanze del regno minerale inserite in noi come le abbiamo oggi quali uomini fisicamente incarnati. Perciò nella scienza dello spirito si diceva anche, in ogni epoca: «La nostra Terra è progredita nella sua evoluzione fino alla formazione del regno minerale, e così l’uomo allo stesso tempo si è appropriato di questo regno minerale».

Quindi vediamo di nuovo come l’essere umano, scendendo in se stesso fino alla conoscenza del suo corpo fisico, arrivi a un punto in cui esce da se stesso. Come potremmo aspettarci qualcosa di diverso? Sappiamo che col nostro corpo astrale siamo affini agli animali, col nostro corpo eterico alle piante, col nostro corpo fisico ai minerali. Non c’è da meravigliarsi che quando discendiamo fino al corpo fisico incontriamo, a questo limite, il regno minerale quale elemento esterno. Penetriamo, in certo qual modo, in noi stessi e giungiamo stranamente a un punto in cui usciamo da noi entrando nel regno minerale, non in quello che oggi abbiamo intorno a noi, ma in quello al momento della sua formazione sulla Terra nell'epoca lemurica.

Noi distinguiamo la nostra attuale epoca terrestre che risale fino al periodo della grande catastrofe atlantica e quella che si trova ancor prima, l’epoca lemurica. Prima della catastrofe atlantica la faccia della Terra era del tutto diversa da quella di oggi. Vi era un grande continente, su cui vivevamo, tra l’odierna Europa e TAfrica da una parte e TAmerica dall’altra, il continente atlantico. In un’epoca terrestre ancora precedente, la Terra si presentava di nuovo differente. Allora gli uomini - ossia noi stessi in una nostra precedente incarnazione - vivevano su un continente che oggi sulla Terra dovremmo ricercare tra l’Australia, TAfrica e l’Asia: l’antica Lemuria, come la chiama anche la scienza naturale odierna. A quei tempi l’uomo percorreva la sua prima incarnazione, e proprio in quel periodo si formava il regno minerale. Fu anche il momento in cui la Luna, che oggi abbiamo nello spazio celeste, si separò dalla Terra. La nostra Luna prima era congiunta alla Terra. Sia detto solo tra parentesi, come ciò venga indagato ne parleremo ancora nei prossimi giorni.

Con ciò abbiamo visto che quando discendiamo in noi stessi e ci conosciamo davvero, quando con l’aiuto della guida, grazie ad un’esperienza veramente mistica, penetriamo profondamente in noi, usciamo fuori di noi stessi. Il nostro cammino ci conduce dall’uomo verso la Terra minerale, a quella Terra da cui abbiamo acquisito le nostre materie terrestri, la nostra sostanza fisica.

Questa è una delle vie che volevo descrivervi quale via che poteva venir percorsa ed è stata seguita da molti negli antichi misteri di Iside e Osiride. Come già detto essa poteva venir percorsa solo con l’aiuto di una guida a cui ci si sottometteva nel modo più rigoroso. Se il discepolo a quei tempi non si fosse sottomesso alla guida con tutto il suo io, non avrebbe mai potuto seguire quelle vie che oggi abbiamo descritto, ma sarebbe penetrato nella sua interiorità e ne avrebbe conosciuto i lati peggiori. Avrebbe conosciuto quanto avrebbe fatto da sé col proprio io egoistico.

Nei prossimi giorni descriveremo l’altra via, quella dei misteri nordici, la quale non portava l’uomo dentro di sé, ma lo conduceva fuori di sé nel mondo celeste. E dopo aver conosciuto queste due vie, oggi non più praticabili a causa della natura umana progredita che vuol essere libera da qualsiasi autorità assoluta, impareremo a conoscere la via percorribile e giusta per l’umanità attuale, la cosiddetta via rosicruciana.

Si deve menzionare solo come certi mistici moderni abbiano cercato di ingegnarsi, non avendo un maestro a cui rigorosamente sottomettersi. Essi sapevano cavarsela in altro modo, ed è interessante vedere come anche la via di tali mistici divenga comprensibile quando si conoscono quei misteri che sono stati appunto descritti. Prendiamo ad esempio Maestro Eckhart.11 Egli era un mistico del medioevo privo di una guida come Tavevano gli iniziandi di Iside e Osiride; tuttavia è disceso, per così dire, da solo nella sua interiorità. Sarebbe stato per lui molto pericoloso se avesse semplicemente continuato oltre un dato punto la propria immersione interiore che gli risultava naturale. Poiché difficilmente sarebbe rimasto preservato davanti al fatto di non poter evitare, a un certo punto, la comparsa dell’esigenza del proprio io. Infatti il pericolo di questo immergersi nel proprio interno è appunto il fatto che l’io si fa valere in modo egoistico. Naturalmente si potrebbero fare lunghi discorsi sul fatto che l’uomo debba scendere in se stesso, si possa immergere in sé e trovi in se stesso l’uomo divino. Ma quelli che parlano così, di regola, non sono arrivati molto lontano. Se fossero arrivati lontano avrebbero pure trovato che quando rimangono abbandonati a se stessi l’io egoistico si fa valere in modo spaventoso. Si potrebbe sperimentare in tali mistici che finché erano accompagnati attraverso la vita esteriore convenzionale erano persone per bene; ma nel momento in cui si immergevano nel loro intimo, quando essi, dunque, abbandonavano quanto agiva su di loro da fuori e visitavano il loro uomo interiore, allora quell’uomo interiore si faceva pure valere. Mentre quegli uomini prima erano indotti da un’educazione esteriore a dire la verità, poteva succedere che, quando si imponeva l’io egoistico, essi iniziassero a mentire, diventassero insinceri e fossero più fortemente egoisti nella vita abituale rispetto agli altri uomini. Tali esperienze può fare chi osserva mistici mal guidati che parlano volentieri del fatto che ci si debba immergere nella propria interiorità per trovare l’uomo superiore. Per lo più non si trova questo essere umano superiore, ma si trova il proprio uomo più ordinario che di regola è peggiore di quello convenzionale. Ci si deve salvaguardare da questa rivendicazione dell’io egoistico.

Nei misteri egizi, l’iniziando ne era protetto dal sacerdote di Hermes, che assumeva per lui la guida in modo che il discepolo non seguisse più il proprio io. Maestro Eckhart non ebbe un tale maestro. Tauler12 ebbe lui come guida da un certo momento in poi, ma Eckhart non ebbe una simile guida. Tuttavia come fece a proteggersi dalle pretese egoistiche del proprio io? Tale sana natura mistica quale fu Maestro Eckhart - come lo furono pure quasi tutti i mistici cristiani del medioevo che non avevano un simile maestro - si potè tutelare per il fatto di essersi interamente compenetrato del seguente sentimento: «Adesso tu non sei più te stesso, ora sei diventato un altro; ora questi non dice, non sente e non vuole più quello che dici, senti e vuoi tu;13 ora lasciati completamente riempire del Cristo». Egli tradusse in atto le parole di Paolo: «Non io, ma il Cristo in me». Allora egli compì questa trasformazione: si svuotò, per così dire, di ogni sé, rinunciò al suo io e si lasciò riempire da un altro Io. “Annullarsi”, l’opposto di “divenire” è una bella parola del mistico cristiano medioevale. Come si “diventa” un io egoistico, così questi mistici cercavano di “annullarsi”, ossia di rinunciare del tutto al loro io e di colmarsi totalmente con un altro Io. Erano questi i rimedi contro le esigenze egoistiche dell’io, a cui ricorrevano mistici come Maestro Eckhart o quel mistico che è l’autore della cosiddetta Theologia Teutsch:14 essi non volevano parlare da se stessi, ma potevano far parlare dentro di sé un uomo superiore, un uomo che ravvivava e poteva ispirare interiormente l’uomo attuale. Perciò questi mistici insistevano sempre ripetutamente di voler dedicare completamente il loro sé a ciò che vivevano interiormente.15 Vediamo dunque come si avvicinassero i tempi moderni, come i mistici cristiani del medioevo, che venivano già vivacemente incontro ai tempi dell’umanità moderna, sostituissero il maestro esteriore con una guida interiore, il Cristo.16

Quanto è da fare, affinché l’uomo che sta dentro la vita culturale odierna trovi le sue vie nei mondi spirituali, mantenendo l’attuale condizione animica e spirituale, ci si mostrerà domani, quando avremo prima parlato, ancora, della via intrapresa nei misteri nordici per conoscere il macrocosmo in cui l’uomo entra addormentandosi. Prenderemo le mosse da una descrizione dell’addormentarsi e continueremo a descrivere a quali sfere macrocosmiche gli uomini si adattino, e troveremo poi il passaggio verso i nuovi metodi del sentiero della conoscenza nei mondi superiori.

7°Le forze dell’Io nell’immersione interiore e la guida dell’iniziando - Sesta conferenza

Vienna, 26 Marzo 1910

Miei cari amici !

Ieri alla fine della conferenza, in cui abbiamo descritto la vera via mistica più profonda, abbiamo dovuto richiamare Tattenzione sul principale pericolo ad essa collegato per chi, nei tempi antichi in cui non esistevano ancora quei metodi odierni di iniziazione dei quali parleremo più tardi, Tavesse percorsa senza guida. Per darvi un’indicazione più esatta di come fossero grandi queste difficoltà vorrei menzionare questo. Abbiamo visto che i problemi derivano principalmente dal fatto che l’uomo, quando discende nel proprio interno, viene quasi del tutto riempito dalla sua natura egoistica, dal suo io egoistico, in modo che quest’io si risveglia con una forza che metterebbe al servizio dell’io tutto ciò che l’uomo di solito percepisce e può in genere riconoscere, e vedrebbe tutto solo nella colorazione ottenuta da questa luce intensificata dell’anima egoistica. Proprio per tale motivo nell’antica iniziazione la forza del sentimento e della coscienza dell’io doveva venire completamente attenuata; e l’io doveva essere, per così dire, affidato alla guida spirituale, come abbiamo descritto ieri.

Questa diminuzione dell’io era ottenuta innanzitutto in modo che per mezzo della forza che emanava dalla guida spirituale, la coscienza dell’io della persona in questione, che allora doveva essere iniziata, veniva attenuata a un terzo della sua forza abituale. Questo è già molto, moltissimo, poiché possiamo dire che la nostra coscienza nello stato di sonno, quando non è presente un sonno molto profondo, è attenuata all’incirca a un terzo. Negli antichi misteri egizi questa attenuazione veniva sospinta ancor di più. Quel terzo della coscienza veniva ancora ridotto a un quarto, quindi la coscienza era attenuata a un dodicesimo della coscienza abituale, così che l’iniziando alla fine si trovava veramente in uno stato simile alla morte. Per l’osservazione esteriore egli era completamente simile a un morto.

Vorrei però far notare che quegli undici dodicesimi della coscienza1 non scomparivano nel nulla. Questo non succedeva proprio. Al contrario, attraverso la percezione spirituale si poteva vedere, innanzitutto, quanto fosse intenso l’egoismo umano, poiché con ogni dodicesimo della coscienza umana attenuata dell’io usciva spiritualmente dall’uomo qualcosa che era una parte forte del suo egoismo. E per quanto possa sembrare strano, tuttavia le cose stavano così: per tenere a freno quegli egoismi che sgorgavano dall’uomo, per controllare, in certo qual modo, spiritualmente l’uomo quando egli aveva attenuato il proprio io, alla guida occorrevano dodici assistenti. Questo è uno dei cosiddetti segreti dell’iniziazione superiore dell’antichità. Va qui menzionato soltanto per mostrare quanto l’essere umano trova quando discende nel proprio interno. L’uomo in effetti, se fosse stato condotto senza problemi, abbandonato a se stesso, entro la propria interiorità, si sarebbe comportato così da acquisire qualità dodici volte peggiori di quelle che avrebbe avuto nella vita ordinaria. Queste qualità umane che nella vita abituale vengono represse o nascoste per convenzione, costumi, abitudini o leggi, con l’iniziazione negli antichi misteri egizi venivano tenute a freno dagli aiutanti del sacerdote di Ermete. Questa, come ho detto, doveva essere solo un’osservazione a margine per consolidare quanto ieri è stato accennato alla fine.

Oggi ci spetta di indicare l’altra via che l’uomo può percorrere, non quando discende nella sua interiorità, quindi, non quando attraversa il momento del risveglio guardandosi all’interno, bensì quando in modo cosciente attraversa il momento dell’addormentarsi e si sofferma in quello stato in cui si trova quando è abbandonato al sonno. Abbiamo visto nelle conferenze precedenti che l’uomo è, in certo qual modo, fluito nel macrocosmo, mentre durante lo stato di veglia diurna è immerso nella sua propria essenza, nel microcosmo. E stato anche menzionato che quanto l’uomo sperimenterebbe se il suo Io si riversasse nel macrocosmo, nell’universo, sarebbe per lui così abbagliante, così sconvolgente che va definita, appunto, una saggia disposizione quella per cui l’uomo addormentandosi, nel momento in cui, qualora la sua coscienza rimanesse desta, sarebbe accecato dal macrocosmo, dimentica tutto, dimentica se stesso, cioè cessa davvero la sua coscienza. Ciò che ora l’uomo può sperimentare, se mantiene fino a un certo grado una specie di coscienza, l’abbiamo descritto in quell’aprirsi nel macrocosmo che abbiamo chiamato “estasi”.

Allo stesso tempo abbiamo però mostrato che quest’estasi è qualcosa per cui l’io sarebbe come assorbito, quasi come una gocciolina di un liquido che viene mescolata a una grande quantità d’acqua. Attraverso l’estasi l’uomo giungerebbe in uno stato che si potrebbe designare come “esser fuori di sé”, essendo fuori della propria natura ordinaria. Così questa estasi non può assolutamente venir definita come ciò che grossomodo per l’uomo è desiderabile per penetrare il mondo del macrocosmo, poiché egli perderebbe se stesso; il suo Io smetterebbe di governarlo. Tuttavia nelle antiche epoche, particolarmente nelle regioni europee, vi era proprio uno stato, che si può paragonare all’estasi, in cui veniva posto colui che doveva esser iniziato ai misteri del macrocosmo, uno stato che era simile all’estasi. Oggi questo non è più possibile, ma nei tempi antichi, specialmente nelle aree nordiche e occidentali dell’Europa, anche nelle nostre regioni, era proprio adeguato all’evoluzione degli uomini che vi risiedevano essere condotti mediante una specie di estasi nei segreti del grande cosmo. Ma in tal modo essi erano anche esposti a ciò che si potrebbe chiamare “perdita dell’io”. Tuttavia quella condizione non era così pericolosa per gli uomini di allora, poiché essi erano carichi di una certa sana forza primigenia elementare e, riguardo alla loro originaria forza animica, non erano così deboli come l’umanità attuale per la sua estrema intellettualità. Così come quegli uomini si presentavano, avevano tutti quei sentimenti intensificati, potevano sopportare le speranze della primavera, il giubilare dell’estate, la malinconia dell’autunno e i brividi della morte dell’inverno2 e tuttavia conservavano fino ad un certo grado il loro Io.

Si dovevano però prendere delle precauzioni per quelli che dovevano diventare maestri per l’umanità odierna, affinché l’iniziazione, il portar dentro nel macrocosmo potesse effettuarsi anche in un modo diverso. Potremo comprendere quanto ciò fosse importante, se ci immaginiamo che la cosa principale in quella vita fuori nel macrocosmo era la perdita dell’io. L’io diventava sempre più debole; l’uomo alla fine arrivava a una condizione in cui si smarriva come entità umana.

Che cosa doveva accadere perché l’uomo non si perdesse? Gli doveva esser conferita proprio quella forza che si definisce come forza dell’io. La forza che diventava più debole nella propria anima, la forza dell’io, questa doveva essere fornita da fuori. E ciò avveniva per il fatto che quei misteri nordici si svolgevano sempre in modo tale che l’iniziando riceveva il sostegno degli assistenti che aiutavano la guida spirituale iniziatrice. Una guida spirituale doveva esserci, ma dovevano esserci anche degli aiutanti che la coadiuvavano. E questi si formavano nel modo seguente. Degli uomini venivano particolarmente educati e preparati in modo che uno di essi, ad esempio, vivesse molto intensamente quelle sensazioni ed esperienze interiori che si attraversano quando ci si abbandona completamente a ciò che si può chiamare la natura germogliante della primavera. Prima è stato detto che l’iniziando non poteva sperimentare da sé questo sentimento in grado abbastanza forte. Perciò vi venivano educati appositamente degli uomini che dovevano mettere tutte le loro forze animiche al servizio di quei misteri nordici in modo da rinunciare a tutto il resto, quindi a quanto autunno, estate e inverno fanno vivere. Essi dovevano dedicare tutte le loro forze dell’anima per sperimentare nel sentimento il carattere peculiare della natura primaverile germogliante. Altri uomini venivano predisposti a sperimentare la piena vita dell’estate, altri la tristezza dell’autunno e altri ancora i brividi della morte dell’inverno? Veniva dunque ripartito su varie persone ciò che un uomo può sperimentare nel corso dell’anno. Da questa educazione risultavano degli uomini che avevano temprato e rafforzato il loro Io nel modo più diverso. Grazie al fatto di aver rinunciato a tutto il resto,4 di aver quindi rinforzato questo Io in modo unilaterale, essi avevano forza-io in abbondanza. E per mezzo di certe norme venivano messi in relazione con l’iniziando in modo da donargli la loro forza-io esuberante, così che questa affluisse su di lui. Pertanto, l’iniziando, che doveva attraversare il corso dell’anno, lo sperimentava in modo tale da venir condotto a certe conoscenze superiori del macrocosmo, mentre affluiva al suo Io la forza-io del sacerdote iniziatore e dei suoi assistenti. Si riversava nell’anima dell’iniziando ciò che gli altri potevano cedergli.

Se si vuole comprendere tale processo, ci si deve poter formare un concetto dello spirito di dedizione e di abnegazione con cui si lavorava in quegli antichi tempi nei misteri. Di quella dedizione, di quello spirito di sacrificio non se ne trova molto nel mondo essoterico odierno. Un tempo vi erano uomini volontariamente dediti a sviluppare5 e rafforzare unilateralmente il loro Io per cederne la forza a uno che doveva essere iniziato e poter apprendere da lui quanto egli aveva sperimentato, mentre saliva a un’estasi; ma ora non si trattava più di estasi, poiché gli erano affluite forze dell’io altrui, bensì di un’ascensione cosciente nel macrocosmo.

Erano necessari dodici individui, tre della primavera, tre dell’estate, tre dell’autunno e tre dell’inverno, che trasmettevano forze dell’io diversamente sviluppate all’iniziando, il quale si innalzava in tal modo a vivere nei mondi superiori e poi, a partire dalle esperienze che lì faceva, poteva comunicare come ciò appare nei mondi superiori. Nei misteri vi era un tale collegio di dodici uomini che cooperavano con la loro forza per creare un iniziato che si familiarizzasse col macrocosmo, e il ricordo di questo fatto è ancora presente in varie società, che si trovano oggi naturalmente in decadenza, le quali di regola mostrano anche una comunità di dodici membri con certe funzioni. Ma tutto ciò non è che un ultimo e per di più equivoco ricordo di quanto esisteva negli antichi tempi nell'iniziazione dei misteri nordici.

Quando l’uomo così si familiarizzava col macrocosmo con una forza dell’io mantenuta artificiosamente, saliva veramente nei mondi superiori. Il primo mondo che egli doveva attraversare era quello che si mostrerebbe all’uomo se, addormentandosi, non perdesse la coscienza. Per capirci perfettamente a questo riguardo, vogliamo un po’ prendere in considerazione questo momento dell’addormentarsi, come prima quello del risveglio. In effetti l’addormentarsi è proprio un innalzarsi a vivere nel macrocosmo. Nell’abituale vita normale possono entrare particolari condizioni abnormi con cui l’uomo arriva ad avere una certa coscienza del processo dell’addormentarsi. Quando ce l’ha, gli si mostra pressappoco quanto segue. Egli sente una specie di beatitudine. Può distinguerla molto bene dalla sua coscienza diurna. È un divenire più leggero, un librarsi, come un crescere fuori di sé. Ma tale momento è collegato a un certa tormentosa sensazione del ricordo di difetti e debolezze nella vita inerenti al carattere. Ciò che qui riemerge come un tormentoso ricordo di difetti personali è un riflesso molto attenuato del sentimento che l’uomo ha, come abbiamo già descritto, quando passa davanti al piccolo Guardiano della soglia e percepisce come egli sia imperfetto con la sua piccola anima di fronte alle grandi realtà ed entità del macrocosmo. Segue poi una specie di sussulto. È l’uscita del vero uomo interiore nel macrocosmo. Sono esperienze rare, ma pur sempre tali che alcune persone hanno quando sono state più o meno coscienti al momento dell’addormentarsi. Ma chi ha solo la coscienza normale comune la perde proprio in quel momento. Tutte le impressioni del giorno - colore, forma, luce, suono e così via - svaniscono dalla coscienza e l’uomo è solo attorniato da tetra oscurità invece che da tutte quelle impressioni. Se l’uomo conservasse la coscienza così come la conserva l’iniziato preparato, nel momento in cui le impressioni diurne scompaiono egli non vedrebbe nulla, cioè egli non avrebbe intorno a sé della nera oscurità, ma percepirebbe ciò che si chiama nella scienza dello spirito il mondo elementare, il mondo degli elementi.

Questo mondo degli elementi è quindi ciò che si nasconde per primo all’uomo che si addormenta. Tanto come Tinterno dell’uomo si nasconde al risveglio per il fatto che egli viene subito distolto dalle impressioni del mondo esterno, così all’addormentarsi si nasconde il mondo più vicino che appartiene all’uomo, il primo gradino del macrocosmo, il mondo elementare. L’uomo impara a guardar dentro questo mondo elementare quando sale realmente al macrocosmo nel modo accennato. Questo mondo elementare gli dà innanzitutto una coscienza di come tutto ciò che sta nel nostro ambiente, che vi si dispiega quanto a impressioni percettive sensibili, sia un’emissione, una manifestazione dello spirituale, di come dietro al sensibile risieda lo spirituale. Quando l’uomo percepisce come un iniziando questo mondo elementare, quindi non dormendo nell’incoscienza, non gli rimane più alcun dubbio che dietro il mondo dei sensi vi siano entità spirituali, fatti spirituali. Ma finché l’uomo percepisce solo il mondo sensibile, sogna che dietro a questo mondo fisicosensibile vi siano ulteriori elementi sensibili astratti di ogni genere, per esempio atomi turbinanti o qualcosa di simile. Di tali atomi vorticosi, si potrebbe dire, di tali atomi di materia spremuti dalle ordinarie percezioni sensibili, non se ne parla neanche per chi penetra nel mondo elementare. Non ciò che ci si rappresenta nel materialismo come materia si trova dietro al colore, dietro al suono e via dicendo, bensì lo spirituale. Tuttavia questo, a quel primo gradino del mondo spirituale in cui ci si addentra, non si mostra ancora nella sua forma come spirito stesso, ma in modo tale che l’uomo non ha davanti a sé delle impressioni spirituali, ma delle altre.6 Non è ancora qualcosa che si possa chiamare un vero mondo spirituale in cui dunque si penetra, ma è, in grado rilevante, qualcosa che si deve definire una specie di nuovo velo dei fatti e delle entità spirituali.

Questo mondo elementare ci si mostra così che ad esso sono realmente applicabili le denominazioni scelte da tempo immemorabile per il mondo degli elementi. Ciò che lì si scorge si può designare con le parole: il solido, il liquido, l’aeriforme o gassoso e il calore, o terra, acqua, aria, fuoco. Ci rendiamo conto che queste espressioni sono tratte dal mondo sensibile, per il quale sono state coniate. Il nostro linguaggio è del tutto un mezzo di espressione per il mondo sensibile. Quando noi utilizziamo una qualsiasi parola, essa significa questa o quella cosa nel mondo sensibile. Lo scienziato dello spirito deve dunque descrivere i mondi superiori, quindi deve servirsi di parole prese dal linguaggio ordinario, così che egli per tale motivo, soprattutto con queste regioni in cui ora arriviamo, non può parlare che per via di similitudini. Egli può impegnarsi a scegliere le parole in modo che via via una rappresentazione viene suscitata da ciò che viene lì percepito in visione spirituale. Quando vogliamo descrivere questo mondo elementare non possiamo scegliere le espressioni delle cose delimitate che ci circondano nella vita quotidiana, ma dobbiamo scegliere le parole di certe qualità che le cose hanno nella vita quotidiana, qualità che sono sempre comuni a tutta una serie di cose. Altrimenti non ce la caviamo. E qui nella vita di tutti i giorni noi abbiamo certe cose che designiamo solide; ne abbiamo altre che definiamo liquide, altre ancora aeriformi, gassose, e poi conosciamo anche ciò che percepiamo quando sentiamo la superficie degli oggetti o una corrente d’aria, il calore. Quando durante la vita giornaliera percepiamo attorno a noi, tutte le cose ci si mostrano, come in genere possono anche essere, in tali stati: in stato solido, fluido, aeriforme o gassoso e come calore. Ma un corpo può passare per tutti questi stati. L’acqua, ad esempio, può essere solida come ghiaccio, ma può anche esser liquida, poi, quando il ghiaccio si scioglie, può esser gassosa quando essa evapora. Inoltre tutti questi stati sono compenetrati da ciò che chiamiamo calore. In fondo è così per ogni cosa o essere nel mondo sensibile esteriore.

Nel mondo elementare le cose non stanno così da aver dentro degli oggetti come ci si presentano nel mondo sensibile; in esso abbiamo realmente dentro quanto nel mondo dei sensi sono solo qualità. Noi lì percepiamo qualcosa nei cui confronti, per così dire, non si può nulla. Si potrebbe grossomodo descriverlo così: «Con il “solido” mi sta davanti qualcosa, sia esso un essere, sia una cosa, in cui io non posso penetrare;

posso osservare soltanto girandogli attorno; esso ha ancora un interno e un esterno». Tali entità e cose del mondo elementare si chiamano “terra”. Poi ve ne sono altre che si possono denominare con la parola “liquido”. Poiché è proprio così: si può guardare nel mondo elementare fino a un certo grado. Si penetra all’interno; si ha così una sensazione simile a quella che si ha nel mondo fisico quando si immerge la mano nell’acqua. Mentre con la “terra” si ha qualcosa contro cui ci si urta come contro qualcosa di duro, ci si può immergere all’interno di queste cose ed entità. Queste, nel mondo elementare, si denominano quindi come acqua. Quando nei libri scientifico-spirituali si parla della terra e dell’acqua, è inteso quanto ho appena descritto, non la terra e l’acqua fisica. L’acqua fisica è solo un simbolo esteriore per ciò che si vede quando si è raggiunto questo gradino dell’evoluzione. Nel mondo elementare l’acqua non è qualcosa che, per così dire, si riversa, che è afferrabile, naturalmente, per i sensi fisici, ma per i sensi superiori dell’iniziato, grazie alla7 facoltà di percezione spirituale.

Vi è poi qualcosa che si può paragonare con quanto nel mondo fisico sono cose gassose o aeriformi, e si denomina con “aria” nel mondo elementare. Ed inoltre vi è ciò che si designa come calore o fuoco. Allora dobbiamo anche renderci conto, di nuovo, quando si parla di fuoco elementare che ciò che nel mondo fisico si denomina con la parola “fuoco” non è che un simbolo. Quanto si chiama fuoco nel mondo elementare è già più facile da descrivere rispetto agli altri tre stati. Quegli altri tre si possono descrivere in modo realmente vero solo dicendo che acqua, aria e terra non sono che loro simboli. Il fuoco della vita elementare si lascia descrivere già più facilmente, poiché è affine a ciò che l’uomo conosce come calore animico interiore, quella particolare sensazione di calore che, ad esempio, si percepisce quando ci si trova assieme a una persona amata. Ciò che si riversa allora nell’anima come fuoco, Tardere di entusiasmo o di gioia, va naturalmente distinto dal fuoco ordinario che brucia le dita quando si tocca. Anche nella vita abituale l’uomo sente che il fuoco fisico è una specie di immagine di questo fuoco animico. Quest’ultimo, che accende il nostro entusiasmo quando veramente ci afferra, è dunque qualcosa che noi conosciamo già meglio degli altri tre stati. E se ci immaginiamo una specie di paragone tra il fuoco esteriore che brucia le dita e quel fuoco animico, qualcosa che, per così dire, sta in mezzo ai due, allora abbiamo una rappresentazione di ciò che si chiama fuoco elementare. Quando l’essere umano, quale iniziando, si innalza nel mondo elementare, sente effettivamente come se gli affluisse qualcosa da certe regioni che lo riscalda intimamente, lo compenetra interiormente di fuoco. Di un altro luogo del mondo elementare egli ha l’impressione che lo riempia di fuoco in misura minore. Ha la sensazione come di trovarsi dentro l’essere suddetto che gli invia il fuoco, egli è unito con lui e sente il proprio fuoco interiore come fuoco dell’entità elementare.

Così dunque vediamo che l’uomo entra in un mondo superiore che gli dà delle impressioni che egli, però, non ha conosciuto prima nel mondo sensibile. E questo mondo elementare quello dinnanzi al quale, per così dire, si chiude la porta, quando ci si addormenta nell’abituale coscienza normale. E deve essere così, poiché l’uomo, come abbiam visto, penetrandovi, fluisce completamente in questo mondo elementare; egli lì è dentro in tutto. Ma egli, per il fatto di fluire in quel mondo, vi porta dentro il suo proprio essere. Egli perde

suo Io; esso si riversa entro quel mondo. Ciò che non è Io, le sue qualità astrali, le sue brame e passioni, il suo senso di verità o di falsità, tutte le caratteristiche animiche, l’uomo le porta in questo mondo; il proprio Io lo perde. Ma l’io è appunto quello che nella vita ordinaria ci tiene a freno, che apporta ordine e armonia nel nostro elemento astrale. Mentre l’io si smarrisce, tutti i possibili istinti, brame e passioni che l’uomo ha ancora nell’anima si fan valere in modo disordinato ed ora compenetrano quegli esseri che egli trova nel mondo elementare. L’uomo non solo si compenetra di tutto quello che là fuori sperimenta, ma di sé porta effettivamente dentro gli esseri del mondo elementare ciò che egli stesso ha nella propria anima. Questo portar dentro è una realtà; le cose non stanno pressappoco così che l’uomo si rappresenti semplicemente questo, ma in modo che, se ha ad esempio una cattiva qualità, egli la trasmette veramente a un essere corrispondente del mondo elementare; essa si trova poi dentro quell’essere. Se l’uomo ha dunque una particolare cattiva qualità, viene attirato da un essere del mondo elementare che si sente attratto proprio da quella qualità. Con la perdita dell’io l’uomo, uscendo nel macrocosmo, riverserebbe dunque tutto il suo essere astrale su tali entità che permeano il mondo elementare8 come entità malvagie. E la conseguenza di ciò sarebbe che l’essere umano, poiché si incontra con questi esseri, ma è più debole di loro - perché egli ha sì perso il suo Io, ma questi hanno un io forte -, porta loro nutrimento con le sue qualità, per cui essi lo ricompenserebbero in senso negativo. Egli li alimenta addirittura col proprio essere astrale, ma essi gli danno, in particolare, ciò che appartiene loro delle sue qualità; e il fatto che egli abbia vissuto in loro si mostra, quando al risveglio ritorna il suo Io, in una rafforzata tendenza alla cattiveria, al male.

Vediamo così che è una saggia disposizione il fatto che l’uomo perda la coscienza quando entra nel mondo elementare e che non vi si inserisca col suo Io, ma ne venga protetto nel normale sonno. Per questo colui che, negli antichi misteri, era condotto nel mondo elementare, veniva prima preparato con cura, mentre gli venivano somministrate delle forze dagli aiutanti dell’iniziatore, prima di entrare in quel mondo. Tale preparazione imponeva dapprima all’iniziando delle forti prove con cui egli diventava soprattutto capace della forza morale di superamento. A questo si teneva particolarmente. In modo simile a come nel mistico in erba si teneva alla qualità dell’umiltà, in chi voleva viversi fuori nel macrocosmo si teneva in modo particolare che egli fosse temprato nella forza del superamento interiore. Perciò un uomo che doveva essere ammesso a tale iniziazione dei misteri veniva sottoposto a delle prove, per superare ogni possibile avversità della vita già nell’esistenza fisica. Sul cammino veniva esposto a forti pericoli per rinforzare la sua volontà attraverso il loro superamento. Egli doveva divenire un vincitore con un’anima più forte e preparato, quando gli si fossero fatte incontro quelle entità, ad essere abbastanza forte da non subire tentazioni, da poterle respingere e da non perdersi in loro. Chi veniva educato al coraggio e al superamento era ammesso a tali misteri.

Ancora una volta va detto tra parentesi che nessuno ha bisogno di spaventarsi per la descrizione di questi misteri, poiché tali cose ora non vengono più coltivate, ora non sono neanche più necessarie, poiché sono possibili cammini diversi. Ma comprenderemo molto meglio anche tutta la portata del metodo moderno di iniziazione, se avremo descritto dapprima ciò che un tempo molti, molti uomini hanno attraversato per cimentarsi col microcosmo, per diventare in tal senso iniziati del macrocosmo.

Poi, quando l’iniziando, dopo aver fatto tali esperienze per più lungo tempo, era diventato capace di riconoscere che tutto ciò che poteva percepire nel mondo esteriore dei sensi, terra, acqua, aria e fuoco, era la manifestazione di entità spirituali che vi stanno dietro, quando egli aveva imparato a distinguere queste cose, ad orientarsi nel mondo elementare, allora poteva progredire di un gradino, veniva portato a conoscere come appare ciò che sta dietro a quegli elementi del mondo elementare. Ed egli così era condotto nel vero mondo spirituale. Nel mondo spirituale che si trova dietro a quello elementare, in questo mondo spirituale, a cui si matura dopo aver imparato a conoscere per un certo tempo il mondo elementare, in modo da acquisire capacità di discernimento in esso, si sperimenta ora - questo può di nuovo solo esser descritto come una comunicazione delle esperienze degli iniziati -, che vi sono effettivamente delle entità che risiedono dietro al nostro mondo sensibile e dietro al mondo elementare. Ma queste entità, nel cui mondo ci si familiarizza, sono completamente dissimili dagli esseri che conosciamo quali quelli come noi, come uomini. Mentre gli uomini vivono insieme sulla Terra in ordini sociali, in determinate condizioni sociali, perfette o imperfette, l’iniziando si ambienta in un mondo spirituale in cui vi sono entità spirituali che ovviamente non hanno un corpo esteriore, ma stanno in reciproco rapporto fra di loro con ordine e armonia. E all’iniziando veniva mostrato che quanto vi era di ordine e armonia in quel mondo spirituale, egli poteva comprenderlo soltanto se prendeva il mondo dei corpi celesti, soprattutto i movimenti dei pianeti nel nostro sistema solare, come un’espressione esteriore delle azioni delle entità spirituali. Attraverso il modo in cui si dispongono i pianeti verso il Sole e in cui si comportano nei loro movimenti e posizioni l’uno verso l’altro, essi esprimono ciò che compiono le entità del mondo spirituale.

Abbiam detto in una conferenza precedente che si può considerare il mondo del nostro sistema solare come un grande orologio universale. Come con un orologio dalla posizione delle lancette si può desumere che succede qualcosa al di fuori dell’orologio su cui esse indicano, così si può dedurre dal rapporto delle posizioni delle stelle fra di loro che qualcosa vi sta dietro. Chi guarda un orologio e dice che ora è non gli interessa naturalmente la posizione delle lancette, bensì quello che essa indica, ad esempio, se è l’ora in cui a Vienna succede qualcosa o se è ora di andare al lavoro. La posizione delle lancette dell’orologio è dunque l’espressione di qualcosa che si trova dietro. Così anche nel sistema solare, in questo possente orologio cosmico, possiamo vedere l’espressione di processi ed entità spirituali che vi stanno dietro.

L’iniziando impara a conoscere ora le entità spirituali e le loro azioni. Questo reale mondo dello spirito che sta dietro il nostro mondo solare viene meglio compreso se lo si descrive con denominazioni prese dall’ordinamento del nostro sistema solare, poiché con ciò si ha un simbolo esteriore di questo mondo spirituale. Per il mondo elementare i simboli vanno presi dal mondo terrestre, da cose terrene che sono intorno a noi, aria, acqua e così via. Ma per il mondo dello spirito ne devono servire altri, che portiamo giù dal cielo stellato. E possiamo vedere che il paragone con l’orologio, anche in senso più profondo, non è nemmeno così assurdo.

Come l’acqua fisica è un simbolo, un’espressione per quanto designiamo come “acqua” nel mondo elementare, così il nostro sistema solare è un’espressione dell’attività delle entità spirituali che indichiamo con i nomi dei nostri pianeti e delle costellazioni dello zodiaco. Se prendiamo le dodici costellazioni zodiacali e consideriamo l’orbita dei sette pianeti - dei rimanenti verrà detto ancora -, come uno si ponga davanti a questa costellazione, l’altro davanti a quella, vediamo nell’orbita dei pianeti le azioni delle entità spirituali e nelle dodici costellazioni dello zodiaco le stesse entità spirituali. Allo stesso modo come nel sistema solare noi distinguiamo i pianeti che si muovono e le costellazioni che stanno dietro come in quiete, così possiamo rappresentarci il mondo delle entità spirituali e le loro azioni come dodici gruppi di esseri la cui attività si esprime nel procedere dei pianeti. Ma non possiamo considerare tutto questo esternamente. Quando descriviamo le costellazioni nello zodiaco non possiamo prenderle come le stesse entità spirituali; in tal modo si rimane ancora sempre all’elemento esteriore. Anche le stesse costellazioni non sono che un’espressione dei mondi superiori e delle elevate entità che vi operano. Queste entità si esprimono nel numero dodici e ciò che si riferisce alle loro azioni si esprime nel numero sette. Non bastano solo i nomi delle dodici costellazioni per le entità spirituali che vi stanno dietro. Tali entità, i cui nomi sono cambiati nelle diverse regioni ed epoche, nel cristianesimo esoterico erano chiamate Serafini, Cherubini, Troni e Dominazioni, Virtù, Potestà o Kyriotetes, Dynamis, Exusiai. Queste sono sei; poi vengono i Principati o Spiriti della personalità, le Archai, quindi gli Arcangeli e gli Angeli. Il decimo gradino è l’uomo al suo attuale livello evolutivo. Ma l’essere umano si svilupperà ulteriormente e raggiungerà in futuro livelli che hanno già raggiunto le altre entità. Così formerà anche l’undicesimo e il dodicesimo gradino.9 Questi dovrebbero essere aggiunti in modo che avremmo dodici gradini di entità.

Volendo descrivere il mondo spirituale, si dovrebbe dunque attribuire la realizzazione del mondo a dodici entità nel loro reciproco cooperare. Se si vuole descrivere ciò che esse compiono, questo dovrebbe avvenire con espressioni prese dai rapporti spaziali delle immagini zodiacali e dei movimenti planetari, poiché le orbite dei pianeti significano le azioni di queste entità spirituali.

Tali entità cooperano nel tempo. Supponiamo che gli spiriti che chiamiamo Spiriti della volontà o Troni collaborino con gli Spiriti della personalità. Allora causano ciò che noi chiamiamo antico Saturno. Attraverso la cooperazione ancora di altre entità sorge ciò che denominiamo antico Sole, attraverso ancora delle altre ciò che designiamo come antica Luna. Con ciò noi esprimiamo le azioni di quelle entità. Se vogliamo descrivere questo come appare a colui che si cimenta col macrocosmo, dobbiamo in primo luogo descrivere le entità del mondo spirituale, le gerarchie, in secondo luogo le loro azioni che trovano espressione tramite il percorso dei pianeti, e in terzo luogo va aggiunto ancora come esse si rivelano entro il mondo elementare che abbiamo descritto con i termini tratti dal mondo fisico-sensibile: fuoco, aria, acqua, terra. Questa si chiama anche evoluzione planetaria.

Se apriamo il mio libro La scienza occulta al capitolo “L’evoluzione del mondo e dell’uomo” vediamo questo percorso esattamente descritto. Vi troviamo descritte le entità, le gerarchie superiori che nello spazio hanno il loro simbolo nelle immagini dello zodiaco; con le espressioni che si riallacciano ai pianeti abbiamo descritto ciò che sono le loro azioni e abbiamo descritto il loro operare entro il mondo elementare. Qui ora troviamo la ragione più profonda a partire dalla quale quel capitolo è descritto in tal modo. Solo non si può credere, se qualcuno descrive solo un simbolo, se dunque egli, ad esempio, parla delle immagini dello zodiaco invece delle gerarchie, che egli con questo abbia fatto già qualcosa. Chi veramente vuol descrivere qualcosa, deve risalire alle entità; poiché descrivere soltanto lo spazio celeste con le costellazioni sarebbe lo stesso che se si descrivesse T esterno di un orologio. Ma descrivere ciò che vi sta dietro come mondo spirituale vuol dire trasporre nello scientifico-spirituale, descrivere proprio com’è stato appena caratterizzato. Con ciò ho tentato di darvi una specie di filo conduttore per ogni descrizione del mondo spirituale tenuta in perfetto stile a come si presenta grazie a una reale uscita nel macrocosmo.

Tuttavia questa vita fuori nel macrocosmo può ancora andare oltre; infatti con tutto quello che abbiamo appunto descritto quale mondo spirituale, il macrocosmo non è ancora esaurito; si può salire a mondi ancor più elevati. Solo che, naturalmente, più in alto si sale e più diventa difficile darne delle rappresentazioni; perciò è necessario, volendo dare una rappresentazione di un mondo ancora più alto, farlo in un modo diverso. Del mondo ancor più elevato a cui ci si può innalzare, varcando il mondo spirituale, possiamo farci un concetto nel modo seguente. Quando descriviamo l’essere umano così come ci sta dinnanzi, possiamo dire che egli poteva aver origine solo per il fatto che vi sono questi altri mondi. Soltanto un fantastico materialista può credere che l’uomo un giorno si fosse potuto combinare assieme dalla nebulosa cosmica di Kant-Laplace ! In tal caso non avrebbe potuto risultare nient’altro che un automa umano. Il modo come l’uomo si presenta è stato possibile solo grazie al fatto che egli si è sviluppato a partire dall’intero universo, non solamente dal mondo fisico-sensibile, ma soprattutto dal mondo spirituale. L’uomo è nato a partire dal mondo spirituale.

Se prendiamo in considerazione i mondi che ci stanno attorno, abbiamo dapprima il nostro mondo fisico-sensibile. Così come percepiamo questo, altrettanto percepiamo anche il corpo fisico dell’uomo. Ieri abbiamo imparato a conoscerlo, in un modo preciso, dall’interno. Con la coscienza ordinaria lo si percepisce solo dall’esterno, poiché il corpo fisico dell’uomo appartiene assolutamente al mondo che vediamo con gli occhi e percepiamo all’esterno con i nostri sensi. A quale mondo appartiene ciò che risiede più profondamente nell’uomo, ossia l’articolazione invisibile della sua natura? Tutto ciò che sono elementi costituzionali invisibili della natura umana appartiene ai mondi superiori. E proprio come, guardando un uomo, si vede soltanto l’elemento esteriore sensibile, così anche del grande mondo esterno si vede soltanto il lato sensibile esteriore e non quei mondi sovrasensibili di cui due, il mondo elementare e quello spirituale, sono stati appena descritti. Ma l’essere umano è anche articolato, con la sua organizzazione interiore, a partire da questi mondi. Tutto ciò che riguarda soprattutto l’uomo, anche il suo elemento corporeo esteriore, è stato possibile, però, solo per il fatto che certi suoi arti invisibili di natura spirituale lavorano su di lui. Al corpo fisico umano non lavora soltanto un corpo eterico o vitale. Se vi lavorasse solo tale elemento, egli sarebbe una pianta, perché la pianta ha nel corpo fisico, così come la vediamo, corpo fisico e corpo eterico o vitale. Ma poiché l’essere umano non è una pianta, non possiede solo un corpo eterico o vitale e un corpo fisico, ma oltre a questi un terzo elemento, il corpo astrale. Però anche l’animale ce l’ha. Se l’uomo avesse solo questi tre arti, sarebbe un animale. Poiché egli possiede anche il proprio Io, va ben oltre queste creature inferiori dei tre regni di natura, regno minerale, vegetale e animale. Ma tutto ciò che è costituito dagli arti superiori della natura umana lavora ancora al corpo fisico dell’uomo. Quest’ultimo non potrebbe essere così com’è, se non avesse questi elementi superiori. Lina pianta sarebbe un minerale se non avesse alcun corpo eterico o vitale. L’uomo non avrebbe un sistema nervoso se non avesse un corpo astrale, e non potrebbe essere un essere con camminata eretta e con un cervello pensante se non avesse un Io. Se egli non avesse dai mondi superiori i suoi arti costitutivi invisibili, non potrebbe venirci incontro questo essere formato così quale egli è.

differenti arti dell’organizzazione umana sono però formati a partire dai diversi mondi spirituali. Se vogliamo comprendere questo, possiamo, meglio di tutto, ricordarci di una bella massima di Goethe che esce da una più profonda saggezza universale: “L’occhio è formato alla luce per la luce”.10 Vi è oggi una filosofia, che si riallaccia a Schopenhauer ed anche a Kant, che vorrebbe spiegare l’intero mondo come fosse una rappresentazione dell’uomo e mette in rilievo soprattutto il fatto che senza l’occhio non percepiremmo nessuna luce e vi sarebbero tenebre intorno a noi. Certamente è qualcosa di vero; ma non conta soltanto che una cosa sia vera, ma importante è che le verità che ci si fanno incontro nella vita sono sempre verità unilaterali e, se non vi aggiungiamo le altre cose che soltanto la rendono una piena verità, allora ci smarriamo proprio, a volte, più di tutto con le nostre verità. Poiché la cosa peggiore non è quando l’uomo sbaglia, quando dice qualcosa che non è giusto; in tal caso già il mondo lo rimette a posto. Ma quando egli reputa una verità parziale come fosse assoluta e vi permane nell’idea, allora si lascia fuorviare da essa. Dunque è una verità, ma unilaterale, dire che senza l’occhio non possiamo vedere la luce. Però è altrettanto vero che, se il mondo fosse stato sempre pervaso di oscurità, gli occhi non si sarebbero mai formati. Poiché l’occhio è qualcosa che è stato tirato fuori dalla corporeità non ancora differenziata. Possiamo vederlo dal processo inverso. In certi animali che dovettero vivere in grotte buie,11 gli occhi si atrofizzarono; tali animali persero la vista. Da un lato è vero che senza gli occhi non possiamo vedere la luce, ma dall’altro è anche vero che l’occhio è realmente formato dalla luce per la luce. Nelle verità è sempre importante che non le si consideri solamente da un lato, ma anche dagli altri. E la maggior parte dei filosofi risente proprio dell’errore non di dire il falso - molti non possono essere confutati, perché dicono appunto la verità -, ma di dire delle verità parziali, considerate solo da un lato e non anche dagli altri. Se prendiamo in senso corretto la frase “l’occhio è formato dalla luce per la luce”, potremo dirci che, quindi, nella luce deve trovarsi qualcosa che ha sviluppato l’occhio soltanto da un organismo che non l’aveva ancora. Dietro la luce sta dunque nascosto qualcosa di ancora superiore; per così dire, la forza plasmatrice degli occhi si trova dentro ogni raggio solare.

E stato detto questo affinché possiamo riconoscere che in tutto ciò che ci attornia è davvero nascosto quanto ci ha prodotto. Poiché allo stesso modo come i nostri occhi sono formati da qualcosa che è dentro la luce, così tutti i nostri organi sono plasmati da qualcosa che sta a fondamento di tutte le cose, di cui noi non vediamo che la superficie esteriore.

Orbene, l’uomo ha qualcosa che si può chiamare intelletto. Egli possiede intelletto, intelligenza. Nella vita fisica egli può servirsi di questo intelletto, di questa intelligenza, per il fatto di avere uno strumento adeguato, il cervello. Come egli ha l’occhio per vedere, così dispone di uno strumento per sviluppare l’intelletto nel mondo fisico, per poter pensare. Beninteso, parliamo ora del pensare nel mondo fisicosensibile, non di ciò in cui si trasforma il nostro pensare quando con la morte ci liberiamo del corpo, ma di come noi pensiamo qui sulla Terra, attraverso lo strumento del cervello.

Quando noi ci svegliamo al mattino, vediamo la luce grazie agli occhi; dietro la luce vi sta qualcosa che ha formato i nostri occhi. Noi pensiamo attraverso lo strumento del cervello; dunque dev’esserci qualcosa nel mondo che ha dapprima plasmato questo cervello così da poter essere uno strumento per il pensare nel mondo fisico. È quanto vogliamo porci esattamente davanti all'anima. Il cervello è un organo del pensare per il mondo fisico, ma dovette prima diventare tale a partire dalla forza che si manifesta esteriormente nella nostra intelligenza. Come la luce che percepiamo con gli occhi è una forza plasmatrice oculare, così vi è qualcosa che forma il nostro cervello, qualcosa che è forza plasmatrice cerebrale. Il nostro cervello è costruito a partire dal mondo spirituale. L’iniziando impara a conoscere che, se vi fossero solo il mondo elementare e il mondo spirituale, non avrebbe mai potuto formarsi ciò che è l'organo dell’intelligenza umano. Certamente il mondo dello spirito è elevato, un mondo notevolmente alto; ma a partire da un mondo ancor più elevato devono affluire all’uomo le forze che hanno formato qui nel mondo fisico il suo organo fisico del pensare, affinché si possa manifestare esternamente, in questo mondo, ciò che chiamiamo intelletto, intelligenza.

La scienza dello spirito12 non a torto ha espresso questo limite divisorio del mondo spirituale, che abbiamo appena descritto quale mondo delle gerarchie, in simbolo, attraverso la parola “cerchio animale” o “zodiaco”.13 Poiché, se esistessero soltanto questi mondi, avremmo l’essere umano davanti a noi solo al punto da non essere ancora una creatura intelligente, egli sarebbe, per così dire, a livello dell’animalità. Affinché l’uomo potesse diventare questo essere che cammina con postura eretta, pensa col cervello e sviluppa intelligenza, era necessario l’afflusso di forze superiori, di forze che risiedono in un mondo ancora oltre il mondo descritto come spirituale. E qui saliamo a un mondo che nella scienza dello spirito viene denominato con una parola oggi molto abusata; ma in epoche passate - e non occorre proprio ritornare molto indietro - aveva ancora il suo significato originale. Ciò che l’uomo sviluppa qui nel mondo fisico quando pensa, si chiama intelligenza. Ciò che quali forze, quali realtà vivono in un mondo ancora più elevato di quello spirituale, quanto vi affluisce giù attraverso il mondo spirituale ed elementare per formare il nostro cervello, si chiamava sempre, nella scienza dello spirito, “mondo della ragione”. È quel mondo in cui vi sono delle entità spirituali capaci di operare con la loro possente forza giù nel mondo fisico, per produrvi un’immagine ombra dello spirituale nell’attività intellettuale dell’uomo.

Vedete come è diventato misero il nostro linguaggio! La parola “ragione” nell’epoca del materialismo è stata molto abusata. Prima di quest’epoca nessuno avrebbe impiegato quella parola per il pensare nel mondo fisico. In tal caso si sarebbe parlato di “intelligenza”, di “intelletto”. Di ragione si è parlato quando gli iniziati, attraverso il mondo spirituale, si sollevarono vivacemente a un mondo ancora più alto e qui percepivano, discernevano direttamente un mondo elevato che risiede ancora oltre il mondo spirituale.14 “Ragione” (Vernunft) nella lingua tedesca è in relazione con “percepire e apprendere” (Vernehmen),15 con ciò, dunque, che a partire da un mondo più elevato del mondo spirituale viene direttamente guardato, “percepito e appreso”.

Con questo ci siamo innalzati, in modo particolare, a un mondo ancor più elevato di quello che potevamo designare come spirituale. Abbiamo quindi esaurito quello per cui abbiamo ancora un simbolo nell’uomo. Un simbolo molto pallido del mondo della ragione Tabbiamo nell’intelletto umano. In quel mondo dobbiamo cercare i capisquadra, per così dire, i costruttori16 del nostro organo dell’intelletto.

Se vogliamo raggiungere un mondo ancora superiore, possiamo comunque parlarne solo se ci eleviamo a una facoltà spirituale ancora più alta, a una capacità spirituale che oltrepassa i limiti dell’intelletto fisicosensibile. Abbiam visto che la forza che proviene dal mondo della ragione ha edificato nell’essere umano l’organo dell’intelletto, il cervello. Sappiamo, però, che l’uomo possiede una facoltà ancora superiore rispetto all’intelletto, cioè la capacità della coscienza chiaroveggente. Allora possiamo chiedere: «Non deve anche questa facoltà essere espressione o simbolo di forze che provengono da mondi corrispondenti ancora più elevati?».

Nel metodo scienti fico-spirituale di cui noi parleremo ancora dettagliatamente, il primo gradino di questa coscienza che può essere sviluppata come coscienza chiaroveggente si chiama coscienza immaginativa. È una specie di coscienza di immagini. Tale coscienza di immagini, la coscienza immaginativa, rimane a lungo una mera immaginazione, una semplice fantasia, quando quaggiù non viene realmente plasmato, da un mondo superiore, l’organo di questa coscienza di immagini, della coscienza immaginativa, così come il cervello quaggiù è stato formato, dal mondo della ragione, quale organo del pensare umano. Nel momento in cui diciamo che nel mondo esiste una coscienza chiaroveggente, dobbiamo anche dire che vi deve essere, quindi, un mondo da cui affluiscono le forze per l’organo della chiaroveggenza. Questo mondo si chiama nella scienza dello spirito “mondo degli archetipi”.17 Quanto ci può apparire come immaginazione davanti agli occhi è un’immagine del mondo archetipico.

In tal modo abbiamo quattro mondi superiori verso cui possiamo salire di gradino in gradino: il mondo elementare, il mondo spirituale, il mondo della ragione e quello degli archetipi. Da domani andremo a descrivere questi mondi superiori, soprattutto il mondo della ragione, e quindi potremo passare a una descrizione del metodo che va impiegato nel senso della nostra attuale formazione, quando le forze devono essere veramente portate giù dal mondo degli archetipi, per arrivare, nel senso della vita spirituale odierna, a ciò che si chiama coscienza chiaroveggente.

8°La via dal microcosmo al macrocosmo attraverso gli elementi e gli archetipi - Settima Conferenza

Vienna, 27 Marzo 1910

Miei cari amici !

Ieri abbiamo cercato di farci un’idea di ciò che si può chiamare il passaggio nel macrocosmo, nel grande mondo, a differenza delle descrizioni dei giorni scorsi che ci dovevano porre davanti all’anima la via mistica più profonda, il passaggio nel microcosmo. E ieri abbiamo mostrato come l’ascesa al macrocosmo, al grande mondo, conduca dapprima in quello che abitualmente, nella scienza dello spirito, si è chiamato il mondo elementare; come poi l’uomo, attraverso il mondo elementare, salga nel cosiddetto mondo spirituale; quindi nel mondo della ragione e infine in un mondo ancora superiore che ieri, alla fine della conferenza, abbiam potuto caratterizzare come mondo degli archetipi, di cui abbiam fatto notare allo stesso tempo che nel nostro linguaggio, propriamente, non vi è più un giusto mezzo espressivo per indicarlo, poiché anche la vecchia parola “ragione” è oggi diventata banale per il fatto che nella nostra epoca attuale viene adoperata per qualcosa che ha significato solo nel mondo sensibile, e perciò quell’antico termine, per questo mondo superiore che si trova ancora oltre il cosiddetto mondo spirituale, si presterebbe facilmente a malintesi.

Ovviamente di questo mondo degli archetipi non vi sarebbe da parlare solo per un’oretta, ma per settimane o per molti mesi. Possiamo solo dare risalto all’una o all’altra cosa sempre del tutto a grandi linee. Per avere delle rappresentazioni un po’ più esatte di quel mondo, vogliamo ancora menzionare una cosa. Quando l’uomo si familiarizza nel modo indicato col mondo elementare e ha quindi una reale visione di quelli che abitualmente si chiamano elementi, terra, acqua, aria e fuoco, si accorge pure che la propria corporeità - con cui si intende l’intera corporeità, quindi anche ciò che chiamiamo gli arti superiori della natura umana - è costruita a partire anche da questo mondo elementare. In questo accorgersi, però, l’uomo giunge alla conoscenza di qualcos’altro ancora. Egli arriva alla conoscenza del fatto che la visione esteriore del mondo elementare si presenta un po’ diversa dalla percezione interiore. Quando guardiamo dentro noi stessi, ovvero senza visione chiaroveggente, ma con la normale coscienza comune dell’umanità, troviamo certe qualità che annoveriamo per metà fra quelle animiche e per metà fra quelle della corporeità fisica, qualità che chiamiamo qualità del nostro temperamento. Queste le articoliamo in modo tale da parlare di un temperamento malinconico, di uno flemmatico, di un temperamento sanguigno e di uno collerico.

Ieri abbiamo detto che l’uomo, quando penetra nel macrocosmo, non si sente come di trovarsi di fronte alle cose, ma si sente veramente dentro ogni singola cosa del mondo elementare. Se guardiamo qualche oggetto fisico, diciamo: «Quell’oggetto è lì, mentre noi siamo qui». E nel mondo fisico siamo esseri ragionevoli solo finché possiamo chiaramente distinguerci con la nostra propria individualità dagli oggetti e dalle entità circostanti. Non appena ci si immerge nel mondo elementare, questa distinzione diventa proprio più difficile, poiché in un primo momento si è tutt’uno con gli oggetti, le entità e i fatti del mondo spirituale. Ieri abbiamo caratterizzato ancora, in particolare, ciò che si chiama “elemento del fuoco”. Abbiam detto che esso non è un fuoco fisico, ma qualcosa che possiamo paragonare al calore animico interiore, al fuoco dell’anima. Quando ci accorgiamo del fuoco del mondo elementare, ci sentiamo uniti con esso, ci sentiamo entro l’essere del fuoco, per così dire, fusi insieme. Ma questo sentirsi uniti può anche presentarsi con gli altri elementi. Soltanto l’elemento della terra fa eccezione, sotto un certo aspetto. Ho detto che nel mondo elementare si chiama “terra” ciò a cui non ci si può accostare, ciò che propriamente respinge.

Stranamente vi è una misteriosa affinità, si potrebbe dire, fra i quattro elementi caratterizzati del mondo elementare e ciò che nell’uomo si chiama “temperamento”, ossia esiste un’affinità fra il temperamento malinconico e l’elemento della terra, fra quello flemmatico e l’elemento dell’acqua, fra quello sanguigno e l’elemento dell’aria, e fra quello collerico e l’elemento del fuoco. Questa affinità si esprime nell’esperienza del mondo elementare in modo che, in effetti, l’uomo collerico ad esempio ha più inclinazione a crescere unito alle entità che in quel mondo vivono nel fuoco che a unirsi alle altre che vivono negli altri elementi. Il sanguigno è più propenso a concrescere con gli esseri che si presentano nell’elemento dell’aria, il flemmatico con quelli che si manifestano nell’acqua e il malinconico con quelli che compaiono nella terra. Così si arriva a un tipo diverso di dipendenza nel momento in cui si entra nel mondo elementare tramite una reale esperienza. E possiamo facilmente farci un’idea del perché gli uomini più vari raccontino le cose più diverse del mondo elementare, e del perché in realtà nessuno abbia del tutto torto quando descrive le proprie esperienze in quel mondo diversamente dagli altri.

Chi ha familiarità e dimestichezza con le cose saprà certamente che un malinconico, quando descrive il mondo elementare, lo descrive come un mondo in cui vi sono tantissime cose che lo respingono. Questo è del tutto ovvio, poiché la sua malinconia è affine, in modo misterioso, a tutto l’elemento terroso, ed egli non vede per così dire il resto. Il collerico ci racconterà come tutto si presenti focoso nel mondo elementare, poiché egli non vede tutto il resto e arde sempre, per così dire, soltanto nell’elemento del fuoco quando entra nel mondo elementare. Perciò non occorre affatto meravigliarsi se le descrizioni del mondo elementare di certi modesti chiaroveggenti sono molto differenti l una dall’altra, poiché si può valutare questo mondo solo quando si ha un’esatta conoscenza di se stessi. Sapendo fino a quale grado si sia, ad esempio, collerici o malinconici, si conosce allora il motivo perché quelle cose nel mondo elementare si mostrano in un modo o nell’altro. Grazie a questa autoconoscenza si viene proprio stimolati a distogliere lo sguardo da ciò con cui si è massimamente affine con la propria indole naturale.

Per cui abbiamo anche la possibilità di acquisire dei concetti superiori di ciò che nella scienza dello spirito si chiama “conoscenza di sé”. Quest’autoconoscenza non è qualcosa di molto facile, poiché presuppone di arrivare realmente nella condizione, per così dire, di uscire da noi stessi e di guardare il nostro proprio essere come se ci fosse del tutto estraneo. Questa cosa, non rappresentiamocela proprio come particolarmente facile. E relativamente facile per l’uomo veder chiaro nelle qualità animiche acquisite nella vita. Ma molto più difficile è avere le idee completamente chiare sul carattere del temperamento che agisce fin giù nella corporeità. Ciò che qui impedisce una vera autoconoscenza è il fatto che la maggior parte degli uomini si danno sempre ragione. Di certo è una tendenza generalmente egoistica dar sempre ragione a se stessi riguardo a tutto ciò che si giudica del mondo; ma questo non va severamente rimproverato e criticato, poiché è una caratteristica del tutto naturale dell’essere umano. Si può persino dire: «Che ne sarebbe dell’uomo, nella vita ordinaria, se egli non avesse questa sicurezza, che naturalmente dev’essere di parte, di poggiarsi saldamente su se stesso?». Ma se egli si appoggia così rigidamente su di sé, si porta dentro questo punto di vista tutto quello che si trova nel suo temperamento. Riuscire a liberarsi del proprio temperamento è qualcosa di molto difficile, e va fatto ogni sforzo per autoeducarsi e imparare a stare di fronte a se stessi in modo obiettivo. Ogni vero indagatore dello spirito dirà che realmente non vi è alcun particolare grado di maturità nel penetrare il vero mondo spirituale, se non si è capaci di osservare la massima fondamentale: alla verità può giungere soltanto l’uomo che non tiene in gran conto la propria opinione; e quindi la ritiene come qualcosa di cui parla pressappoco così: «Io voglio pormi una buona volta davanti all’anima così bene questa o quella opinione, mi voglio domandare se non possa scoprire in quale situazione della mia vita io l’abbia fatta mia». Supponiamo che qualcuno stesse in un modo o nell’altro dentro una corrente politica. Prima di raggiungere la maturità di penetrare nel mondo spirituale, egli dovrebbe, a tal riguardo, porsi del tutto obiettivamente la domanda: «In che modo la vita mi ha portato ad avere proprio questo modo di pensare, proprio questo orientamento? Se il karma mi avesse assegnato magari questo o quel posto nella vita, quanto penserei diversamente?». Occorre poter rivolgere a se stessi tale domanda. Se ce la si pone non solo momentaneamente, ma di continuo e in modo molto preciso, se ci si rappresenta ciò che lì ha lavorato alla formazione dell’uomo che si è oggi, si coglie la possibilità di fare il primo passo per uscire da se stessi.

Nel grande mondo, nel macrocosmo, non vi è un mezzo facile e semplice di essere al di fuori delle cose - mezzo che abbiamo nel mondo fisico. In quest’ultimo noi possiamo stare facilmente all’esterno di un rosaio, poiché la sua naturale caratteristica1 ci assegna questo posto. Nel mondo elementare si verifica proprio il fatto di immedesimarci nelle cose, ci identifichiamo con esse. Se non abbiamo modo di distinguerci, sebbene ne siamo dentro, semplicemente non possiamo mai arrivare a una chiarezza sopra le cose. Il nostro temperamento collerico, nel mondo elementare, cresce assolutamente insieme con l’elemento del fuoco. E non vi possiamo più distinguere ciò che irradia da noi e ciò che si riversa in noi dalle cose o da altre entità, se non abbiamo imparato tale capacità in modo particolare. Quindi dobbiamo prima imparare qualcosa. Dobbiamo imparare a stare dentro a un’entità pur distinguendoci da essa.

E non c’è che un essere solo da cui possiamo impararlo: noi stessi. Noi siamo un’entità nella quale ci troviamo dentro e presso cui possiamo iniziare ad imparare a differenziarci da essa. Quando arriviamo, in tal senso, a giudicare a poco a poco noi stessi come giudichiamo nella vita abituale un’altra persona, impariamo a distinguerci da noi stessi. Ciascuno ha bisogno soltanto di mettersi una mano sul cuore e di chiedersi come si differenzi il proprio giudizio su se stesso da quello su un altro. Abitualmente si dà ragione a se stessi e all’altro torto se la pensa diversamente. E così nella vita quotidiana. Ma nient’altro è più utile per iniziare ad autoeducarsi, che di porsi la questione in questi termini: «Io ho questa opinione, un altro ne ha una diversa; voglio partire dal punto di vista che l’opinione altrui abbia esattamente lo stesso valore della mia». Tale autoeducazione è necessaria nella vita ordinaria, affinché, con l’entrare nel mondo elementare, possiamo distinguere noi stessi dalle cose, sebbene ne siamo dentro.

Vediamo dunque che certe sottigliezze nell’esperienza quotidiana sono importanti, quando vogliamo salire coscientemente ai mondi superiori. Ma riconosceremo anche, da questo esempio, come sia del tutto legittimo ciò che ieri è stato detto, che l’uomo corre sempre il rischio di perdere il proprio Io quando si innalza al macrocosmo. Poiché nella vita abituale il nostro io, in fondo, non è altro che una confluenza delle nostre opinioni, sensazioni e abitudini, la maggior parte delle persone troverà oltremodo arduo semplicemente pensare, sentire e volere ancora qualcosa quando esse si distaccano da ciò che la vita ha fatto di loro. Perciò è estremamente importante, prima di impegolarsi soprattutto a salire nei mondi spirituali, familiarizzarsi con quanto è già stato indagato, con quanto la ricerca spirituale ha già illuminato. Per questo viene continuamente sottolineato che nessun uomo di conoscenza in tale campo darà mai una mano a qualcuno a entrare nel mondo spirituale, prima che questi abbia capito con la sua ragione, col suo giudizio ordinario che non è fantasticheria o stoltezza ciò che la ricerca spirituale sostiene. È senz’altro possibile che si acquisisca un certo giudizio sulla correttezza o no di ciò che è comunicato dalla scienza dello spirito. Benché non sia possibile indagare nel mondo spirituale senza avere gli occhi della chiaroveggenza aperti, tuttavia alle comunicazioni che vengono date dal ricercatore dello spirito si applica il parametro del giudizio umano abituale. Poi si considera la vita se diventa comprensibile grazie a ciò che il ricercatore spirituale dice. I giudizi così formati avranno la caratteristica di trascendere il modo di pensare umano comune. Riguardo a tutto ciò che in genere acquisiamo in fatto di opinioni ha voce in capitolo il sentire umano. Quando però ci dedichiamo con giudizio imparziale a come qui si parla dei mondi superiori, terminano le simpatie e le antipatie della nostra vita ordinaria, e noi troveremo che la nostra opinione su questi argomenti si accorda con quella delle persone più contrarie. Così con la stessa scienza dello spirito conquistiamo qualcosa che trascende le abituali opinioni personali e che abbiamo ancora quando entriamo nel mondo spirituale. È dunque importante impossessarsi di una base di verità scientifico-spirituali, poiché questo ci preserva dal perdere subito il nostro Io entrando nel mondo spirituale.2

Ma la perdita dell’io all’ingresso del mondo spirituale avrebbe, per molte persone, anche altre conseguenze. Queste, per l’uomo di conoscenza, spesso si mostrano già nella vita normale. Arriviamo qui ad un punto del quale dobbiamo ancora parlare brevemente. Questo sarà importante, quando in seguito descriveremo le vie che si possono percorrere per salire addirittura nei mondi spirituali. L’investigatore spirituale non deve soprattutto essere, in nessun senso, un fantasticone, un sognatore. Egli si deve poter muovere con sicurezza e forza interiore nel mondo spirituale, come si muove un uomo assennato nel mondo fisico. Ogni elemento nebuloso, ogni mancanza di chiarezza recherebbe danno, sarebbe addirittura pericoloso, quando varchiamo l’ingresso nei mondi spirituali. Per tale motivo è necessario ed è di così grande importanza acquistare fin da ora un giudizio sano sulla vita ordinaria. Specialmente nell’epoca attuale, in diverse persone, si manifesta già nella vita abituale qualcosa che potrebbe essere d’intralcio entrando nel mondo spirituale, se non se ne tenesse conto. Se riflettiamo sulla nostra vita e ci rammentiamo di tutto ciò che ha avuto influsso su di essa dalla nostra nascita in poi, allora noi stessi, con uno sguardo retrospettivo superficiale, ci ricordiamo ancora di diverse cose, ma di molte altre dovremo dirci che le abbiamo dimenticate. Di molte cose che hanno esercitato influenza sulla nostra vita, che hanno cooperato alla nostra educazione non abbiamo una chiara coscienza; vi è calato l’oblio. Ma non ammettiamo di non aver sperimentato qualcosa solo perché essa ora non c’è nella nostra coscienza. Perché dimentichiamo tali influenze sulla nostra vita? Per il motivo che con ogni nuovo giorno la vita porta sul nostro cammino nuove esperienze. E alla fine non saremmo più all’altezza della vita se dovessimo tenere assieme tutto ciò che abbiamo sperimentato. Ciò che viviamo ogni giorno si trasforma in capacità. Abbiamo già parlato del fatto che le nostre esperienze concorrono, per così dire, alla formazione dei talenti. Come sarebbe se ad ogni tocco di penna dovessimo ricordare le esperienze fatte per imparare a scrivere? Un’enorme somma di esperienze s’è riversata a formare la capacità dello scrivere. Queste esperienze che hanno lavorato su di noi, a ragione le abbiamo dimenticate. E bene per noi che le abbiamo ricoperte di oblio. Così la parola “dimenticare” è qualcosa che ha una certa importanza nella vita umana. Vi sono campi della vita umana in cui è assolutamente benefico che qualche esperienza attraversata dall’uomo possa di nuovo scomparire dalla coscienza. Vi sono innumerevoli impressioni, soprattutto del periodo della primissima infanzia su cui è calato un completo oblio, che non sono presenti nella nostra coscienza, poiché la vita ce le ha fatte appunto dimenticare. Ed è un bene, poiché altrimenti noi non saremmo pronti alla vita se dovessimo trascinarci dietro tutto questo. Ma non è ancora conseguenza diretta del dimenticare che queste impressioni vengano anche cancellate per quel che concerne la loro efficacia. Nella vita possono essere esercitate su di noi delle impressioni che sono sì scomparse dalla nostra memoria, ma, nonostante non ne sappiamo più nulla, nonostante le abbiamo dimenticate, sono forze attive trainanti nella nostra vita animica. Tali impressioni possono condurre al punto da influenzare la vita animica addirittura in modo sfavorevole. Quando queste impressioni dimenticate sono tali che, in certo qual modo, si oppongono a una sana vita interiore, possono portare al punto che la nostra vita dell'anima viene per così dire smembrata, viene disgregata; e tale dispersione della vita interiore può influire sfavorevolmente su tutta la nostra costituzione, può provocare fin giù nella nostra corporeità parecchie condizioni che si chiamano con i nomi più diversi, come nervosismo, isteria, che però, in fondo, possono essere completamente capite solo se si sa che l’ambito della vita cosciente non coincide con l'estensione dell'intera vita animica. Colui che conosce l’uomo può, talvolta, facilmente far notare a qualcuno che arriva da lui e si lamenta di parecchie cose che gli rendono la vita pesante, questa o quella cosa che egli ha dimenticato, che non sa più, ma che per questo non ha minor forza nella sua vita animica. Nell’anima umana vi sono delle specie di isole che stanno lì, vorrei dire, in maniera contrapposta, come delle isole diverse. Quando si è al mare, si può dire, ci si acclimata stabilmente su un’isola. La vita interiore dell’uomo, quando si imbatte in tali subcoscienti inclusioni di cui non ha chiara coscienza, può sperimentare ogni sorta di pericoli. Queste isole nella vita ordinaria possono essere evitate molto facilmente se l’uomo cerca di comprendere da un punto di vista ulteriore della propria vita ciò che ha avuto effetto su di lui. Agisce in modo estremamente sano per l’uomo se gli si può dare una specie di concezione del mondo con cui sia in grado di capire e sopportare queste isole animiche. Se si conducesse senza problemi un’anima umana su quegli scogli, essa verrebbe fuorviata ancora di più. Ma dando all’uomo la possibilità di capire queste cose, di intendere se stesso con una certa comprensione, egli vi arriva più facilmente se può inserire tali cose in tutta la sua vita interiore. Quanto più dunque possiamo differenziare in modo comprensibile entro la nostra vita cosciente, tanto meglio è per la nostra normale vita ordinaria.

L’uomo possiede tali isole animiche subconscie nella vita abituale, ma ancora più cose di questo genere gli si presentano davanti spiritualmente quando si addentra nel macrocosmo. Abbiamo visto che ogni notte, addormentandosi, l’uomo entra nel macrocosmo, ma che vi cala anche una completa dimenticanza su tutto ciò che egli vi può sperimentare. Fra le molte cose che l’uomo sperimenterebbe, se al momento di addormentarsi entrasse coscientemente nel macrocosmo, ci sarebbe se stesso; l’uomo stesso sarebbe dentro in quel macrocosmo. Ieri abbiamo descritto che l’essere umano ha intorno a sé, nel macrocosmo, entità e fatti spirituali. Certamente questo è giusto, ma tra tutto ciò che lì ha di fronte, vi è anche uno aspetto obiettivo di se stesso. Ora egli può confrontare quanto sia imperfetto rispetto a quanto in tal modo è contenuto nel mondo macrocosmico, e come abbia delle qualità che non lo fanno essere all’altezza di quel mondo. Tale circostanza in quel momento presenta una grande possibilità per l’uomo di perdere la fiducia in se stesso, la sicurezza di sé. Ciò che può proteggerlo da questa eventuale perdita è un’autoeducazione, precedente all’entrata nel mondo spirituale, a un giudizio ponderato sul fatto che egli, così com’è ora, è sì imperfetto, ma ha sempre la possibilità di acquisire facoltà per abituarsi a quel mondo spirituale.

L’uomo deve avere la possibilità di reggere le proprie imperfezioni e deve anche imparare a sostenere la vista di ciò che un giorno potrà essere quando le avrà superate e avrà acquisito quelle qualità che oggi ancora gli mancano. Questo è un sentimento che deve giungere nell’anima umana varcando coscientemente la soglia del macrocosmo. L’uomo deve imparare a vedere se stesso come qualcosa di imperfetto dal proprio punto di vista attuale. Deve imparare a tollerare questa vista e dirsi: «Quando riguardo nella mia vita attuale e in quella delle incarnazioni precedenti, vedo che esse hanno fatto di me ciò che io sono». Ma deve avere anche la possibilità vicino a questa sua propria figura, di avvertire, di sentirne un’altra che gli dice: «Se tu lavori a te stesso, se tu fai di tutto per sviluppare quanto vi è di predisposizioni, di talenti nella tua entità più profonda, un giorno potrai diventare un essere come questo che ti sta accanto come un vero ideale. Guarda senza timore né scoraggiamento». Però si può guardare senza paura né scoraggiamento a quanto la propria imperfezione pone vicino, solo quando ci si è educati a una forza di superamento delle difficoltà della vita. Se per questo, prima di fare la propria entrata nel mondo spirituale, ci si è preso cura di acquisire già delle forze animiche nel mondo fisico per superare dolore, sofferenza e opposizioni della vita, se ci si è fortificati nel tener testa a controforze, allora, nel momento in cui si ha quel sentimento, si può sentire in sé l’impulso: «Ciò che anche ti può succedere, qualunque cosa ti può accadere in quel mondo spirituale del macrocosmo, te la caverai, poiché svilupperai ancor più, con sempre maggior forza, le qualità che hai già acquisito quali forze di superamento di ostacoli e impedimenti».

Se ci si è preparati in tal modo, si sperimenta, proprio entrando nel mondo elementare, qualcosa di molto particolare. Comprenderemo quanto vi si sperimenta, se ancora una volta guardiamo indietro a ciò che è stato detto poco fa, che il nostro temperamento collerico è affine all’elemento del fuoco, il sanguigno a quello dell’aria, il flemmatico a quello dell’acqua, il malinconico all’elemento della terra. Quando penetriamo nel mondo elementare col nostro temperamento, ci vengono incontro le entità di quel mondo simili a quello che noi stessi siamo. Le qualità colleriche ci si fanno incontro come nell’elemento ardente del fuoco, quelle sanguigne come nell’elemento volatilizzante dell’aria, le flemmatiche come nell’elemento dell’acqua, le malinconiche come nell’elemento della terra. Allora si mostrerà come ciò che si acquisisce in quanto forze animiche attraverso l’autoeducazione conduca al fatto che ci si possa dire: «Tu avrai la forza per superare ogni ostacolo!». Ciò che l’uomo ha in sé è affine a quello che gli viene incontro nel mondo spirituale, è simile a quanto, confluendo per così dire da tutti gli elementi, si fa incontro a lui, così che egli scorge se stesso come un’entità che sta all’esterno.

Se ci si è decisi a superare, a togliersi con l’autoeducazione tutte le proprie imperfezioni, questo impulso dell’anima opera in modo che tale uomo imperfetto si presenti davanti senza che si sia costernati alla sua vista. L’uomo senza un grado di maturità sufficiente avrebbe sempre un sentimento sconvolgente vedendo il suo doppio. Nella vita normale ne è preservato dallo spegnersi della coscienza; ogni notte, addormentandosi, egli avrebbe davanti a sé il suo essere imperfetto e ne sarebbe sconvolto se si addormentasse coscientemente. Allo stesso modo gli si presenterebbe davanti quell’altra entità che gli farebbe notare come egli possa diventare. Per questo con l’addormentarsi viene spenta la coscienza. Se però l’uomo genera sempre più in sé la maturità che gli dice: «Tu supererai gli ostacoli!», allora a poco a poco si solleva ciò che nella vita normale si pone come un velo davanti all’anima umana quando egli si addormenta. Questo velo diventa sempre più sottile e alla fine sta lì in modo che l’uomo possa sopportare la visione di quella figura che è un’immagine di lui stesso così com’è attualmente; e accanto ad essa si accorge dell’altra figura che gli mostra come egli possa diventare quando continua a lavorare su di sé. Essa gli si presenta in tutto il suo splendore, in tutta la sua magnificenza e gloria.

L’uomo in quel momento sa che tale figura opera in modo così sconvolgente solo perché egli non è così, ma potrebbe esserlo, e sa che egli può acquistare la giusta disposizione dell’anima solo se può sopportare quella visione; vale a dire avere questa esperienza: passare davanti al grande Guardiano della soglia. Questo grande Guardiano, nell’addormentarsi abituale, spegne la coscienza umana così che scende l’oblio su quella coscienza. Egli ci mostra quello che ci manca quando vogliamo entrare nel macrocosmo e quanto dobbiamo fare solo da noi stessi per familiarizzarci via via con quel grande mondo.

La nostra epoca attuale ha bisogno così di formarsi un concetto di tali cose, ma detesta molto farlo. Sì, essa è presa in uno strano passaggio. Qualcuno ammetterà sì teoricamente di non essere un uomo perfetto, ma solitamente non va oltre la teoria. Questo ci si mostra meglio quando diamo uno sguardo nella nostra vita culturale. Facciamo noi stessi la prova! Prendiamo in mano la letteratura che tratta del mondo spirituale con lo stile odierno. Troveremo dappertutto un tono del tutto contrario, appunto, a quello ora caratterizzato. Dovunque potremo sentire e leggere quando questo o quello dice la propria opinione sul mondo spirituale: «Questo si può sapere e questo non si può». Proviamo come spesso scoviamo questa piccola parola “si” in scritti odierni: «Questo si può sapere, questo non si può sapere». Con questa parolina “si” l’uomo stabilisce un limite alla conoscenza che egli crede di non poter superare. Ogni volta che una persona pronuncia la parolina “si” in questo modo, è di opinione contraria a quella scientifico-spirituale. Poiché in nessun momento della vita è lecito dire: «Questo si può conoscere» o «Questo non si può conoscere», ma dobbiamo dire: «Noi possiamo conoscere tanto quanto corrisponde al nostro livello attuale di maturità e alle nostre capacità, e quando ci saremo sviluppati a un punto di vista superiore, potremo conoscere di più». Questo “non si può” non esiste proprio. Chi parla così si mostra già in partenza come un uomo che non è in grado di afferrare soprattutto il concetto di conoscenza di sé.3 Poiché sappiamo che l’uomo è un essere capace di evoluzione e che noi possiamo parlare solo di quanto ognuno può conoscere a seconda dell’attuale sviluppo delle proprie capacità.4

Questo “non si può sapere” è già così brutto, ma non sarebbe nemmeno la cosa peggiore, poiché in fondo è solo una forma di espressione di cui si può fare a meno di occuparsi. Lo scienziato dello spirito non se ne occupa; egli si abituerà a leggere la letteratura odierna in modo da dirsi che quando l’autore in questione dice “si”, significa “egli”. Allora ci si raccapezza se lo si legge da questo punto di vista. Colui che scrive rivela con questo proprio quel che conosce. Se fosse solo una questione di formulazione, non sarebbe così tremendo. La cosa però diventa più seria quando la suddetta persona la continua e la mette in pratica di fatto. Le teorie in genere non sono pericolose, ma lo divengono soltanto quando si trasformano in prassi di vita. Diventa pericoloso se la persona in questione inizia a dire: «Io so tutto ciò che l’uomo può sapere e conoscere, dunque non ho proprio bisogno di fare nulla»; allora frappone ostacoli a se stesso, nega a se stesso l’evoluzione. In fondo, vi sono oggi molte persone che si impediscono il loro sviluppo, così che si può soltanto augurare loro, dal punto di vista scientifico-spirituale, di dormire sempre molto bene e molto profondamente, per non arrivare mai, in qualche modo, con un piccolo sollevamento del velo, alla coscienza di come siano imperfette rispetto a ciò che potrebbero divenire. Così, nelle abitudini di pensiero, nell’intero modo di sentire del nostro tempo si trova che gli uomini, addirittura, rendono ben volentieri il velo sempre più fitto davanti al mondo in cui noi non possiamo entrare se non passiamo davanti al grande Guardiano della soglia, quella possente figura che ci impedisce sempre l’accesso se non facciamo davanti a lei un voto solenne. Senza questa sacra promessa non funziona, e questa consiste nel dirsi: «Adesso certamente sappiamo quanto siamo imperfetti, ma non smetteremo mai di sforzarci a diventare sempre più perfetti». Solo con questo impulso è possibile entrare nel macrocosmo. Chi non ha questa forte volontà di lavorare sempre più su di sé, dovrebbe appunto coltivarla se vuole procedere nel macrocosmo.

Questo è il risvolto necessario alla nostra autoconoscenza che dobbiamo conquistare se vogliamo imparare a distinguere nel mondo superiore. Deve diventare per noi conoscenza di sé; ma questa autoconoscenza rimarrebbe un prodotto morto se non fosse connessa alla volontà di perfezionamento di sé. Attraverso la svolta dei tempi risuona l’antica massima apollinea: «Conosci te stesso!». Essa è giusta, non c’è proprio nulla da obiettare, ma è anche da considerare, a tal proposito, ciò che è stato detto ieri riguardo alle verità: le peggiori rappresentazioni per l’essere umano non sono quelle veramente sbagliate, ma quelle unilaterali, quelle che sono mezze verità, che si frappongono molto più da ostacolo entro la nostra vita. E l’esortazione: «Conosci te stesso» sarebbe unilaterale, se non considerassimo anche il suo rovescio che si rivela come esortazione al continuo perfezionamento di sé. Quando facciamo questa promessa a noi stessi, al nostro uomo superiore che dobbiamo diventare, ci possiamo cimentare con fiducia e senza alcun rischio col macrocosmo, poiché sapremo via via orientarci nel labirinto in cui dobbiamo, a quel punto, entrare.

Abbiamo visto come la nostra propria natura risulti affine a ciò che chiamiamo mondo elementare e abbiamo trovato l’affinità di ciò che ci si fa incontro nel mondo elementare con i nostri temperamenti. Sentiremmo affine alla nostra propria entità anche dell’altro che ci muove incontro, se rivolgessimo lo sguardo su altre qualità animiche. In noi vi è sempre anche ciò che è fuori di noi, poiché siamo tratti dal mondo.5 Ma non possiamo guardare dentro il mondo elementare solo a partire da ciò che possiamo percepire nel mondo fisico, ad esempio partendo dal nostro temperamento collerico giungere al fuoco elementare, bensì possiamo salire anche al mondo spirituale e in mondi ancora superiori. Vogliamo oggi parlare ancora brevemente di questo punto.

Quando ci troviamo come esseri umani, sappiamo di andare da un’incarnazione all’altra. Se in questa incarnazione siamo proprio uomini malinconici ci potremo dire che ora, in questa incarnazione, siamo così, in un’altra precedente o successiva possiamo essere stati o divenire sanguigni o flemmatici, cioè, compenseremo l’elemento unilaterale. Con ciò abbiamo acquisito un concetto del fatto che noi, anche se siamo malinconici in una vita, siamo esseri più che meri malinconici. Con lo stesso essere con cui in questa vita siamo malinconici possiamo in una vita precedente essere stati, per quanto ci riguarda, collerici o possiamo in una vita successiva divenire sanguigni. Il nostro essere, dunque, non scompare in queste predisposizioni di temperamento, è ancora qualcos’altro che sta oltre. Se quindi il chiaro veggente osserva qualcuno nel mondo elementare e lo vede come uomo malinconico, deve dirsi: «Per come egli ora si presenta malinconico nell’elemento della terra è un’apparizione temporanea, è solamente l’apparizione di un’incarnazione. In un’altra incarnazione si può rivelare un uomo di aria o di fuoco che appare, per così dire, di terra nella sua incarnazione attuale». Così si presenta, in effetti, l’uomo nell’ambito del mondo elementare per la coscienza chiaroveggente. I malinconici che volentieri rimuginano in se stessi, che non la spuntano con se stessi, quando li si osserva dal punto di vista del mondo elementare, appaiono in modo che, per così dire, respingono. I collerici appaiono effettivamente nel mondo elementare come se propagassero delle fiamme. Tuttavia dobbiamo prendere in considerazione l’elemento animico del fuoco e non confonderlo con il fuoco fisico ordinario. Per evitare fraintendimenti vorrei menzionare che, nei manuali di teosofia, ciò che qui abbiamo chiamato mondo elementare lo troviamo designato come mondo astrale o piano astrale. Ciò che qui abbiamo chiamato mondo spirituale lo troviamo denominato come piano mentale o mondo del devachan, ma le parti inferiori di esso. Le parti superiori del devachan, che in quei testi vengono denominate come arupa-devachan, sono il mondo che qui abbiamo caratterizzato come mondo della ragione.

Quando dal mondo spirituale entriamo nel mondo della ragione, ci viene incontro qualcosa di simile a quel che incontriamo nel mondo elementare se noi come entità ci mostriamo in modo da superare sempre più l’elemento nel nostro temperamento e ci equilibriamo di vita in vita. Qualcosa di simile ci viene incontro quando giungiamo al limite del mondo spirituale. Ieri abbiamo caratterizzato che nel mondo spirituale troviamo dei fatti spirituali che si esprimono attraverso il movimento dei pianeti come in un orologio universale. Abbiamo detto che le entità si esprimono, come simbolo esteriore, nelle immagini dello zodiaco, le loro azioni nei pianeti. E abbiamo indicato il fatto che con questi simboli non si è ottenuto ancora niente di particolare, dalle immagini si deve passare alle entità stesse. Abbiamo designato l’insieme di queste entità come gerarchie, così che, nel mondo spirituale, arriviamo quindi a quelle entità che vengono denominate come Serafini, Cherubini, Troni e così via. Ora, però, non potremmo formarci un concetto dei mondi ancora superiori, se dalle designazioni che ieri abbiamo scelto per delle manifestazioni temporanee di quelle entità non passassimo alle stesse entità.

Abbiamo detto che un uomo in un’incarnazione ci può venire incontro come malinconico o come sanguigno; ma la sua vera entità è più del temperamento, poiché egli si sviluppa al di là di questo in un’altra incarnazione. L’entità prorompe dunque da quanto è stato caratterizzato come un’espressione del suo essere. Solo se ci rendiamo conto che le entità superiori denominate come Serafini, Cherubini, Troni, come Spiriti della volontà e via dicendo, e che nello spazio fisico si esprimono nelle immagini zodiacali, come entità sono più di quello che i loro nomi designano, allora abbiamo un concetto di questo limite superiore del macrocosmo. 1 ’n tale essere che ci si fa incontro, diciamo, come Serafino o come Spirito della saggezza non rimane sempre tale per cui lo possiamo denominare così. Poiché come l’uomo si evolve e accoglie le più diverse qualità, così le entità che vi troviamo al limite superiore del mondo spirituale si evolvono attraverso varie condizioni, in modo che possiamo denominarle una volta con questo nome e un’altra volta con quell’altro. Le entità crescono attraverso queste denominazioni. Banalmente si potrebbe dire che questi nomi indicano delle designazioni di incarichi. Questo rende chiara la questione. Quando si parla di Spiriti della saggezza, di Spiriti della volontà, è all’incirca come se si parlasse, per quanto mi riguarda, di un consigliere statale e di un consigliere statale segreto; può essere la stessa persona che a poco a poco ha diverse qualifiche. Così può essere la stessa entità gerarchica che una volta è uno Spirito della saggezza e un’altra uno Spirito della volontà, poiché le entità si evolvono attraverso gradi diversi. Finché si rimane nel mondo spirituale, si mostrano queste entità nell’una o nell’altra denominazione, come Serafini o come Cherubini e così via. Nel momento in cui, però, da questa denominazione di incarico si avanza a prendere in considerazione l’entità stessa, in cui si fa, per così dire, conoscenza con l’entità spirituale che si evolve, si è saliti in un regno più alto, nel regno della ragione, che abbiamo caratterizzato con il fatto di mostrare a quale arto della natura umana questo regno della ragione lavori.

Se si vuole arrivare a un certo grado di conoscenza si deve soprattutto distinguere tra le entità progressive stesse e quello che esse sono a un determinato gradino di evoluzione. Così dobbiamo fare con tali entità che si presentano pure come entità di livello avanzato ancora sulla Terra e anche con quelle che ci vengono incontro solo nel mondo spirituale. Come esempio sia qui citato il Buddha. Gli uomini conoscono il Buddha, come egli abbia vissuto e operato all’incirca tra il VI e il V secolo prima della nostra era.6 Chi è penetrato spiritualmente in questo argomento deve però imparare a distinguere tra l’entità stessa che nella sua incarnazione di allora era chiamata Buddha e la qualifica di “buddha”. Quell’entità che è vissuta grossomodo 500, 600 anni prima della nostra era è salita alla dignità di un “buddha” solo in quell’incarnazione. Prima era qualcos’altro. Prima era un bodhisattva e come tale già da millenni collegato alla Terra. Ma la stessa entità che millenni precedenti era un bodhisattva è poi comparsa nel Gautama Buddha e in quell’incarnazione è salita al grado di “buddha”. Questa entità però ha continuato anche ad evolversi ulteriormente così che essa - partendo da certe ragioni a cui noi potremo forse anche accennare - non ha più bisogno di discendere in un corpo carnale dopo l’esistenza Buddha, non le occorre più incarnarsi come uomo fisico. Essa continua a vivere in un’altra forma. Così si può dire: il Buddha come bodhisattva per molti millenni fu unito all’evoluzione terrestre, poi si è innalzato al grado “buddha” e perciò in quell’incarnazione era giunto al punto di non aver più bisogno di discendere in un’incarnazione fisica; ora è avanzato a un essere superiore che si trova nel mondo spirituale. Occorre dunque l’occhio aperto del veggente per trovare oggi il Buddha nella sua evoluzione.7 Se prendiamo questo come una specie di paragone, vediamo già che dobbiamo distinguere tra la qualifica “buddha” e l’entità che, per così dire, è passata attraverso questa carica. Quindi anche nei mondi superiori va distinto tra le denominazioni che diamo alle gerarchie e le entità che si sviluppano attraverso questi gradi, le quali avanzano dal gradino dei Troni a quello dei Cherubini e Serafini.

Pertanto, al limite del mondo spirituale vediamo che certe entità toccano quel limite e assumono determinate qualità, grazie alle quali ci appaiono con questa o quella funzione che dobbiamo attribuire loro, affinché con le loro azioni possano operare. Quando però ci eleviamo in mondi ancora superiori, ci appaiono queste entità stesse nella loro vivace evoluzione. Essa si rivela nei mondi superiori così come per l’uomo si presenta il corso delle sue incarnazioni nel mondo fisico. E come noi, in fondo, impariamo a conoscere un uomo solo se non teniamo conto soltanto della sua incarnazione attuale, ma anche seguiamo ciò che si muove di incarnazione in incarnazione, così impariamo a conoscere anche queste alte entità spirituali solo se possiamo innalzare lo sguardo da quanto ci esprimono le loro azioni a quelle entità stesse. Vivere nel mondo della ragione significa vivere attorniati dalle entità spirituali e partecipare allo loro evoluzione.

Già ieri abbiamo fatto notare che vi è un mondo ancora superiore che si trova oltre il mondo della ragione, dal quale provengono quelle forze che ci rendono capaci di passare dalla coscienza normale ordinaria alla coscienza chiaroveggente, quella coscienza che è dotata di occhi e orecchi spirituali. Raggiungiamo quindi un mondo ancor più elevato di quello a cui dobbiamo guardare se vogliamo spiegarci il nostro proprio mondo fisico. E quanto più meraviglioso sarebbe il fatto di dover spiegare queste qualità dell’uomo da mondi che sono più elevati del mondo spirituale e anche del mondo della ragione, poiché le capacità grazie a cui l’essere umano si abitua ai mondi superiori sono impercettibili per il mondo fisico esteriore! L’uomo diviene partecipe del mondo spirituale quando si desta in lui la coscienza chiaroveggente. Che meraviglia dunque che le forze per il risveglio di questa coscienza chiaroveggente debbano venir fuori da un mondo dal quale entità superiori stesse attingono le loro forze! Noi traiamo le nostre forze dell’intelletto dal mondo della ragione. Se vogliamo oltrepassarlo dobbiamo attingere le forze a tal fine da mondi ancora più elevati. Arriviamo allora al mondo immaginativo.

Il nostro compito sarà di caratterizzare questo mondo immaginativo che si apre come primo all’uomo quando si desta la coscienza chiaroveggente. Avremo da mostrare che tipo di organi sono necessari all’uomo per guardare in quel mondo e come dal mondo degli archetipi eterni provengano quelle forze che formano gli organi per la coscienza immaginativa, così come dal mondo della ragione giungono le forze che rendono l’uomo un essere dotato di discernimento spirituale. Il nostro prossimo compito sarà di riconoscere il nesso dei primi gradini della conoscenza superiore con il mondo spirituale degli archetipi e poi dovremo procedere ulteriormente alla descrizione del mondo ispirativo e di quello intuitivo. Mostreremo come l’uomo, nel senso della cultura odierna della nostra epoca, possa cimentarsi coi mondi superiori, possa diventare un cittadino di quei mondi in cui egli è l’essere infimo, dove alza lo sguardo verso esseri superiori che stanno al di sopra di lui, così come nel mondo fisico egli guarda giù ai regni dei minerali, dei vegetali e degli animali che lo circondano. Questo ci risulterà quando parleremo del conseguimento di capacità superiori grazie a cui l’uomo impara a conoscere nuove entità e nuovi fatti quando progredisce sulla via del macrocosmo.

9°Il cammino interiore come rispecchiamento dei processi universali - Ottava Conferenza

Vienna, 28 Marzo 1910

Miei cari amici !

Per comprendere ulteriormente quanto diremo, sarà bene iniziare la considerazione odierna esaminando ancora una volta il risveglio dell’essere umano, ma in modo da tener conto di tutto ciò che a partire dal mondo spirituale è attivo alla sua edificazione. Il risveglio dell’uomo è, come abbiamo visto nelle scorse conferenze, un passare di tutta l’entità umana dal macrocosmo, in cui egli è riversato durante lo stato di sonno, nel microcosmo. E comprensibile che dei veri processi che si svolgono nell’interazione tra il macrocosmo e il microcosmo, l’uomo nella coscienza normale sia assai male informato. Così, ordinariamente, egli crede che quanto chiama il suo Io, in fondo, si trovi effettivamente soltanto in lui.1

Se riflettiamo però che l’uomo, durante il periodo del sonno, col corpo astrale e con l’io è al di fuori dei suoi involucri corporei, diremo allora che noi già durante il sonno non possiamo affatto cercare il nostro lo all’interno dei limiti della nostra pelle, ma esso è come effuso, riversato nella sfera universale, è abbandonato a quei mondi di cui abbiamo parlato, e cioè al mondo elementare, al mondo spirituale, al mondo della ragione e anche a quel mondo di cui noi oggi vogliamo un po’ parlare, al mondo degli archetipi spirituali di tutte le cose, che sta ancora più in alto del mondo della ragione.

L’Io è come riversato fuori, come dispiegato nell’universo, e perciò il suo infilarsi nel corpo al mattino non è da intendere come se si potesse dire: «Il mio Io è là, viene qua da questa direzione e si infila in me», ma questo risvegliarsi è allo stesso tempo una specie di contrazione, di restringimento dell’io in modo tale che esso si contrae addensandosi sempre più ed entra nel corpo fisico e nel corpo eterico o vitale, così da esser appunto dentro in questi involucri corporei dell’essere umano con un’adeguata densità.

Alla coscienza chiaroveggente, però, si mostra che questo lo, anche durante la completa veglia diurna, non si trova affatto del tutto dentro all’uomo. Per la coscienza chiaroveggente l’io è qualcosa che è anche sempre presente, in certo senso, attorno all’uomo, nel suo ambiente; l’io umano coincide soltanto in parte con ciò che noi percepiamo ad esempio come corpo fisico. E così possiamo dire che l’io, in effetti, per quel che riguarda la sua sostanziale entità, è sempre attorno a noi, nel nostro ambiente. Ciò che il chiaroveggente vede, diciamo, come una specie di aura di luce dell’uomo, la chiamiamo aura-io. Così l’uomo è sempre in una nuvola sostanzialmente spirituale, e non si può cercare l’io in questo o in quel posto, ma come riempiente tutta quest’aura-lo dell’uomo.2 L’Io al mattino, al risveglio, si avvicina da tutti i lati; fuoriesce da tutte le entità e fatti che abbiamo descritto come mondo della ragione e come mondo spirituale ed elementare.

Vogliamo ora prendere in considerazione ancora un po’ più da vicino questo infilarsi dell’io nell’effettivo corpo umano. Poniamoci la domanda: «Come avviene che al risveglio abbiamo d’improvviso intorno a noi le percezioni sensoriali, colori, suoni, impressioni luminose e altre?». Vogliamo considerarlo questa volta riguardo a un determinato colore. Supponiamo di alzare lo sguardo, al mattino quando ci svegliamo, a una superficie blu. Abbiamo dunque come prima impressione dei sensi il blu. Come avviene? Sul modo come questo avvenga, la normale coscienza ordinaria dell’uomo non ha per niente le idee chiare; essa si rappresenta la questione alla rovescia. Questa impressione sensoriale avviene per il fatto che, mentre l’io dal macrocosmo entra nel microcosmo, in un primo momento c’è un po’ come un ostacolo a tutto l’affluire delle forze che sono là fuori nel mondo spirituale, vi è innanzitutto un impedimento per tutto ciò che noi chiamiamo mondo elementare. Quanto, dunque, ieri e l’altro ieri abbiamo caratterizzato come mondo elementare è qualcosa che viene dapprima trattenuto; non viene fermato del tutto, ma in modo che solo una parte del mondo elementare affluisce effettivamente. Quando abbiamo di fronte una superficie di color blu è perché attraverso questa superficie che vediamo davanti a noi come immagine blu scorrono tutte quelle forze dai mondi superiori che abbiamo descritto, tranne una parte del mondo elementare. Quanto viene trattenuto del mondo elementare arriva alla coscienza dell’uomo come un’immagine riflessa, come un riverbero, e questo riverbero è appunto il colore blu. Tutto ciò che abbiamo descritto ieri degli elementi del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra come appartenenti al mondo elementare, tutto questo scorre attraverso. Attraverso l’occhio penetra tutto ciò che vi è nel mondo in quanto elementi, ad eccezione di ciò che appunto vediamo. La percezione sensoria si verifica dunque per il fatto che il nostro occhio trattiene la luce dal mondo elementare, il nostro orecchio il suono, la nostra rimanente organizzazione trattiene, ad esempio, una parte del calore e così via. E ciò che non viene trattenuto penetra.

Ora possiamo completare quanto abbiamo detto nelle precedenti conferenze. Abbiamo detto: «L’occhio è formato alla luce per la luce». Quando l’occhio percepisce la luce, naturalmente non viene formato da ciò che viene visto, ma da quanto esso fa entrare, e ciò è una parte del mondo elementare. Pertanto possiamo dire (viene disegnato)3: quando qui affluiscono tutte le forze dai mondi sovrasensibili, certe forze qui vengono trattenute nell’occhio, e in modo analogo avviene con gli altri sensi. Ciò che non penetra in noi stessi, ciò che viene trattenuto, è la somma delle nostre percezioni sensoriali. Noi vediamo e sentiamo, quindi, ciò che non lasciamo entrare in noi stessi. Ma quanto vi facciamo entrare è ciò che ha formato l’organizzazione fisica, ad esempio, dell’occhio. Tratteniamo dunque certe forze, ne facciamo passare delle altre. Quelle forze che lasciamo entrare sono forze del mondo elementare che formano il nostro occhio; così che quando guardiamo il nostro globo oculare possiamo dire: nel mondo elementare che appunto non vediamo perché viene lasciato passare, abbiamo allo stesso tempo ciò che forma il nostro senso della vista; anche gli altri sensi sono formati allo stesso modo, a partire dal mondo elementare. Così siamo plasmati in quanto esseri sensoriali dal mondo elementare. Questo mondo elementare che vediamo quando ci rendiamo capaci di guardarvi dentro forma i nostri sensi.

Ma là dove il senso è delimitato verso Tinterno, vicino alla parete posteriore dell’occhio, vi si trova, per così dire, un secondo specchio; lì entrano in noi tutte le altre forze da un mondo più vasto, tranne quelle che vengono riflesse. Dico “per così dire”, ma questa è una spiegazione completa. Le forze elementari stesse vengono trattenute e riflesse alla parete posteriore dell’occhio; in tal modo smettono di operare, ma dietro affluiscono ancora solo le forze del mondo spirituale, quelle forze che, ad esempio, formano il nostro nervo ottico. Come l’occhio ha il nervo ottico grazie al riversarsi del mondo spirituale, così l’orecchio ha il nervo acustico grazie al riversarsi di quel mondo e via dicendo. Quindi tutto il nostro sistema nervoso è formato a partire dal mondo spirituale. Da esso ci affluiscono quelle forze ed entità che sono plasmatrici del nostro sistema nervoso. E i nostri nervi sono ordinati come le leggi del mondo planetario là fuori; infatti abbiamo potuto comprendere quel mondo dei pianeti come l’espressione esteriore, per così dire, di una specie di orologio per ciò che vi opera come fatti ed entità spirituali.

Sarebbe ovvio che ci chiedessimo: se le cose dovessero stare così, se realmente questo mondo che si esprime con segni esteriori nel nostro sistema planetario agisse sui nostri nervi, allora alla base del nostro sistema nervoso dovrebbe esservi una regolarità che corrisponderebbe al sistema solare esteriore. Nel nostro sistema nervoso dovremmo avere, per così dire, una specie di sistema solare interiore, poiché sono le forze del mondo spirituale che si esprimono nel sistema solare-planetario, quando abbiamo attraversato il mondo elementare. Le forze affluiscono dal mondo celeste e organizzano il nostro sistema nervoso.4 Cerchiamo di chiederci se il nostro sistema nervoso si presenta davvero come una specie di immagine riflessa di quello che fuori nel macrocosmo si esprime nei pianeti e nelle figure dello zodiaco.

Sappiamo tutti che il nostro tempo viene regolato dalla posizione della Terra rispetto al Sole e dal passaggio di questo, nel corso dell’anno, attraverso le dodici costellazioni. Durante l’anno il Sole si sposta apparentemente attraverso le dodici figure zodiacali. Questa è una suddivisione principale dell’anno, quella in dodici mesi, ottenuta dalla regolarità che nel sistema solare regna tra pianeti e costellazioni. Il numero dodici è un numero che esprime la regolarità di queste posizioni e movimenti. Abbiamo dodici mesi nell’anno e per i mesi più lunghi abbiamo il numero trentuno, trentun giorni. E di nuovo qualcosa tratto dalla posizione dei nostri corpi celesti l’uno con l’altro, qualcosa che è in relazione col nostro sistema del tempo. I mesi più lunghi hanno trentun giorni, gli altri trenta, tranne il mese di febbraio che ne ha ventotto o ventinove. Qui vi è una certa irregolarità, ma questa ha le sue buone ragioni.5 Solo che adesso non possiamo impegolarci su questo punto particolare.

Cerchiamo di portarci davanti all’anima questa meravigliosa divisione del tempo là fuori nel grande orologio universale e di dirci: se davvero ciò che è a fondamento di questo grande mondo cosmico fornisce anche le forze formative del nostro sistema nervoso, allora i numeri si dovrebbero rispecchiare nel sistema nervoso. Ora, noi abbiamo dodici paia di nervi cranici e trentun paia di nervi spinali, vale a dire, le regolarità cosmiche che sono dominate dal numero dodici e dal numero trentuno si riflettono effettivamente nel nostro sistema nervoso. E se c’è una certa irregolarità è dovuto al fatto che l’uomo deve diventare un essere autonomo, grazie al suo sistema nervoso, e deve diventare indipendente da ciò che accade esternamente nello spazio. L’essere umano ha i suoi trentun paia di nervi spinali. Altrettanto come il numero dodici dei mesi si regola secondo il passaggio del Sole attraverso lo zodiaco, così il numero dei giorni del mese dovrebbe in effetti dipendere dalla Luna; ciò fornirebbe solo ventotto giorni. E se non avessimo tre paia di nervi per così dire in più, per cui possiamo renderci indipendenti da uomini liberi, saremmo soggetti effettivamente anche al numero ventotto. Con ciò guardiamo dentro a un profondo mistero, a un meraviglioso nesso tra quanto là fuori si esprime nei grandi simboli dello spazio, che sono un riflesso di entità e attività nel mondo spirituale, e ciò che abbiamo nel nostro sistema nervoso.

Veniamo ora alla terza parte di ciò che viene riflesso. Il nostro sistema nervoso viene dunque costruito dal mondo spirituale. Là dove ogni nervo si immette nel cervello o nel midollo spinale, in quel punto di sbocco ha luogo di nuovo un riflesso. Lì il mondo spirituale viene trattenuto e vi penetra quanto abbiamo imparato a conoscere nel mondo della ragione: le forze delle gerarchie. E questo mondo della ragione ci edifica ciò che è collocato dietro ai nervi, il nostro cervello e midollo spinale; così in questi ultimi abbiamo il risultato di tutta l’attività che alla fine proviene dal mondo della ragione. Chi penetra con sguardo chiaroveggente il mondo spirituale, trova anche nei più piccoli riflessi del cervello e del sistema nervoso riproduzioni esatte dei grandi processi universali.

Ciò che noi chiamiamo mondo degli archetipi, il mondo degli archetipi spirituali delle cose, ci penetra però fino in fondo senza che lo possiamo trattenere. In che modo nella vita abituale possiamo aver una coscienza di qualcosa?6 Per il fatto di poterlo trattenere. Noi riusciamo a prendere coscienza di una parte del mondo elementare trattenendone una parte. Siamo persino un prodotto di questo mondo elementare nei nostri organi di senso. Diventiamo coscienti dei nostri sensi trattenendo una parte del mondo elementare. Siamo un prodotto del mondo spirituale nei nostri nervi. Quando abbiamo coscienza dei nostri nervi, diventiamo in certo modo consapevoli del mondo spirituale, naturalmente soltanto in immagini, trattenendone una parte. Che cosa conosce l’uomo del mondo elementare? Conosce quanto gli viene riflesso dai sensi. E che cosa conosce del mondo spirituale? Conosce ciò che gli riflettono i suoi nervi, ciò che abitualmente si chiamano leggi di natura. Le leggi di natura non sono altro che un’immagine ombra, un’immagine riflessa affievolita del mondo spirituale. E quanto l’uomo conosce come sua vita spirituale interiore, come sua ragione, è un’immagine riflessa attenuata del mondo esteriore della ragione. Ciò che nel nostro linguaggio si chiama intelletto, intelligenza, è un’immagine del mondo della ragione, ma debole, nebulosa.

Che cosa dovremmo fare quindi, dobbiamo chiederci, per essere in grado di vedere più di quanto abbiamo appena citato? Se volessimo vedere di più, dovremmo essere capaci di trattenere di più. Se volessimo reggere un’influenza del mondo degli archetipi, dovremmo poter trattenere in qualsiasi modo quel mondo. Possiamo avere organi fisici di senso soltanto per il fatto che lasciamo passare in noi il mondo elementare e poi lo tratteniamo. Per tale motivo si forma ad esempio il nostro occhio. Possiamo avere un sistema nervoso solamente perché facciamo entrare in noi il mondo spirituale e poi lo tratteniamo. Possiamo avere una forza del pensare solo per il motivo che facciamo passare e poi tratteniamo il mondo della ragione. Per questo si forma il nostro cervello. Se si devono formare degli organi ancora superiori, dobbiamo allora avere la possibilità di trattenere un mondo più vasto, un mondo ancor più elevato. Dobbiamo potergli inviare incontro qualcosa, come nel nostro cervello mandiamo incontro al mondo della ragione ciò che lo trattiene, affinché si rispecchi. L’uomo deve dunque fare qualcosa se si vuole evolvere in senso superiore. Deve fare qualcosa per poter trattenere un mondo più elevato, per ricevere da esso delle forze che altrimenti passano semplicemente attraverso di lui, poiché quelle forze del mondo degli archetipi semplicemente lo attraversano. A tale scopo egli deve addirittura creare un apparato riflettente. Nella direzione in cui l’uomo di oggi può e deve farlo, il metodo scientifico-spirituale crea un apparato riflettente che nel lavoro dell’anima, al fine della conoscenza dei mondi superiori, prende le mosse dalla cosiddetta conoscenza immaginativa. Ciò che l’essere umano ordinariamente conosce è il mondo fisico esteriore.

Se l’uomo vuole conseguire una conoscenza superiore, deve quindi fare qualcosa per crearsi innanzitutto degli organi superiori. Deve bloccare in sé un mondo superiore, come è il mondo della ragione, e questo accade per il fatto di eseguire una nuova attività. Possiamo facilmente comprendere che è impossibile giungere a una conoscenza superiore con ciò che l’uomo elabora con la coscienza normale, poiché ciò che egli sviluppa con essa si esaurisce con quanto abbiamo citato. Egli deve quindi fare qualcosa per sviluppare in sé una nuova attività che possa contrapporsi al mondo degli archetipi e trattenerlo. Questo succede in modo che egli, ad esempio, impara ad attraversare tali esperienze interiori che non appartengono alle esperienze coscienti ordinarie. E una tale esperienza interiore, che è anche una specie di esperienza tipica, la troviamo descritta nel mio libro La scienza occulta, nella costruzione della rappresentazione della “rosacroce”.7

Come si procede per avere in modo corretto interiormente, quale esperienza, questa rappresentazione della rosacroce? Sebbene anche qui a Vienna sia già stato detto, oggi va tuttavia ancora una volta ripetuto, perché deve inserirsi in tutto il nostro essere. Colui che volesse guidare un discepolo spirituale ai gradini superiori della conoscenza e volesse perciò fargli dapprima compiere un piccolo inizio di sentiero, direbbe: guarda un po’ come una pianta cresce a partire dal terreno. Lì vedi come cresce foglia dopo foglia fino al fiore e al frutto. Essa cresce in modo tale che tu la vedi percorsa dal verde succo vegetale. Ora paragoniamo questa pianta ad un uomo. Sappiamo che costui è percorso da ciò che chiamiamo sangue e sappiamo che nel sangue c’è l’espressione esteriore di quanto nell’uomo pulsa come passioni, istinti, brame e così via. Per il fatto che egli è un essere-io ci appare come un’entità superiore rispetto alla pianta. Soltanto un fantasticone potrebbe credere - sebbene ve ne siano molti - che la pianta abbia anche una coscienza come l’uomo e sia in grado di riflettere interiormente le impressioni esteriori. Non si ha una coscienza per il fatto di svolgere una qualche attività - questo lo fa anche la pianta -, ma per il fatto di essere capaci di riflettere interiormente le impressioni esteriori. L’essere umano lo può fare. Egli è salito ad un’evoluzione superiore rispetto alla pianta che non può fare questo. E per tale sviluppo l’uomo ha dovuto mettere in conto, in certo senso, una specie di degrado, ha dovuto accollarsi la possibilità di sbagliare. La pianta non commette errori seguendo le proprie leggi. Qui non possiamo parlare di errore. Essa non possiede nemmeno una natura superiore e una natura inferiore in sé, non ha dentro di sé quelli che si chiamano istinti, brame, passioni e via dicendo, che vanno verso l’elemento inferiore. Se stiamo davanti a una pianta possiamo essere impressionati dalla sua purezza a differenza di quanto permea l’uomo come istinti, brame, passioni. Così l’uomo sta di fronte alla pianta col suo sangue rosso, come un essere che si è sviluppato nella propria coscienza a un’altezza superiore, ma per tale evoluzione superiore ha dovuto accollarsi uno spostamento in giù in una specie di svilimento.

La guida spiegherà tutto questo al discepolo dello spirito. Poi farà notare che l’uomo deve raggiungere da sé ciò che gli appare nella pianta a un gradino inferiore. Egli deve diventare di nuovo padrone dei suoi istinti, delle sue brame e passioni, di ciò che ha la sua espressione nel sangue che si agita. Lo diventa quando con la sua natura superiore ha conseguito vittoria su quella inferiore, quando il suo sangue rosso è divenuto così puro come il succo verde della pianta che si tinge di rosso nel petalo rosso della rosa. Così la rosa rossa può essere per noi un simbolo di ciò che l’essere umano deve diventare quando conduce la vita incontro a un ideale reale, grazie al cui compimento la sua natura superiore diventa padrona di quella inferiore. Noi solleviamo lo sguardo alla rosa come a un modello; essa è un simbolo, un emblema del sangue depurato, purificato. E quando uniamo la rosa rossa alla croce nera di legno, al legno morto che ci lascia la pianta quando muore e si dissecca, allora la corona di rose rosse attorno alla nera croce di legno può essere per noi un simbolo del trionfo della natura superiore, della natura purificata dell’uomo sulla sua natura inferiore che egli deve domare. Nella croce di legno nera abbiamo l’emblema della natura inferiore dell’uomo domata e nella rosa rossa l’emblema del sangue rosso purificato. La rosacroce è un simbolo dell’evoluzione dell’uomo come si svolge nel mondo. Con la rosacroce abbiamo davanti a noi non un concetto astratto, bensì un emblema di qualcosa di sentito, di partecipato; possiamo sviluppare calore nella nostra anima se guardiamo all’evoluzione umana come viene rappresentata nella rosacroce.

Questo ci mostra che l’uomo può avere delle rappresentazioni che non corrispondono a nulla di esteriore. Chi vuole rimanere soltanto nella coscienza normale, ora direbbe: «Sei un formidabile sognatore! A che cosa serve questa rosacroce? Se non raffigurano nulla di esteriore, sono delle rappresentazioni non vere. Ti sei formato una rosacroce. Dove si trova mai questa? Dove crescono delle rose rosse su del legno secco?». Così potrebbe dire qualcuno. Ma è proprio questo che conta, il fatto che con la nostra anima acquisiamo delle capacità che non sono già presenti nella coscienza normale. Dobbiamo innalzarci ad una attività interiore in cui non ci raffiguriamo solo qualcosa di esteriore, bensì dove elaboriamo vivacemente l’elemento esteriore a rappresentazioni che stanno in un certo rapporto col mondo esteriore, tuttavia non raffigurano solo quello. La rosacroce sta in un certo rapporto col mondo esteriore, ma il modo in cui sta in rapporto, noi stessi ce lo siamo costruito. Abbiamo sentito il salire dalla pianta all’uomo e Tinnalzarsi dell’essere umano. Con sentimento vivace tratteggiamo la rosacroce davanti a noi nella nostra rappresentazione. In tal modo diversi simboli potrebbero essere posti davanti all’anima.

Per capirci più esattamente, ve ne voglio porre ancora un altro. Guardiamo la vita abituale dell’uomo, come egli passa i giorni della sua vita. Vi troviamo innanzitutto l’alternanza di giorno e notte, di veglia e sonno. Durante il giorno abbiamo una quantità di esperienze; dal mattino fino alla sera sperimentiamo tutto il possibile. Chiediamoci che cosa avvenga di notte. Già sappiamo, anche da queste conferenze, che in quel tempo determinate forze vengono succhiate dal mondo spirituale senza la nostra coscienza. Come di giorno abbiamo delle esperienze nella coscienza, così di notte le abbiamo nell’inconscio. C’è questa alternanza. Se talvolta, con lo scopo di una certa autoconoscenza, ci ritiriamo nella nostra interiorità e ci chiediamo: «Come va effettivamente il tuo progresso? Ogni esperienza del giorno ti ha portato realmente un corrispondente balzo in avanti? L’uomo ha veramente motivo di essere soddisfatto di sé, se ogni giorno avanza solo di un piccolissimo tratto, per il fatto che il giorno gli porta delle esperienze e la notte gli procura delle forze?».8 Di giorno occorre che venga sperimentato, per così dire, moltissimo dall’essere umano, affinché egli, grazie a tali esperienze del giorno, diventi anche realmente un tantino più maturo. Si provi a chiedersi quanto si è acquisito in fatto di maturità, quando per una giornata si è fatto agire su di sé le esperienze del giorno e le forze della notte, e si troverà che il progredire della nostra reale entità, del nostro Io, avviene molto lentamente, mentre in proporzione ci passano davanti molte esperienze.

Possiamo rappresentarci lo sperimentare del giorno e il progresso della nostra entità nell'evoluzione grossomodo così: forse, dopo un giorno, col nostro Io siamo avanzati di un piccolo trattino, il secondo giorno, di nuovo, un piccolo trattino e via di seguito; e questo è forse già fin troppo, poiché molte persone in genere avanzano molto poco da un giorno all'altro. Ma se solo guardiamo all’epoca più favorevole della nostra vita, l’infanzia, vedremo come l’essere umano, quale bambino, proceda in modo straordinariamente veloce rispetto alla vita successiva. Non è infondata l’affermazione che un giramondo, con tutto ciò che impara nei suoi viaggi, non ha fatto così tanti progressi quanto con quello che ha imparato dalla sua balia.9 Possiamo rappresentare il progredire dell’io a tappe con un disegno.

La linea verticale è il progresso; la linea curva che si attorciglia intorno rappresenta le esperienze del giorno. Noi abbiamo molte esperienze durante il giorno; queste ci portano solo fin qui (punto d’intersezione). Poi il giorno seguente abbiamo di nuovo molte esperienze che ci fanno progredire ancora di un tratto. Se prendiamo ora le forze che nella notte vengono esercitate su di noi, possiamo rappresentarle con la linea tratteggiata. Possiamo così rappresentare questo progredire dell’uomo rispetto alla sua esperienza come un bastone su cui si attorcigliano due serpenti, uno chiaro e l’altro scuro.10 Quello chiaro designerebbe le esperienze diurne, quello scuro le forze notturne. In tal modo davanti a noi abbiamo qualcosa come un emblema della vita umana.

Possiamo formarci dei simboli complicati e dei simboli semplici. Sarebbe un simbolo del tutto semplice se ci dedicassimo all’osservazione di una pianta germogliante, come cresca in altezza fino alla fruttificazione, come successivamente, da un certo gradino in poi, vada incontro al disseccamento fino alla scomparsa, per ultimo, di tutti gli elementi esterni, all’infuori del seme. Potremmo così rappresentarci il simbolo molto semplice dello sviluppo crescente e rigoglioso della pianta e del suo declino fino a disseccarsi di nuovo. In questa linea avremmo un semplice emblema di ciò che avviene nella pianta che cresce e poi si dissecca.

Nella rosacroce abbiamo un simbolo dell’evoluzione umana dall’essere inferiore a quello superiore e nel caduceo di Mercurio un simbolo del progresso dell’io attraverso le esperienze del giorno e della notte. Così potremmo sviluppare simboli dopo simboli. Tutti questi non raffigurano niente di esteriore, ma se ci abbandoniamo ad essi, se ci dedichiamo nella meditazione interiore al significato di questi simboli che non riflettono nulla di esterno, elaboriamo la nostra anima in modo che essa si abitui ad un’attività interiore che altrimenti non eserciterebbe. E la somma di questa intima attività forma alla fine una specie di forza interiore grazie alla quale possiamo trattenere quello che chiamiamo “mondo degli archetipi”.

simboli non devono essere solo quelli che si hanno davanti agli occhi come immagini, bensì possono anche essere delle parole in cui sono concentrate profonde verità universali. Quando emergono delle grandi e vaste verità universali in frasi emblematiche, allora abbiamo anche del materiale con cui possiamo formare la sostanza della nostra anima. Con tale lavoro su se stesso l’uomo forma coscientemente ciò che in genere il mondo esteriore gli ha prodotto senza il suo intervento, avendo formato il suo cervello dal mondo della ragione, il suo sistema nervoso dal mondo spirituale e i suoi organi di senso dal mondo elementare. L’essere umano si forma egli stesso gli organi che stanno oltre il suo cervello e che però non sono visibili esternamente, poiché si trovano fuori del mondo dell’elemento fisico. Per l’ordinaria coscienza normale tali organi non possono essere percepibili. Come gli occhi vengono formati a partire dal mondo elementare, il sistema nervoso dal mondo spirituale, il cervello umano dal mondo della ragione, così dal mondo degli archetipi vengono formati quelli che chiamiamo organi di senso superiori, quegli organi che a poco a poco ci renderanno idonei a guardare entro i mondi spirituali. Questi organi di senso, per il fatto di presentarsi come forme di fiori spirituali che spuntano a partire dall’uomo, sono chiamati “fiori di loto” o anche “ruote spirituali” o “chakra”. Così effettivamente, per la coscienza chiaroveggente, in quegli uomini che svolgono tali esercizi come sono stati descritti, può diventare visibile qualcosa, come dei nuovi organi che non vengono visti con la coscienza ordinaria. Nel mezzo della fronte può venir formato qualcosa che si apre come una ruota o si schiude come un fiore e che chiamiamo fiore di loto a due petali. Questo fiore è qualcosa come un organo di senso spirituale. Come vi sono gli organi di senso fisici che ci rendono coscienti del mondo fisico che ci attornia, così vi sono questi organi di senso spirituali per renderci coscienti di quel mondo che non si può vedere con la coscienza normale ordinaria. In realtà sono forze e sistemi di forza che spuntano dall’anima dell’uomo che formano questi organi. Un secondo fior di loto è da formare nella regione della laringe, un terzo in quella del cuore e così via. Tali organi di senso spirituali - nella parola vi sta naturalmente una contraddizione, ma nel linguaggio attuale, che è coniato per il mondo fisico-sensibile, non abbiamo nessun termine più adatto - si sviluppano mediante l’essere interiormente occupati, attraverso un occuparsi sempre di nuovo, in modo paziente ed energico, con tali simboliche rappresentazioni che non raffigurano nulla di esteriore, ma che operano nella nostra anima in modo diverso dalle esperienze ordinarie della coscienza e grazie alle quali richiamiamo delle forze dall’anima che si oppongono al mondo degli archetipi.

Ma non basta arrivare soltanto fin qui, poiché da vedere non c’è ancora niente. Chi ne è già capace può scorgere nell’uomo che si evolve spiritualmente questi organi di senso superiori; ma tali organi che a questo punto si formano devono prima continuare a svilupparsi fino alla vista chiaroveggente. Finora sono plasmati solo a partire da un mondo più elevato rispetto a quei mondi che in genere ci formano. Allora si svolge il secondo passo per mezzo del quale viene preparata la vera visione. Questa preparazione si verifica per il fatto che chi ha conseguito la conoscenza immaginativa, dunque la formazione dei fiori di loto, ora passa a un gradino superiore del lavoro animico interiore. Questo è un po’ più difficile del primo. Il primo passo consiste nel fatto che l’uomo formi in sé, il più possibile, molte rappresentazioni simboliche, le quali, in ogni scuola di ricerca spirituale, possono essere date in conformità all’individualità del discepolo, così che egli a poco a poco sviluppa, con pazienza e perseveranza, i suoi organi di senso spirituali. Il gradino successivo è costituito dal fatto che l’essere umano, dopo aver sviluppato una certa abilità nella rappresentazione di tali immagini, è in grado di farle sparire, di eliminarle dalla coscienza e di tenere in considerazione, in lui stesso, solo ciò che ha creato quelle immagini. Non è vero? - c’è stata una certa attività in noi, quando abbiamo formato la rappresentazione della rosacroce! Abbiamo guardato alla pianta e all’essere umano, ci siamo occupati di un futuro lontano e abbiamo costruito questo simbolo solo a partire dalla nostra capacità animica. Supponiamo che ora lo facciamo scomparire del tutto. Portiamo via dalla nostra coscienza la rosacroce o anche il caduceo di Mercurio e ci chiediamo: «Come abbiam fatto a ricevere queste immagini?». Guardiamo alla nostra propria attività senza guardare al prodotto di questa attività! È più complicato. Dunque, prescindiamo dai simboli e ci occupiamo della nostra attività creatrice dei simboli. È un distogliere l’attenzione su se stessi. Dopo aver creato un simbolo si immagini: «Come l’hai fatto?». Ci si rappresenta che cosa si è fatto per realizzarlo. La maggior parte degli uomini dovrà fare molti, molti tentativi per passare dal simbolo all’attività creatrice di esso. L’uomo deve prendere dimestichezza col fatto di dirsi: «Se io faccio sparire il simbolo, non è che non ho più niente». Questo lavoro durerà molto. Si dovrà creare di continuo i simboli per poterli poi lasciare andare e quindi esser in grado di sperimentare ciò che è l’attività creatrice del simbolo.

Se si son fatti questi esercizi per un tempo alquanto lungo così che li si sente interiormente, per così dire, ribollire e turbinare in sé, si è già fatto un passo avanti. Allora si è arrivati al punto che si può sperimentare, in effetti, il momento in cui non si ha soltanto degli organi superiori, dei fiori di loto, ma si vedono sorgere d’improvviso elementi nuovi di ogni genere di cui prima non si aveva alcun presentimento, e se ne ottiene la prima visione nel mondo spirituale. Ora si è giunti al gradino dove si ha un nuovo campo visivo. L’esperienza è pressappoco la seguente: se ci si è lasciato tutto questo alle spalle, se si è già abbandonato l’ordinario mondo esteriore dei sensi, se nella meditazione si è vissuto in un mondo di simboli ed ora li si fa sparire, allora si ha della nera oscurità intorno a sé. Solo che la coscienza non cessa,11 ma adesso ribolle e turbina della propria attività. E per questo si è capaci di trattenere qualcosa di più. Prima si è trattenuto il mondo degli archetipi; ora si trattiene qualcosa di più, si trattiene ciò che si può chiamare il mondo della ragione, e cioè in un modo diverso da prima, dal lato opposto. Si trattiene quanto di solito scorre dentro. Prima si vedevano soltanto le immagini ombra del mondo della ragione nella nostra attività intellettuale. Adesso si vede questo mondo della ragione dall’altro lato; ora si vedono quelle entità che abbiamo indicato come gerarchie, e tutto si anima a poco a poco.

Questo è il passo successivo che si deve compiere. Ma con ciò non si è ancora terminato. ( ’n ulteriore progresso consiste nel fatto che si è rinunciato anche a questa propria attività. Dapprima si sono ricacciate le immagini e si è trattenuta la propria attività. Ora si deve poter desistere anche da questa propria attività, si deve poter ricacciare anche questa. A questo punto ci si renderà di nuovo conto di quanto sia difficile quando si metterà davvero in pratica il tentativo. Ciò richiederà ancora più tempo, finché comunque si avrà ancora qualcosa. Poiché la regola sarà questa, che l’uomo, sebbene desista anche dalla sua attività, si addormenta veramente o giunge a una condizione che rassomiglia all’addormentarsi. Se però trattiene ancora una coscienza, se è al punto di ricacciare coscientemente la propria attività, allora è arrivato fino al punto in cui non solo respinge il mondo della ragione, ma anche quello spirituale. Dall’altro lato, perciò, egli vede il mondo spirituale. Ora vede in quel mondo le realtà e le entità spirituali.

Mentre quella conoscenza che si raggiunge togliendo di mezzo le immagini e trattenendo l’attività si chiama conoscenza ispirativa, quella che si ottiene spegnendo la propria attività si chiama conoscenza intuitiva. Grazie ad essa si ottiene una visione della vera forma del mondo spirituale, che altrimenti si vede solo, con le sue immagini ombra, nelle leggi di natura. Ora si ricevono, entro il proprio campo di coscienza, le entità, le attività che si vivono appieno nelle leggi e nei fatti della natura.

Con ciò abbiamo descritto un percorso di conoscenza che procede un po’ diversamente rispetto a quello in cui si rende semplicemente cosciente l’uomo della discesa interiore o dell’uscita nel mondo spirituale. Qui avviene qualcosa grazie al metodo dello sviluppo spirituale che porta l’essere umano nel mondo spirituale in modo completamente diverso. Tale metodo gli crea dapprima gli organi, mentre il mondo degli archetipi viene trattenuto e utilizzato per la loro creazione. Allora l’uomo, grazie al mondo immaginativo e ispirativo, viene ricondotto fino al mondo spirituale entro il quale ora può guardare. Quando è progredito fino alla conoscenza intuitiva, se questa si sviluppa ulteriormente, egli può allora penetrare del tutto da solo quanto si può indicare come capacità di respingere il mondo elementare. Egli vi familiarizza quindi, e precisamente in una maniera tale che non entra impreparato, ma con piena preparazione, poiché vede davanti a sé questo mondo elementare come un ultimo traguardo. Certamente questa via per molte persone è difficile, poiché richiede una grande abnegazione. Infatti l’uomo deve innanzitutto esercitarsi per molto tempo nei simboli e attendere finché si formano i propri organi. Inoltre con questi all’inizio non può ancora vedere. E a tal riguardo gli uomini odierni molto di frequente arrivano a dire: «Quello che mi importa è di vedere qualcosa!». Essi non vogliono seguire una via sicura, bensì vedere un risultato. Questo arriva certamente, ma va conseguito attraverso una certa abnegazione. Occorre dapprima lavorare a se stessi per penetrare a poco a poco, con tale lavoro continuo e graduale su di sé, nel modo descritto, entro i mondi superiori. E quanto in un primo momento si impara a conoscere del mondo della ragione e del mondo spirituale è veramente qualcosa di molto sbiadito. Solo quando dal mondo della ragione si ritorna nel mondo elementare, avendo progredito ampiamente nella conoscenza intuitiva, allora tutto ciò acquista colore e splendore, poiché si impregna con gli effetti del mondo elementare. Inoltre si può solo descrivere in modo suggestivo; la descrizione è possibile solo dal punto di vista della conoscenza intuitiva.

E necessaria dunque una certa abnegazione. Solo se si prova diletto per i simboli, se si lavora con pazienza e perseveranza alla formazione degli organi spirituali, si può sentire un progresso quando, all’inizio, si vede solo poco del mondo spirituale. Ma se si prova gioia per quel lavoro interiore, si compensa in tal modo il sentimento di abnegazione. Dobbiamo trovare soddisfazione nella sottile comprensione di una simile attività. Con questa via si viene ricompensati relativamente tardi. Ma perciò è anche una via più sicura, una via che preserva da ogni fantasticheria, da ogni illusione. Ci troviamo già in quel mondo che è immediatamente al di sopra del nostro quando ci siamo innalzati alla conoscenza immaginativa, ma lo prendiamo al massimo per vero, tanto che sentiamo che abbiamo inserito in noi qualcosa da un mondo superiore. Solo a poco a poco si giunge a una reale comprensione dei mondi superiori. Riguardo al percorso dell'evoluzione in quei mondi troverete una traccia sia nel mio scritto L’iniziazione - Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, sia anche nella seconda parte del mio libro La scienza occulta. Lì sono descritte le stesse cose, ma per un grande pubblico, perciò talvolta più brevemente. Oggi ho voluto ancora far notare alcuni più intimi particolari, e se aggiungiamo quanto oggi è stato esposto a ciò che è stato descritto in quei testi, potremo trovare una comprensione ancora più profonda. Nella via appena descritta ho cercato di far capire che le basi dell'ordinaria osservazione umana, della percezione sensoriale nel microcosmo, sistema nervoso e cervello, sono immagini riflesse delle azioni e delle entità del macrocosmo.

È stato mostrato come già prima che noi stessi iniziassimo a lavorare su di noi, per formare un uomo superiore in noi, si sia operato e tessuto su di noi per formare l’uomo ordinario. Abbiamo visto che continuiamo quell'attività che è già stata conclusa su di noi. Come è stato edificato il nostro uomo fisico a partire dai mondi superiori, così noi edifichiamo il nostro uomo spirituale a partire da noi stessi. Noi ci generiamo da noi stessi, progredendo così nell’evoluzione. A nessuno che prenda in modo serio e onesto il concetto di evoluzione può non sembrare meraviglioso che sia possibile un tale procedere nell’evoluzione. Chi crede che ciò che oggi esiste abbia lottato da gradini precedenti dell’esistenza a quelli attuali, deve ammettere che l’evoluzione può anche essere portata avanti. Poiché l’uomo odierno è divenuto un essere cosciente, deve anche prendere in mano coscientemente la sua evoluzione. Abbiamo visto che l’essere umano può eseguire in piena coscienza gli esercizi descritti come via di sviluppo. Quando egli ha bisogno di una guida, non ne ha più bisogno come succedeva negli antichi metodi in cui il maestro o la guida prendeva o faceva affluire qualcosa a colui che guidava, e quindi il guidato diventava dipendente. Oggi abbiamo imparato a conoscere una via che è davvero conforme alla coscienza moderna dell’umanità, poiché chi oggi la segue si affida a un maestro dello spirito non in modo diverso da come ci si affiderebbe, diciamo, ad un matematico. Si suppone che il maestro ne sappia più di lui. Se non lo si supponesse, sarebbe totalmente inutile andare da lui. Nello stesso senso ci si affida ad una guida che non dà altro che delle istruzioni, un simbolo; allora ci si rende già conto dall’effetto a che cosa porti questo simbolo. Passo dopo passo si rimane, per così dire, i padroni di sé. Si seguono le istruzioni del maestro dello spirito come si seguono quelle dell’insegnante di matematica che dà un compito, solo che si seguono con tutta la propria anima, mentre basta il proprio intelletto a risolvere un problema matematico. Questa è l’essenza del nuovo metodo d’iniziazione, che tiene conto in massimo grado dell’indipendenza dell’uomo e la guida non è più un “guru” nell’antico senso, ma solo nel senso di dare delle indicazioni quali: si deve fare così per andare avanti in modo adeguato.

Le epoche successive mutano in modo tale che l’uomo deve sempre attraversare dei nuovi stadi. Perciò si devono modificare anche i metodi di iniziazione. Per i tempi antichi ne erano necessari altri rispetto a quelli necessari per il periodo attuale. Il metodo che ho descritto è adeguato all’uomo del presente. Vien chiamato, per il simbolo più importante, scuola rosacroce. Vi sono molti simboli, ma la rosacroce è il più importante, poiché è un simbolo per l’evoluzione umana stessa. Questo metodo rosicruciano è il vero metodo moderno di iniziazione che è in grado di condurre l’uomo odierno in modo adeguato e corretto nei mondi superiori.

Ne abbiamo dato solo un abbozzo. Domani andremo a descrivere come l’essere umano, se lavora su di sé passo dopo passo, familiarizzi coi mondi superiori, e come essi a poco a poco gli appaiano. Oggi abbiamo descritto che cosa l’uomo deve fare su di sé. Di ciò che avviene a partire dall’uomo e di ciò che gli appare ne parleremo domani.

10°Le forze macrocosmiche nella formazione dell’uomo e dei suoi organi di percezione - Nona Conferenza

Vienna, 29 Marzo 1910

Miei cari amici !

Ieri abbiamo parlato della cosiddetta via rosicruciana per entrare nei mondi spirituali e abbiamo fatto notare che quella è la via che, secondo le leggi dell’evoluzione umana, risulta più adatta per l’uomo del presente. E stato descritto come l’uomo, grazie a certe procedure intraprese con la sua vita animica, salga verso la conoscenza immaginativa, verso la conoscenza ispirativa e verso la conoscenza intuitiva. Se non si avesse nient’altro che quello che abbiamo descritto ieri, se non si avesse a disposizione nient’altro che i metodi che si applicano in modo libero alla propria anima, l’ascesa attraverso questi tre livelli di conoscenza sarebbe quella a cui abbiamo accennato in linea essenziale anche ieri. Quindi si dovrebbero prima sviluppare gli organi conoscitivi spirituali e solo dopo un periodo di rinunce, in effetti, sarebbe possibile salire da un certo indistinto vissuto appena percettibile a vere esperienze. Ma nell’attuale ciclo dell’umanità non si dipende solo da quanto si intraprende volontariamente da se stessi con la propria anima. E se un giorno, in un futuro molto, molto lontano, si dipenderà da ciò, allora anche le leggi dell’evoluzione umana saranno già così diverse che si penetrerà consapevolmente fin dall’inizio nei mondi spirituali. Questo è possibile anche oggi, ma soltanto per il fatto che qualcosa venga in aiuto nello sviluppo.

Ieri non abbiamo parlato affatto di come per colui che si trova entro una tale evoluzione spirituale e pratica con la propria anima i metodi che abbiamo descritto, si manifestino quelle che chiamiamo le forze ricostituenti della vita di sonno. Se durante la sua evoluzione l’uomo non avesse il sonno, ci metterebbe appunto molto, molto tempo a notare le esperienze molto sottili che subentrano grazie ai metodi che abbiamo descritto ieri. Ma proprio per il fatto che l’uomo in via di evoluzione alterna la sua vita tra veglia e sonno, beneficia delle forze del sonno mentre forma quegli organi che ieri abbiamo chiamato i fiori di loto. E se anche in un primo tempo attraverso i fiori di loto non si riesce a percepire ancora nulla, durante la vita di sonno vengono rifornite delle forze a partire dai mondi superiori, dal macrocosmo, e queste forze che ci affluiscono nel sonno determinano effettivamente l’insorgere graduale di una reale esperienza del mondo spirituale in modo da arrivare già a vedere qualcosa; a condizione che si sia lavorato per un periodo di tempo più o meno lungo allo sviluppo dei fiori di loto così che si è sempre di nuovo ricorso a rappresentazioni simboliche e si è continuamente vissuto in esse, rafforzandosi in tal modo interiormente così da avere una ricca vita animica anche quando non agiscono le impressioni esteriori. La conoscenza immaginativa, se viene veramente raggiunta, mette l’uomo già in grado di vedere in certo senso entro il mondo spirituale.

E questo avviene nel modo seguente. L’uomo dovrà sperimentare per un periodo relativamente lungo, con immersione interiore, tali simboli che parlano al suo animo e sono presi direttamente dalla vita, o anche certe formule che racchiudono brevemente in sé grandi misteri universali. Ma allora si accorgerà un giorno - inizialmente al mattino nel momento del risveglio, poi però anche quando distoglie l’attenzione dalle esperienze esteriori durante la giornata - che davanti alla sua anima sta qualcosa che in fondo compare anche come i simboli che si è formato, e che però ora ha davanti a sé come la coscienza ordinaria ha davanti a sé pietre o fiori di cui egli sa che non li ha formati lui stesso. Già nel periodo preparatorio si impara a riconoscere, grazie all’accuratezza con cui noi stessi ci formiamo i simboli, da cosa si possano distinguere immagini illusorie, simboli ingannevoli da quelli veri. Colui che si prepara veramente con cura e ha perciò imparato a eliminare dalla sua vita superiore i suoi pareri personali, i suoi desideri, le sue brame e passioni, che ha imparato a considerare vera una cosa non perché gli piace, ma si è esercitato a eliminare la propria opinione, sa immediatamente distinguere, vedendo un tale simbolo: «Questo è qualcosa di vero, questo è qualcosa di falso».

Si sviluppa ora per l’uomo che si evolve così - è importante osservare questa cosa per la distinzione dei simboli veri e falsi - qualcosa che non si può denominare altrimenti che chiamandolo: “pensare con il cuore”. E qualcosa che risulta proprio nel corso dell’evoluzione, come l’abbiamo descritta ieri. Nella vita ordinaria l’uomo ha il sentimento di pensare con la testa. Naturalmente si tratta solo di un’espressione metaforica, si pensa con gli organi spirituali che stanno a fondamento del cervello; ma ognuno capisce cosa significa pensare con la testa. Si ha un sentimento del tutto diverso di fronte a quel pensare che subentra se si è proceduto un po’ sulla via dell’evoluzione che abbiamo caratterizzato. Si ha davvero la sensazione come se ciò che solitamente è localizzato nella testa fosse ora localizzato nel cuore. Tuttavia non è il cuore fisico che pensa, ma quell’organo che si è sviluppato come organo spirituale in vicinanza del cuore, il cosiddetto fiore di loto a dodici petali. Esso diviene una specie di organo del pensare; e questo pensare che qui si presenta si distingue decisamente dal pensare abituale. In quest’ultimo ognuno sa che deve applicare della riflessione per giungere a una verità. Si deve andare da un concetto a un altro. Si parte da un punto, si prosegue poi logicamente in altri, e ciò a cui si arriva nel corso del tempo svolgendo delle riflessioni logiche si chiama verità, conoscenza. Questa è una conoscenza conseguita grazie al pensare ordinario. È diverso quando si vuol riconoscere la verità nei confronti di quanto è stato descritto come veri, reali simboli. Questi stanno dinanzi a sé come oggetti esteriori, ma il pensare sopra questi simboli non può essere confuso col pensare abituale della testa; poiché per capire se qualcosa sia vero o falso, se si deve dire questo o quello riguardo a una cosa o a un fatto dei mondi superiori, non sono necessarie delle riflessioni come nel pensare ordinario, bensì la cosa emerge direttamente. Non appena si hanno le immagini davanti a sé, si sa che cosa si ha da dire in merito a se stessi e ad altri. Questa immediatezza è la caratteristica del pensare del cuore.

Nella vita ordinaria non vi sono molte cose che si possono confrontare con questo, tuttavia vogliamo portare qualcosa di particolare per farlo capire. Nella vita usuale sono principalmente quegli eventi che ci capitano, di fronte a cui l’intelletto per così dire si arresta, che noi sentiamo come cose provenienti dal mondo superiore. Supponiamo per esempio, una volta, di affrontare qualche evento che ci si pone in modo fulmineo davanti, e ce ne spaventiamo. Qui non si intromette nessun pensiero fra l’impressione esteriore e il nostro spaventarci; l’evento provoca immediatamente lo spavento. La nostra esperienza interiore, lo spavento, è qualcosa che può mettere a tacere, per così dire, l’intelletto. Questa è un’espressione molto felice usata dagli esseri umani, poiché con una simile esperienza essi sentono davvero il blocco della ragione. E può essere lo stesso quando si va in collera vedendo una qualunque azione per la strada. Anche qui vi è una diretta impressione che suscita l’esperienza animica interiore. Nella maggior parte di tali casi si noterà che, se si inizia a riflettere, si valuta diversamente da come si è giudicato alla prima impressione. Queste esperienze in cui alla prima impressione segue un vissuto animico sono le sole che si possono confrontare, a partire dalla vita ordinaria, con quelle altre che ha il ricercatore dello spirito quando questi deve dire qualcosa su quanto sperimenta nei mondi superiori. E addirittura così: se si inizia a criticare in modo molto logico riguardo a quelle esperienze che si hanno nei mondi superiori, le si mandano soltanto via; almanaccando molto col metodo del pensare abituale esse sfuggono, spariscono. Questo è un aspetto. L’altro, però, è che utilizzando il pensare ordinario si porta per lo più fuori il falso in merito a queste cose.

Prima è necessario - lo abbiamo già sottolineato - passare attraverso l’addestramento di un buon e ragionevole pensare con cui si impara innanzitutto a comprendere le cose, prima di salire ai mondi superiori, e così è necessario sollevarsi di nuovo al di sopra di questo pensare ordinario verso un comprendere immediato. E proprio perché nei mondi superiori occorre imparare ad afferrare direttamente, ci si deve prefiggere, dall’altro lato, quella impostazione logica;1 altrimenti con i propri sentimenti e sensazioni si sbaglierebbe di sicuro. Non si è capaci di esprimere giudizi nel mondo superiore se vi si porta il pensare intellettuale ordinario; non si è in grado, se prima nel mondo fisico non ci si è formati a questo pensare razionale.2 Tuttavia alcuni uomini trovano forse un valido motivo, partendo dalla particolarità del pensare superiore, del pensare del cuore, per sbatter via del tutto la logica usuale. Dicono: poiché si deve di nuovo dimenticare la logica ordinaria del piano fisico, non occorre prima impararla. Ma non si tiene conto che si diventa un uomo diverso se si è attraversato il pensare logico sul piano fisico come disciplina, come allenamento. Non si intraprende questo per afferrare con tale pensare i mondi superiori, bensì per fare di se stessi un uomo diverso. Anche col pensare logico si sperimenta qualcosa. Si sperimenta soprattutto una specie di coscienza morale.3 Vi è una specie di coscienza logica morale e, se la sviluppiamo, nella nostra anima matura un certo senso di responsabilità nei confronti della verità e della falsità; senza questo senso di responsabilità per la verità e la falsità non si fa molta strada nei mondi superiori. In essi non è possibile la non veridicità.4

E vero che vi sono molti motivi della vita per trascurare il pensare nell’ascesa verso i mondi superiori, poiché l’uomo nella vita ordinaria sperimenta di frequente questi tre gradini. La grandissima maggioranza degli uomini si trova oggi a quel gradino - che perciò rientra proprio nella normale consapevolezza - in cui di fronte alle cose un sentimento immediato e naturale dice loro: questo è giusto e questo è sbagliato, questo va fatto e questo no. L’uomo perlopiù si lascia guidare da un tale sentimento spontaneo riguardo a ciò che deve considerare vero o falso. Chiediamoci un po’ quanti uomini oggi si danno pena di riflettere realmente su ciò che per loro sono i beni più sacri. Per il fatto di essere nati in determinate condizioni, in una certa comunità, per quanto ci riguarda non in Turchia, bensì nella Mitteleuropa, hanno ricevuto inculcato nell’animo un sentimento primordiale immediato con cui ritengono giusto il cristianesimo e non l’islamismo; perciò grazie a un certo sentimento considerano corretto non la verità maomettana, ma ciò che hanno nel cristianesimo. Una cosa simile non si deve fraintendere, riflettervi porta a una vera conoscenza della vita. Dobbiamo renderci conto, dunque, del fatto che su quanto gli uomini ritengono vero o falso, nella grande maggioranza ancora oggi decide un sentimento immediato. Questo è uno dei gradini evolutivi.

Il secondo è quello in cui l’uomo comincia a riflettere. Diventano sempre più numerosi oggi gli uomini che iniziano a uscire dal sentire primigenio e ragionano riguardo alle cose in cui sono nati. Per questo motivo vediamo oggi così tanta critica nei confronti delle antiche sacre tradizioni e delle confessioni religiose. Questa è la reazione della ragione e dell’intelletto verso quanto si è accettato a partire dal sentimento, dalla sensazione, senza verifica dell’intelletto. Questa stessa capacità dell’anima umana che a questo punto si lascia andare a critiche su ciò che è inculcato o congenito, la vediamo dominare in ciò che chiamiamo scienza. Scienza nel senso odierno è sostanzialmente un lavoro delle stesse forze dell’anima che sono state appena caratterizzate. Le esperienze esteriori, le percezioni esteriori, siano esse ricavate direttamente dai sensi o grazie a quei perfezionamenti delle percezioni sensoriali come quelli dati dal telescopio, microscopio o qualcosa di simile, vengono combinate con l’aiuto dell’intelletto in modo da formulare delle leggi, e ne deriva la scienza intellettuale.

Vediamo dunque questi due momenti evolutivi dell’anima umana. Per quel che concerne il ritener vere certe cose l’uomo sta su un tale gradino in cui parla un sentimento primigenio, non sviluppato, un sentimento che gli è congenito o acquisito grazie all’educazione. Al secondo gradino, oltre al sentimento, parla l’intelletto, l’intelligenza. Ma chi fa un po’ di autoesame nell’anima sa che questa intelligenza ha una caratteristica ben precisa. Essa deve avere questa qualità che agisce estinguendo, spegnendo il sentimento. Con una buona osservazione animica, chi non saprebbe che ogni attività solamente intelligente, ogni attività meramente intellettuale, uccide il sentimento, la sensazione! Da qui proviene anche il timore di quelle persone che, muovendo da certi sentimenti primigeni assolutamente legittimi a un certo livello dell’evoluzione dell’umanità, hanno una tendenza verso questa o quella verità; esse temono di farsi guastare le loro confessioni religiose, le loro verità di fede da una intelligenza che inaridisce e rovina. Questa è una paura giustificata. Se però questo timore arriva fino al punto che le persone in questione dicono: «Per salire nei mondi superiori vogliamo guardarci soprattutto da ogni pensare, vogliamo rimanere nella nostra vita di sentimento», allora non possono mai salirvi, ma restano nell’immediata, non sviluppata vita di sentimento. Si possono avere parecchie esperienze, ma queste resteranno a livello inferiore. Si deve proprio affrontare la scomodità di educare realmente il proprio pensare. Con ciò si acquisisce qualcosa che per il mondo esteriore è di massima utilità. Il pensare non è necessario per salire nei mondi superiori, esso serve alla preparazione, come esercizio. Chi comprende questo, perciò, non tesserà mai le lodi dell’intelligenza ordinaria, perché non si possono stabilire le verità dei mondi superiori con la mera logica. Non è possibile. Quel pensare che si utilizza nella scienza naturale non può essere applicato nello stesso modo agli eventi e alle esperienze dei mondi superiori. E colui che iniziasse a fare delle combinazioni col pensare logico, col proprio intelletto, con la propria intelligenza sui mondi superiori, potrebbe soltanto arrivare a verità da quattro soldi, senza una base profonda. Mentre dunque il pensare è direttamente necessario per il mondo fisico esteriore - poiché senza l’intelligenza non possiamo costruire macchine, edificare ponti, non possiamo coltivare una botanica, una zoologia, senza l’applicazione dell’intelligenza direttamente agli oggetti non possiamo studiare medicina -, per lo sviluppo superiore l’intelligenza ha pressappoco lo stesso significato che ha nella gioventù l’imparare a scrivere. E’imparare a scrivere acquista innanzitutto significato solo quando lo si è superato. Se si è andati oltre, si guarda indietro all’imparare come a un presupposto per saper poi scrivere. Finché impariamo a scrivere, non possiamo ancora esprimere i nostri pensieri attraverso la scrittura. Ne siamo capaci soltanto quando abbiamo superato tale apprendimento. E’imparare a scrivere è l’esercitarsi di una capacità che va portato a termine, se ciò che si vuole apprendere dev’essere esercitato. E così anche con la logica. Chi vuole attraversare uno sviluppo superiore deve impegnare un certo tempo all’addestramento del pensare logico; ma poi deve poter abbandonare di nuovo tutto questo per giungere quindi al pensare del cuore. Della sua disciplina logica gli resta un’attitudine alla coscienziosità riguardo a ciò che deve ritenere come verità nei mondi superiori. Chi è passato per questo addestramento non riterrà per vera ogni illusione o interpreterà in qualche modo un qualsiasi simbolo come una reale immaginazione, ma avrà la forza interiore di avvicinarsi alla realtà e di vederla e spiegarla in senso corretto. Proprio per questo è necessaria una preparazione così sottile e accurata, perché si deve arrivare di nuovo a un sentire immediato; perciò si deve avere un sentimento se una cosa sia vera o falsa. Per l’esattezza deve accadere quanto segue. Mentre nella vita ordinaria si fanno delle riflessioni, nei confronti delle cose superiori si deve aver esercitato la propria anima in modo da poter decidere direttamente davanti ad esse ciò che è vero o falso.

Inoltre è una buona preparazione per una tale diretta decisione se si acquisisce un po’ di ciò che nella vita abituale è presente solo in misura ben modesta. Nella vita ordinaria la maggior parte delle persone proverà parecchio dolore, magari lanciando anche un urlo, se la si punge con uno spillo o se si rovescia dell’acqua molto calda sulla testa o in casi analoghi. Ma chiediamoci un po’ quanti sono quelli che provano qualcosa di simile al dolore quando qualcuno sostiene qualcosa di stolto, di assurdo. Per molti è una cosa ben sopportabile. Chi però si vuole sviluppare fino a quel sentimento immediato di cui abbiamo appena parlato - così che di fronte al mondo immaginativo possa avere l’esperienza diretta: questo è vero e questo è falso -, deve esercitarsi in modo tale che un errore gli faccia veramente male, arrechi dolore, e la verità che gli viene incontro gli procuri piacere e gioia già qui nella vita fisica.

Tuttavia imparare questo è stancante e faticoso a prescindere da tutto il resto; a ciò è collegato, in certo modo, la fatica estenuante della preparazione per entrare nei mondi superiori. Certamente è qualcosa di più comodo per la nostra salute passare indifferenti davanti ad errore o verità, piuttosto che provare dolore con l’errore e piacere con la verità. Oggi si hanno molte occasioni, se si prende in mano questo o quel libro o qualche pagina di giornale, di sentire dolore per le sciocchezze che vi si trovano. Fa parte dell’allenamento di colui che vuole imparare da sé il pensare del cuore, che vuole poi alzarsi al gradino su cui ha un tale immediato sentimento di fronte a un’immaginazione, come è stato descritto, sentire sofferenza e dolore davanti al non vero, al brutto, al male, anche se non viene inflitto a noi stessi, e di provare piacere di fronte al bello, al vero, al buono, anche se non ci riguarda affatto di persona.

Rientra però nella preparazione ancora qualcos’altro, quando si sale nel mondo immaginativo. Se si sente in immagini ciò che fa parte di un mondo superiore, si deve acquisire ancora qualcosa che normalmente nella vita non si ha: si deve imparare a pensare in modo nuovo su ciò che nella vita ordinaria si chiama contraddizione, o su qualcosa di concordante.

Alcuni, nella vita abituale, quando viene sostenuto questo o quell’argomento, sentiranno che due affermazioni si contraddicono l’un l’altra. Anche se non riflettiamo al detto banale: «Se due dicono la stessa cosa, la cosa non è la stessa», tuttavia già nella vita ordinaria ci può venire incontro il fatto che due persone nelle stesse condizioni sperimentino qualcosa di completamente diverso. L’esperienza che uno descrive può essere del tutto diversa da quanto l’altro sostiene, anche se è avvenuta con le stesse condizioni; eppure entrambi possono avere ragione dal loro punto di vista. Supponiamo che uno ci racconti: «Sono stato in un luogo in cui l’aria era salubre; lì ho ripreso vigore, ora sono di nuovo in forma». Noi lo ascoltiamo e dobbiamo innanzitutto credergli. Poi arriva un altro che giunge dallo stesso luogo e dice: «Sì, questo luogo non vale proprio nulla, vi ho perso completamente le forze, mi sono molto indebolito; è un luogo assai malsano». Di nuovo possiamo solo credergli. In fondo, possono aver ragione entrambi. Ammettiamo che il primo sia un uomo robusto, soltanto spossato e stanco; egli può sentire l’aria pungente come particolarmente rinfrescante. Ma supponiamo che in quel luogo giunga un uomo malaticcio, un uomo che non può sopportare proprio l’aria fresca. Egli deperisce più che mai, sta male con ciò che per l’altro è salutare. Tutt e due hanno ragione, poiché entrambi sono giunti in quel luogo con differenti condizioni preliminari. Queste affermazioni contrapposte si possono conciliare, se si tiene conto di tutte le cose già nella vita abituale.

Ma se si sale nei mondi superiori le cose diventano molto più complicate. Qui succede, ad esempio, che qualcuno senta una qualche asserzione, diciamo, in una conferenza, riguardo a questa o a quella cosa, e in un’altra ne senta qualcosa di apparentemente diverso, e a tale questione addotti il criterio che normalmente si applica nella vita e dica: «Sì, una di queste cose non può essere vera, perché un’affermazione contraddice l’altra». Vorrei riallacciarmi direttamente a qualcosa di molto vicino: qualcuno ha udito in uno dei miei precedenti cicli di conferenze l’affermazione che, quando l’uomo discende verso una nuova nascita, sia da osservare come egli, per così dire, percorra a grande velocità lo spazio astrale cercando il luogo dove vuole incarnarsi. Questa osservazione che si può senz’altro fare, è stata citata una volta nel corso di un ciclo di conferenze.5 Nell’attuale ciclo è stato detto che l’uomo partecipa già da molto, molto tempo a ciò che riceve poi, nella nascita, come sue caratteristiche ereditarie, egli collabora alle qualità che alla fine trova nella famiglia e nel popolo in cui viene a nascere. Se si vuole esprimere un giudizio su qualcosa nel modo consueto, ovviamente in queste esposizioni si può trovare con facilità qualcosa di contradditorio. Tuttavia sia l una che l’altra affermazione sono esperienze reali. Dato che non è sempre possibile raccontare tutto, naturalmente, descrivendo un’esperienza, non si può descrivere sempre anche ciò che vi corrisponde dall’altro lato. Entrambe le affermazioni sono giuste. Volendo fare un paragone, si può risolvere la contraddizione nel modo seguente. Avrete forse fatto esperienza del fatto che qualcuno, ad esempio, si sia accuratamente dedicato a una cosa per cinque o sei giorni e al settimo giorno non riesca più a trovarla. Allora deve cercare in giro per la stanza dove l’abbia messa. Qui possiamo effettivamente vedere come per cinque o sei giorni egli si prepari quella cosa con molta precisione e come al settimo ricerchi la stessa cosa che aveva preparato. Qualcosa di simile avviene nei mondi superiori. Si svolge proprio una simile preparazione dell’incarnazione; ma poiché le esperienze sono molto complicate, è possibile che l’uomo, direttamente nel momento in cui discende dai mondi superiori e si vuole unire con il corpo fisico e il corpo eterico, li debba cercare, poiché subentra una specie di oscuramento della coscienza. E per questo l’uomo con un grado inferiore di coscienza deve cercare ciò che si è preparato con un grado più elevato di coscienza.

Con un esempio di questo genere vediamo che può essere necessario qualcosa quando si sale in questi mondi superiori: si deve sempre metter in conto il fatto che nel mondo delle immaginazioni questa o quella cosa si presenta in una determinata immagine. Se si è acquisito un sentimento abbastanza forte da poter concordare con la verità dell’immagine a partire dal pensare del cuore, può avvenire, se in un momento diverso si persegue un’altra via, che si giunga poi a un’altra immaginazione che sembra del tutto diversa; e di nuovo parla il sentimento immediato che dice: «Questo è vero». Ciò ovviamente, per chi entra nel mondo superiore, nel mondo dell’immaginazione, rappresenta in un primo momento qualcosa che confonde. Ma tale confusione si dissolve per il fatto che se ne è richiamata l’attenzione al momento necessario.

Si otterrà la giusta posizione, il giusto rapporto con tutta questa faccenda, se si cerca il proprio stesso Io nel mondo immaginativo. Abbiamo descritto come stando al di fuori del proprio Io si guardi indietro allo stesso. Nel passaggio davanti al Guardiano della soglia lo si ha obiettivamente davanti a sé; ma si può cercare una volta questo Io, lo si può ricercare una seconda, una terza volta, e si arriva sempre a immagini differenti. Se ci si avvicinasse a questa cosa con le pretese a cui siamo abituati nel mondo fisico, si potrebbe arrivare a un’estrema confusione e dire: «Mi sono reso conto di come sono nel mondo superiore; una seconda volta mi sono ritrovato e sono qualcosa di completamente diverso, e una terza volta ancora qualcosa di diverso». È proprio così. Le cose stanno in questo modo: nel momento in cui si entra nel mondo immaginativo grazie a quell’addestramento che abbiamo descritto e si vede in immagine il proprio Io, ci si deve render conto del fatto che si possono vedere dodici immagini diverse del proprio Io. Vi sono dodici differenti immagini del singolo Io. E in fondo, soltanto quando si è guardato indietro a se stessi da dodici punti di vista diversi assunti stando al di fuori del proprio Io, si è compreso il proprio Io pieno. Con questa visione dell’io dall’esterno le cose stanno esattamente come qualcosa che si riflette nel rapporto delle dodici costellazioni dello zodiaco con il Sole. Come il Sole passa attraverso le dodici costellazioni e in ognuna possiede una forza diversa, come in primavera appare in una determinata costellazione e poi continua a spostarsi percorrendo nel corso di un anno le dodici costellazioni e illuminando la nostra Terra da dodici posizioni differenti, così anche l’io umano irraggia da dodici diversi punti di vista, si illumina da dodici prospettive diverse, quando guarda indietro dal mondo superiore.

Per questo dobbiamo dirci: nell’ascesa verso i mondi superiori è necessario non accontentarsi di un unico punto di vista. A tal fine occorre esercitarsi per essere in grado di evitare l’imbroglio. E lo si può fare solo se ci si abitua già nel mondo fisico al fatto che il considerare in modo unilaterale da un solo punto di vista non rappresenta il salvataggio unico della vita umana. Fra gli uomini del nostro tempo attuale ve ne sono di quelli che sono materialisti, altri che sono spiritualisti, altri monisti e altri ancora monadisti. I materialisti sostengono che tutto sia materia con le relative leggi. Gli spiritualisti affermano che tutto sia spirito e danno importanza solo allo spirito. I monisti asseriscono che si debba spiegare tutto a partire dall’unità. E i monadisti cercano di spiegare la molteplicità dei fenomeni dalla collaborazione di molti elementi singoli. Gli uomini continuano a litigare e intavolano discussioni nel mondo esteriore, i materialisti contro gli spiritualisti, i monisti contro i monadisti o contro i dualisti. Litigano e magari si azzuffano.

Chi però si vuole preparare a una vera conoscenza dei mondi superiori deve dirsi: il materialismo ha una certa giustificazione. Dobbiamo acquisire questo pensare in leggi materiali, ma applicandolo solo al mondo materiale; con queste leggi comprendiamo quest’ultimo, ma non il mondo spirituale. Dobbiamo comprendere il mondo materiale con leggi materiali, altrimenti non possiamo venirne a capo; e chi vuole spiegare in modo diverso il mondo materiale non andrà lontano. Se ad esempio qualcuno vuole spiegare un orologio dicendo che dentro vi sono due piccoli demoni che fan muovere le lancette in avanti e di non credere al meccanismo interno, noi lo derideremmo. Così è anche pienamente legittima la spiegazione che i movimenti esteriori delle stelle procedono secondo leggi meccaniche. L’errore dei materialisti non sta nel fatto che tale spiegazione sia falsa, ma nel fatto che essi ritengano di poter spiegare tutto il mondo in questo modo. Haeckel, ad esempio, non fa un errore per il fatto di spiegare la morfologia con leggi materialistiche;6 con ciò ha fatto cose grandi e preziose per l’umanità. L’errore del modo di pensare materialistico consiste nel trasferirlo a tutto, anche allo spirituale.

Dobbiamo quindi dire: è utile acquisire il pensare materialistico, ma è necessario sapere che esso ha giustificazione solo per un determinato ambito. Tanto quanto il modo di pensare materialistico è legittimo per il campo materiale, lo è però anche l’acquisizione di un pensare spirituale per la sfera spirituale. Ciò che procede secondo leggi della spiritualità non può essere spiegato con leggi meccaniche. Se qualcuno dice: «Tu arrivi qui con una particolare psicologia che dovrebbe avere le sue proprie leggi; io però so che nel cervello vengono attuati certi processi che spiegano il pensare!», allora dobbiamo dire che egli nella spiegazione del pensare frammischia elementi di natura diversa che sono validi per un altro campo. Egli fa lo stesso errore di colui che vuole spiegare lo spostarsi in avanti delle lancette dell'orologio con l’agire di due demoni. Come non lo si può fare, così anche il pensare non si può spiegare con dei processi nel cervello. Oppure chi vuole spiegare la stanchezza che insorge la sera dicendo che si accumulano delle sostanze tossiche, vuol dare una spiegazione che è corretta per l’ambito esteriore; per l’interiorità non spiega proprio nulla, poiché dobbiamo illuminare la questione dall’altro lato, dal lato delle esperienze animiche. È così anche con il monismo. È senz’altro giusto, se si cerca di spiegare il mondo dal lato dell’armonia, dover arrivare a un’unità; però è un’unità astratta e ci si impoverisce, poiché se si vuole ricondurre tutto a un’unità astratta, come fanno diversi filosofi, alla fine non si ha proprio più nulla.

Ho conosciuto un signore intelligente che si prefiggeva solo di spiegare tutto il mondo, in modo logicamente monistico, con un paio di frasi. Un giorno venne da me estremamente felice, dicendo: «Ho due semplici affermazioni con cui spiego tutta la faccenda». Con “faccenda” intendeva il mondo intero. Era molto contento di poter riassumere con due astratte proposizioni di pensieri i fenomeni di tutto il mondo. Questo è qualcosa che mostra l’unilateralità di una spiegazione monistica. Il monismo dev’essere qualcosa che ci aleggia davanti come una grande meta, in modo che tutti i pensieri relativi alla spiegazione del mondo si accordino alla fine tra loro in una grande armonia. Il monismo va integrato con il pensiero monadistico, in quanto si prendono le mosse dai diversi punti per arrivare infine all’unità.

Serpeggiando, per così dire, dentro ai più diversi punti di vista, ci si abitua a scoprire l’elemento oggettivamente legittimo di ogni prospettiva. Grazie alla visione delle cose dai più differenti punti di vista ci si educa a raggiungere quanto è necessario per osservare nei mondi superiori anche il proprio Io sotto i profili più diversi. Non è mai abbastanza, quando ci si vuole preparare. Ma nel tempo attuale vi è realmente poca comprensione per un simile inserimento nell’elemento obiettivo e spassionato dei diversi punti di vista. Chi ha provato oggettivamente a penetrarvi, proprio oggi può saperne qualcosa di come il mondo si comporti in modo strano se si tenta di rinnegare la prospettiva della mera opinione personale, penetrando nel modo di pensare di un’altra.

Io stesso ho per esempio cercato di descrivere Nietzsche,7 non come corrisponde alla mia opinione - che cosa mai interessa al mondo la mia opinione personale su di lui -, ma come lo si deve descrivere se, per così dire, si fuoriesce da se stessi e si entra in lui. Le persone che hanno letto questo, quando apparve il mio successivo libro, se la sono presa con me dicendo che ero incostante. Non potevano comprendere che non occorre essere seguace di Nietzsche, quando si descrive il suo punto di vista in modo positivo a partire dalla sua interiorità. La stessa cosa successe quando scrissi su Haeckel; ognuno deduceva: «Chi ha scritto questo libro è un haeckeliano».

E qualcosa che si deve necessariamente acquisire: poter uscir fuori da se stessi, descrivere obiettivamente8 e vedere, per così dire, con gli occhi di un altro, da un punto di vista differente. Allora soltanto emerge quanto conduce realmente alla piena verità. E come quando non si guarda un cespuglio di rose soltanto da un lato, ma una volta ci si mette qui, una volta da un’altra parte e lo si guarda o fotografa da tutti i lati. In tal modo ci si esercita per giungere alla possibilità di avere realmente anche ciò che si deve avere, non appena si entra nei mondi superiori. Ci si può abituare un po’ nel mondo fisico. Se si entra nei mondi superiori con un punto di vista personale, questo agisce in modo sconcertante. Si ha allora immediatamente davanti a sé un’illusione invece della verità, poiché si porta dentro la propria opinione personale.

Per arrivare al pensare del cuore dobbiamo avere la forza di uscire da noi stessi, di divenire realmente del tutto estranei a noi stessi e di guardare indietro a noi stessi da fuori. Chi è nella coscienza normale sta in un determinato posto e sa che quando dice: «Questo sono io!», intende la somma di ciò che crede, di ciò che sostiene. Chi però sale nei mondi superiori deve essere in grado di lasciare al suo posto la propria personalità ordinaria, deve poter uscire da se stesso, guardare indietro a sé e con lo stesso sentimento poter dire: «Questo sei tu!». L’io di prima deve diventare del tutto giustamente un tu. Come a un altro si dice “tu”, così si deve poter dire “tu” a se stessi. Questa non può essere una teoria, ma deve diventare un’esperienza. Abbiamo già visto che questa esperienza va raggiunta grazie a una determinata disciplina. Non ci vuole molto, si devono fare cose relativamente semplici; allora si acquisisce il diritto di poter pensare con il cuore. Le vere descrizioni dei mondi superiori scaturiscono da un simile pensare del cuore. Anche se spesso esteriormente sembrano come delle considerazioni logiche, nelle esposizioni che vengono realmente portate giù dai mondi superiori non vi è nulla che non sia pensato con il cuore. Quanto viene qui descritto dal punto di vista della scienza dello spirito è un’esperienza vissuta con il cuore. Colui che deve descrivere quanto sperimenta con il cuore deve tuttavia riversarlo in forme di pensiero tali che siano comprensibili agli altri.

Questa è la differenza tra la vera scienza dello spirito e ciò che è mistica sperimentata soggettivamente. Ognuno può avere per se stesso una mistica sperimentata soggettivamente; questa si isola nell'ambito della personalità, non si lascia comunicare ad altri, in fondo non riguarda l’altro. Quanto invece è vera, autentica mistica, è sorta dalla possibilità di avere immaginazioni, di avere impressioni nei mondi superiori e di poter classificare, ordinare tali impressioni con il pensare del cuore, così come nel mondo fisico si ordinano le cose con l’intelligenza.

A ciò tuttavia è connesso dell’altro, ossia il fatto che a quelle verità che sono date dai mondi superiori, in effetti, qualcosa è attaccato come sangue del cuore, ed esse hanno la colorazione del pensare del cuore. Per quanto si presentino astratte e siano così tanto riversate in forme di pensiero, dipende dal sangue del cuore, poiché sono direttamente sperimentate partendo dall’anima.9 Dal momento in cui il pensare del cuore è sviluppato, l’uomo che giunge nel mondo immaginativo sa che quanto ha davanti a sé e sembra una visione, non è una visione, ma è espressione di un animico-spirituale che vi sta dietro, allo stesso modo in cui il colore rosso della rosa qui è l’espressione esteriore della rosa materiale. Chi guarda spiritualmente rivolge l’occhio spirituale al mondo immaginativo, ha l’impressione del blu o del violetto, o gli risuona dall’oscurità del mondo immaginativo10 un suono qualsiasi, oppure ha una sensazione di caldo o freddo, e sa grazie al proprio pensare del cuore che ciò non è mera immaginazione, non è mera visione, bensì espressione di un essere animico-spirituale, come il rosso della rosa è l’espressione della rosa materiale. Così ci si familiarizza con le entità; si deve uscire da sé e unirsi alle entità stesse. Perciò ogni ricerca nel mondo spirituale è allo stesso tempo legata con l’abbandono della propria personalità, in grado molto più elevato rispetto a quanto avviene nelle esperienze esteriori. Si viene portati a partecipare in modo più intenso, si sta entro le cose stesse. Ciò che esse hanno di buono o di cattivo, di bello o di brutto, di vero o di falso, va sperimentato nelle entità. Dove un’altra persona reputa un insignificante errore nel mondo fisico, il ricercatore dello spirito deve non solo ritenerlo errore nel mondo immaginativo, ma sperimentarlo con dolore. Egli non deve solo guardare il brutto, il ripugnante come se non gli facesse nulla, ma deve sperimentarlo interiormente. Grazie alla formazione descritta, particolarmente adeguata all’umanità attuale, egli arriva ad essere partecipe del buono, del vero e del bello, ma anche del cattivo, dell’errato e del brutto, senza venirne imprigionato o smarrirsi, poiché il pensare del cuore acquisito tramite giusta preparazione lo porta a poter distinguere grazie al sentimento immediato.

Chi descrive a partire da questo mondo spirituale, deve utilizzare il linguaggio del pensare logico. Se si vuole riversare in pensieri logici ciò che viene sperimentato nel mondo spirituale, si avverte grossomodo come se ci si avvicini a un’altura che mostra una meravigliosa configurazione di formazione rocciosa e si debba spaccarne delle rocce poiché occorrono per costruire delle case per le persone. Si sente in questo modo, quando si deve trasformare le esperienze fatte nel mondo spirituale in pensieri logici dell’intelletto. Come un uomo nel mondo abituale deve esprimere con parole quanto sperimenta nell’anima, se vuole comunicarlo ad altre persone - e come le parole non possono essere scambiate per i pensieri -, così il ricercatore spirituale, se vuole comunicare quanto ha sperimentato con il cuore, deve rivestirlo col linguaggio del pensare logico. Il pensare logico non è la cosa stessa, il pensare logico è solo il linguaggio con cui il ricercatore dello spirito comunica ciò che ha sperimentato nei mondi spirituali.11 Chi si urta per la forma dei pensieri logici e non sente che c’è di più dietro, è nella stessa situazione di un ascoltatore che sente solo le parole di un relatore e non accoglie i pensieri riversati dentro. Quando qualcuno riveste presunte verità scientifico-spirituali con tali pensieri, può essere colpa di colui che parla il fatto che l’ascoltatore non vi trovi dentro alcuna verità, né conoscenze del cuore. Ma non è necessariamente così, può anche essere colpa di chi ascolta, se costui coglie solo il suono delle parole e non è in grado di arrivare ai pensieri che vi stanno dietro.

A partire da questa ricerca del cuore può venir comunicato all’umanità soltanto ciò che può essere riversato in pensieri logici chiaramente formulati. Quanto non può essere riversato in pensieri logici, non è ancora maturo per essere comunicato all’umanità. Questa è la pietra di paragone: che possa essere riversato in parole chiare, in pensieri chiaramente formulabili, che hanno contorni nitidi. Così, anche quando udiamo le più profonde verità del cuore, dobbiamo abituarci a percepirle in forme di pensiero, e dietro tali forme badare al contenuto.

Lo scienziato dello spirito deve abituarsi a questo, se vuole realmente contribuire alla diffusione nell’umanità di ciò che può essere rivelato a partire dallo spirito. Sarebbe un egoismo se qualcuno volesse avere delle personali esperienze mistiche valide solo per lui. I risultati della vera ricerca mistica devono diventare patrimonio comune dell’umanità ed essere divulgati sempre più nel futuro, esattamente come quelli della ricerca intellettuale. Solo se saremo in grado di accogliere in questo senso le rivelazioni della vera ricerca mistica, possiamo comprendere la missione della scienza dello spirito per l’umanità.

11°Il rapporto tra percezione spirituale, interiorità e pensiero umano - Decima Conferenza

Vienna , 30 Marzo 1910

Miei cari amici !

Era mia premura in queste conferenze comunicare quelle conoscenze che attualmente, per ragioni inerenti all’evoluzione dell’umanità, devono essere rese note, esponendole, in certo senso, da un lato diverso rispetto a quello in cui vengono mostrate, ad esempio, nei libri che potete avere su questo argomento. Ho voluto illuminare queste conoscenze dal punto di vista dell’esperienza diretta e proprio per questo c’è da sperare che, grazie alla compenetrazione delle verità date di solito con i fatti immediati della coscienza, diverse cose si chiariscano anche in modo nuovo per questo o quell’aspetto. Tuttavia colui che ha sentito solo queste conferenze e vuole ancora un po’ occuparsi dell’argomento potrà trovare un importante complemento di quanto qui è stato detto nei miei libri, ad esempio nel libro La scienza occulta, appena uscito, o in L’iniziazione - Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? Dopo le considerazioni fatte nella conferenza di ieri è comprensibile che, non appena si iniziano soprattutto a descrivere i mondi superiori, si possa farlo da punti di vista diversi. Abbiamo visto da quante differenti prospettive ci appare il nostro proprio Io, non appena lo scorgiamo dal di fuori con l’entrata nei mondi superiori.

Vorrei, per certi riguardi, continuare a sviluppare questa descrizione più a partire dall’interiorità e perciò riallacciarla a quanto abbiamo detto ieri sulla logica del cuore in contrapposizione con quello che nella vita esteriore si conosce come logica della testa o dell’intelletto. Abbiamo già potuto desumere dalla conferenza di ieri che la logica del cuore, in certo qual modo, può venirci incontro due volte nell’evoluzione umana. Può presentarsi a noi in quella forma evolutiva in cui ciò che il cuore, per così dire, pensa non è ancora compenetrato dalla logica dell’intelletto, dalla logica della testa. Abbiamo fatto notare che oggi vi sono ancora delle persone che addirittura vorrebbero assolutamente rifiutare di occuparsi della logica dell’intelletto e di trasformare in concetti e idee ciò che avvertono e sentono come vero.1 Nel nostro tempo presente questo stadio dell’evoluzione umana non si troverà più nella sua interezza; non può più esserci, perché ovunque volgessimo lo sguardo fra gli uomini attuali, troveremmo sempre, anche là dove ancora si giudica quasi del tutto a partire dalle impressioni dirette del cuore, quantomeno qualche concetto e idea intellettuale. Per trovare uno stadio evolutivo ancora completamente privo di intelletto dovremmo risalire molto indietro nell’evoluzione dell’umanità e allora vi troveremmo un primo livello di questa nostra attuale evoluzione.

Possiamo dunque dire che dalla natura stessa di quanto è stato descritto deriva che l’attuale nostro stadio evolutivo ne indica uno precedente, in cui il cuore soppesava a partire da una subcoscienza, da una coscienza non ancora intrisa di intelletto. Oggi viviamo in un’epoca in cui questo giudizio originario del cuore, questa logica primigenia è compenetrata da concetti e idee, in breve da ciò che chiamiamo logica intellettuale. E se prendiamo in considerazione tutto ciò che abbiamo detto ieri, tenendo conto che l’essere umano può evolversi, possiamo far notare uno stadio evolutivo futuro, derivante dal nostro attuale, che oggi viene perseguito soltanto da pochi singoli individui che hanno un desiderio struggente, un impulso ad anticipare, in certo qual modo, il futuro. Possiamo guardare a una condizione futura dell’umanità in cui questa mostrerà che sarà di nuovo presente in pieno la logica del cuore, ossia l’uomo sarà nuovamente capace di scorgere la verità a partire dall’immediatezza del suo sentire. Ma egli avrà allora accolto in sé il gradino evolutivo attraversato nel frattempo tra questi due, quello della logica dell’intelletto.2

Così possiamo dire: «Ora attraversiamo - tutta l’umanità - lo stadio evolutivo dell’intelletto, della testa, per raggiungere di nuovo, a un gradino superiore, quello che era già stato raggiunto in uno inferiore: la logica del cuore». Mentre allo stadio inferiore questa logica del cuore non era infiammata né illuminata da ciò che l’essere umano acquisisce grazie al proprio intelletto, a un livello superiore essa viene impregnata, avvampata e inondata di luce da quanto egli ha conseguito al gradino evolutivo attuale grazie a concetti e idee. Quindi abbiamo dinanzi a noi tre gradini evolutivi dell’uomo: uno che si trova prima del nostro tempo, uno come quello del nostro tempo attuale e uno futuro. E vediamo anche il senso dell’evoluzione dal fatto che del nuovo viene aggiunto a quanto conseguito ad uno stadio precedente. Del nuovo viene dunque incluso al vecchio, il quale dev’essere vissuto poi, nel futuro.

Ma noi possiamo, per così dire, avere informazioni ancora più esatte proprio a partire dalle esperienze di coloro che oggi hanno già raggiunto, in certo senso, ciò che ieri è stato descritto come raggiungibile: una specie di stato di coscienza superiore con cui essi possono guardare chiaroveggentemente entro i mondi superiori. Possiamo anzi facilmente comprendere che da una tale trasformazione è interessata non solo la forza del pensare, ma che anche altre forze animiche assumeranno forme diverse quando si trasformerà la forza del pensare.

Dunque, dobbiamo più o meno chiederci: se qualcuno grazie alla preparazione scientifico-spirituale lavora innalzandosi a un gradino superiore del conoscere e progredisce dalla logica della testa, dell’intelletto, alla logica del cuore, dal pensare della testa al pensare del cuore, si cambiano anche le altre facoltà dell’anima? Prendiamo una qualche facoltà - possiamo spiegare queste cose così complicate solo con degli esempi -, prendiamo ad esempio la memoria. Questa è una forza animica, come è una forza dell’anima il pensare. Il pensare si trasforma; da pensare della testa diventa pensare del cuore, se il discepolo dello spirito continua a evolversi. Ma com’è con la memoria?

Nella vita ordinaria la memoria ci si fa incontro, nella coscienza normale, nel modo seguente: l’uomo ha innanzitutto una coscienza del momento presente. Egli vede le cose che nel tempo attuale lo circondano nello spazio, ha le sue percezioni e da qui si fa le sue rappresentazioni. Egli può assorbire tutto ciò nella sua coscienza. L’essere umano, però, può avere anche una coscienza di ciò che era presente spazialmente, ma è separato temporalmente. Di questo si rende conto grazie alla memoria; con questa retrocede dal presente nel passato. Quando ci ricordiamo di qualcosa che ieri abbiamo vissuto, guardiamo indietro nel tempo. Guardiamo qualcosa che ora non è più intorno a noi, ma che una volta lo era. Ognuno che esamini la memoria in questo senso si accorge che essa non è collegata allo spazio come la coscienza del presente, bensì al tempo. Quando siamo attivi con la nostra memoria, guardiamo all’indietro nel tempo. Questa specie di attività della coscienza cambia moltissimo per il discepolo dello spirito.

Ora devo esplicitamente osservare che il ricercatore spirituale, ovviamente, non ha bisogno di utilizzare le sue facoltà superiori in ogni momento della sua vita. Egli le possiede, ma le mette in attività soltanto quando vuole indagare nei mondi superiori. Se vi indaga, il suo pensare della testa si trasforma nel pensare del cuore. Ma egli, per le ordinarie esperienze diurne, naturalmente, non ha bisogno di queste facoltà animiche con cui si traspone nella coscienza superiore; anche nella vita di tutti i giorni, egli pensa allo stesso modo degli altri esseri umani. E dunque un potersi trasferire da un normale stato di coscienza in uno sovranormale, di cui l’indagatore dello spirito deve essere capace. Questo dobbiamo sempre tenerlo presente. Non possiamo dire che il ricercatore dello spirito debba sempre mostrare i tratti caratteristici [della coscienza superiore] che abbiamo descritto. La sua memoria si trasforma in tutti i casi in cui egli è nello stato di coscienza con cui indaga nel mondo spirituale, così da percepire in esso grazie a una facoltà simile alla memoria ordinaria, solo che non percepisce temporalmente, ma spazialmente. E una completa trasformazione che avviene con la memoria. Mentre se l’uomo, nella coscienza usuale, si vuole ricordare di qualcosa che ha sperimentato il giorno prima, rivolge lo sguardo indietro nel tempo e cerca di portar su, per così dire, le esperienze di quel giorno, nell’avanzare della conoscenza spirituale del discepolo dello spirito le cose stanno così: egli sperimenta il passato contemporaneamente al presente, separato da lui solo spazialmente, grossomodo come quando si sta qui e si guarda attraverso una porta nello spazio vicino. E dunque così: gli eventi di ieri se ne stanno lì contemporaneamente nello spazio, separati solo come da una distanza da quelli odierni; e ciò che è molto indietro nel tempo è soltanto più lontano, nello spazio corrispondente, rispetto al presente. Si può dunque dire: gli eventi che, in genere, per la memoria appaiono uno dopo l’altro nel tempo, per il ricercatore spirituale si presentano invece uno accanto all’altro, ed egli deve, per così dire, muoversi da un avvenimento all’altro.

Se ponderiamo bene quanto è già stato detto nelle precedenti conferenze riconosceremo che concorda molto bene con quanto è stato ora spiegato. Venne detto che nel mondo spirituale ci si deve unire con le cose e le entità. Se queste si trovano lontane nel tempo di qualcuno, si deve andare verso di loro per unirsi con loro. Si deve tornare indietro, si deve passare in rassegna la linea del tempo come una linea nello spazio per potersi unire con gli esseri e le cose. Si può dire che, riguardo alla facoltà animica della memoria, il tempo si trasforma in una specie di spazio, non appena si entra nel mondo spirituale. Dunque la memoria è divenuta per il discepolo dello spirito una facoltà essenzialmente nuova. Egli vede un evento passato come se fosse ancora lì nel presente e valuta il tempo che è passato a seconda della distanza in cui esso è separato da lui.

Così ne possiamo desumere che il passato per il discepolo spirituale si presenta come qualcosa che spazialmente sta fianco a fianco. Quando questa forma di memoria è conseguita, l’indagare nel passato è effettivamente come un leggere gli avvenimenti che vi si trovano. Questa lettura degli eventi così rimasti si chiama lettura nella cronaca dell’akasha. È un mondo in cui il tempo è divenuto spazio. Come il nostro mondo in cui viviamo si designa come mondo fisico, così si può definire il mondo in cui il tempo è diventato spazio come mondo dell’akasha. Ciò modifica tutta la costituzione animica interiore del vero, autentico mistico, poiché ciò che nella vita ordinaria viene chiamato tempo, qui non c’è proprio più in quella forma.

In questo esempio è proprio da riconoscere, in modo mirabile, come le cose, se le si considera sottilmente dal loro vero punto di vista, concordino meravigliosamente. Pensiamo un po’ che ne sarebbe dell’uomo nella vita ordinaria se egli non potesse conciliare il suo pensare con la sua memoria, se trovasse la sua logica dell’intelletto in contraddizione con ciò che la sua memoria dice. Ci possiamo facilmente costruire un caso simile.

Immaginiamo di avere dinanzi a noi un qualche documento che porti, supponiamo, la data del 26 marzo. Questa è una percezione che abbiamo nella nostra coscienza del presente. Ma noi eravamo presenti quando ha avuto luogo quell’evento che sta scritto in questo documento, risaliamo a quel giorno e la nostra memoria ci dice che l’evento dev’essere successo un giorno prima. Qui abbiamo per così dire un caso grossolano in cui la nostra coscienza del presente entra in contraddizione con la nostra coscienza mnemonica. Simili casi si possono, di norma, correggere con molta facilità nel mondo fisico. Nel mondo spirituale è molto più difficile correggere un errore, poiché vi si possono portar dentro degli errori persino attraverso la propria natura. Nel mondo fisico, in genere, un errore di pensiero3 non è proprio così grave, poiché le circostanze correggono da sé gli errori.

Quando ad esempio qualcuno, diciamo, non volge debita attenzione alla strada, e si dimentica di prendere la strada a destra per tornare a casa, imboccando invece quella di sinistra, si renderà conto in fretta dello sbaglio. Dunque, sul piano fisico un errore non è affatto così grave. Ma sul piano spirituale non abbiamo così agevoli correzioni degli errori; lì si deve avere in sé la sicurezza per evitarli. Quindi si deve avere la massima preparazione per ottenere questa sicurezza. Un errore nel mondo spirituale potrebbe costare molto caro, un unico sbaglio potrebbe portare facilmente dentro l’abisso. Ci deve essere una determinata armonia tra la logica del cuore e questo genere di memoria appena descritta, allo stesso modo in cui c’è un’armonia tra la logica della testa e la memoria della coscienza ordinaria.

Ma dal modo in cui ci evolviamo in senso superiore secondo le indicazioni della scienza dello spirito, ci vien data una garanzia dell’esistenza di una tale armonia. E qui arriviamo a una frase a cui il discepolo spirituale, in realtà, deve sempre prestare ascolto: tutto ciò che è esteriormente fisico viene effettivamente compreso soltanto se non è preso in modo diretto, ma è inteso come simbolo di un sovrasensibile, di uno spirituale. In effetti, abbiamo nel nostro cervello uno strumento fisico per la nostra logica della testa. Questo è qualcosa che ognuno può sapere attraverso la scienza ordinaria. Tuttavia non possiamo allo stesso modo dire di avere nel nostro cuore fisico uno strumento per la logica del cuore, poiché questa è qualcosa di assai più spirituale della logica della testa, e il nostro cuore non è un organo fisico per il pensare del cuore allo stesso grado di come lo è il nostro cervello per il pensare dell’intelletto.

Ma vi è un simbolo davanti a noi, in certo modo, nel nostro sistema fisico del cuore. Quando infatti il pensare del cuore trasforma il tempo nello spazio, nel momento in cui si penetra nel mondo spirituale ci si deve proprio muovere incessantemente intorno con tutto il proprio essere, si deve stare in circolazione continua. Questa decisamente è anche la sensazione sperimentata da chi si innalza dalla memoria abituale alla memoria superiore del ricercatore spirituale. Mentre l’uomo con la memoria ordinaria crede di essere fermo al presente e di volgere lo sguardo indietro al passato, il ricercatore dello spirito ha l’esperienza interiore di andare a passeggio indietro nel tempo, di passare in rassegna il tempo. E questa coscienza si esprime esteriormente a partire dal vissuto del nostro sistema sanguigno che dev’essere pure in continuo movimento, se comunque vogliamo vivere. Nel nostro sangue compiamo continuamente il movimento dal cuore attraverso il corpo, e di nuovo indietro. La circolazione sanguigna ci dà l’immagine di un movimento. Il sangue è in un movimento continuo, così che quanto dunque gli appartiene è effettivamente in un incessante movimento. Ciò che invece appartiene alla testa, non lo troveremo in un corrispondente movimento continuo. Le parti del cervello rimangono sempre nel posto in cui sono, così che il cervello in effetti è un simbolo fisico di quella coscienza che avviene nello spazio. Il sangue che scorre, il succo del cuore, è un’immagine, nella sua circolazione, della mobilità del pensare del cuore del ricercatore spirituale. Così ogni elemento fisico è un simbolo del corrispondente elemento spirituale. E effettivamente un fatto straordinariamente interessante avere nel nostro sistema sanguigno un’immagine di certe facoltà del ricercatore dello spirito e anche dei mondi in cui egli si muove.

Così, innalzandoci alla comprensione di una coscienza superiore guardiamo decisamente entro uno spazio diverso, uno spazio che l’ordinaria coscienza non conosce affatto, uno spazio che sorgerebbe se il flusso del tempo coagulasse per sempre. Pensate: se volessimo avere davanti a noi quello che ieri abbiamo sperimentato, dovrebbe essere come rappreso un momento di quanto è stato vissuto ieri. Nel momento seguente tutto il mondo è già nuovamente diverso; l’istante che c’è adesso e un attimo dopo non c’è più dovrebbe, per così dire, essere immortalato come in una fotografia. Ogni attimo dovrebbe esser trattenuto e quindi queste fotografie una di seguito all’altra dovrebbero venir disposte nello spazio una accanto all’altra. Avremmo allora ciò che il ricercatore spirituale ha realmente vivente davanti a sé. Non solo ha dinanzi a sé lo spazio solito, ma uno di natura totalmente diversa. Un tale spazio si differenzia in modo molto sostanziale da quello in cui viviamo abitualmente. Nello spazio ordinario non possiamo assolutamente abbozzare una raffigurazione dello spazio spirituale. Infatti se prendiamo lo spazio fisico e cerchiamo di tracciarvi una linea da qualche parte, riusciamo a tracciarla solo all’interno di questo spazio. Non andiamo affatto al di là di questo spazio. Quindi non siamo proprio in grado di disegnare entro lo spazio ordinario ciò che il ricercatore spirituale attraversa nello spazio spirituale. Per costui il tempo diventa spazio in cui egli procede da un punto all’altro.

Vediamo dunque che la coscienza abituale è racchiusa nello spazio; non può affatto uscirne. Però il ricercatore dello spirito può. Egli sa come muoversi quando ad esempio vuole giungere ad eventi che hanno avuto luogo, supponiamo, quattro o cinque giorni prima. Egli risale attraverso le immagini degli avvenimenti degli ultimi quattro o cinque giorni, come su una linea. Questa linea è tale da non poter essere né disegnata in modo bidimensionale né raffigurata in modo tridimensionale nello spazio. Essa in genere non è rappresentabile per la coscienza ordinaria, poiché quest’ultima non può uscire dallo spazio tridimensionale. Il ricercatore dello spirito si muove, però, a partire dallo spazio abituale e si addentra in uno spazio che ha un’altra dimensione, una quarta, in senso vero e proprio. Lo spazio che costui penetra quando ottiene la nuova memoria ha una dimensione in più rispetto allo spazio ordinario; questa è una dimensione che non possiamo trovare nello spazio fisico. Perciò dobbiamo parlare del fatto che il ricercatore spirituale, nel momento in cui riceve questa memoria superiore, esce dalle tre dimensioni dello spazio. Ora non abbiamo soltanto indicato che tale concetto è immaginabile dallo spazio quadridimensionale, ma che c’è una ben determinata facoltà, vale a dire la memoria superiore dell’essere umano, per la quale tale spazio quadridimensionale è una realtà.

Ogni cosa ha, sotto un certo aspetto, anche il suo rovescio e questo c’è anche per lo sviluppo di quella facoltà animica che è stata appena descritta. Quando qualcuno riceve istruzioni per evolversi e salire ai mondi spirituali, ha davanti ai suoi occhi come obiettivo il conseguimento di questa memoria spirituale dello spazio. Ma se noi attraversiamo un tale sviluppo o ce lo facciamo raccontare da altri che l’hanno già iniziato, verremo a sapere che certe persone forse si lamentano quando non riescono ancora a capire la faccenda - poiché se la intuissero, non si lamenterebbero, ma considererebbero la cosa come del tutto naturale - e dicono: «Prima avevo un’ottima memoria, ma da quando ho iniziato a sottopormi a questa preparazione essa è diminuita». E qualcosa che corrisponde a un’esperienza del tutto giusta. La memoria ordinaria, in effetti, a questo gradino dell’evoluzione subisce dapprima una perdita. E un’esperienza che può essere fatta. Chi lo sa non si farà alcuno scrupolo a riguardo, poiché sa bene di ricevere un sostanzioso indennizzo per questo, se si trovasse quasi al limite in cui la cosa può diventare pericolosa. A quel punto noterà proprio di ottenerne un risarcimento per la memoria. Di certo sarà molto difficile per lui dover ricordare qualcosa che ha vissuto il giorno prima, ma ne riceverà un rimborso nel fatto che un’immagine gli compare davanti all’anima. In quell’immagine stanno vivacemente lì, dinanzi all’occhio spirituale, gli avvenimenti che egli ha sperimentato; questi fatti passati si impongono in immagini alla sua coscienza. E questa è una memoria molto più fedele e più sicura di quella che si ha usualmente nella vita. Perciò possiamo anche ben apprendere da alcuni, che hanno attraversato uno certo sviluppo, come siano passati per una specie di oscuramento della loro memoria e come ne abbiano poi di nuovo ricevuto un rischiaramento in forma nuova. E questa nuova memoria è molto singolare, poiché le cose passate stanno dinanzi agli occhi come in immagini. Questa memoria è migliore di quella ordinaria, poiché quest’ultima ha un grande carenza: mostra le cose in modo molto nebuloso e sbiadito, e vanno persi i particolari. Ma questi riemergono di nuovo per la memoria che li presenta come in immagini spaziali. In tal caso tutto prende risalto arricchendosi di ombre e sfumature, e l’affidabilità della memoria aumenta enormemente.

Vediamo dunque sorgere una nuova facoltà dell’anima che tuttavia adesso non sta lì come il ricordo, come il ricordo di pensieri, il ricordo di rappresentazione per una cosa passata, ma come la visione del passato. Vediamo emergere una nuova capacità animica; ma tra quello che oggi corrisponde a questa facoltà e quello che questa può divenire vediamo un po’ come una specie di oscuramento della capacità corrispondente. Per ottenere la nuova memoria, la vecchia, in certo modo, scema, si oscura. Allora giunge sempre più con slancio la nuova. Si insinua quindi come un oscuramento tra le due facoltà. Ora abbiamo dunque da distinguere, in certo qual modo, tre condizioni animiche della memoria: quella della memoria abituale che può avere un certo grado di affidabilità, poi una specie di oscuramento, quindi un riaccendersi della memoria in una nuova forma. La condizione che mostra al suo punto culminante una tale facoltà dell'anima, con un’espressione della filosofia orientale, si chiama “manvantara”; e per quella in cui subentra un oscuramento, parliamo di un “pralaya”. Dapprima abbiamo una memoria forte, un manvantara, poi sopraggiunge un oscuramento della stessa, un pralaya della memoria, e quindi di nuovo un manvantara, in cui la capacità della memoria si ripresenta a un livello superiore.

Se ci ricordiamo di quanto è stato detto riguardo all'evoluzione umana, possiamo far notare che l’essere umano in tempi passati aveva già una specie di logica del cuore, nel presente attraversa la logica dell'intelletto e nel futuro gli sarà nuovamente peculiare una logica del cuore, che sarà come un frutto della logica dell'intelletto. Ma anche in quella condizione precedente dell’uomo qualcosa di simile deve aver corrisposto alle facoltà animiche, come quello che nel futuro verrà riacquistato con la logica del cuore. Dunque, non abbiamo solo respinto l’antico stato animico in cui il pensare dell'intelletto non esisteva ancora, ma anche qualcosa che è simile appunto alla memoria superiore descritta, ma ad un livello inferiore. Lina specie di memoria che guardava in immagini era associata allo stato primordiale del pensare, proprio come una memoria che guarda in immagini dev’essere connessa al futuro stato dell’umanità.

Ed ora possiamo addirittura rappresentarci l’essere di un uomo primordiale. Egli non pensava come l’uomo attuale, poiché il pensare in concetti è stato acquisito solo più tardi. Egli aveva la logica del cuore non illuminata da ragione e scienza nel senso odierno. Ma a questa era unita una specie di memoria dello spazio, così che il tempo è diventato spazio. Oggi l’uomo, se vuole rivolgere lo sguardo a tempi passati, deve sforzare la memoria per quanto basta. Quando questa non è sufficiente deve prender in mano documenti e svolgervi delle ricerche. Sappiamo come il passato, oggi, venga investigato. Viene investigato a partire da ciò che si è conservato nella singola memoria umana, da quanto i popoli hanno ancora mantenuto nelle loro tradizioni, e da ciò che è custodito in documenti di pietra, ad esempio nei monumenti e così via; e se risaliamo più indietro nel tempo, da quanto è rimasto di resti d’ossa, conchiglie, pietre, che ancor oggi, con il loro aspetto, mostrano la loro utilizzazione. Tutto questo ci fa notare gradini evolutivi precedenti. In breve, tutto ciò che c’è viene investigato per ottenere, in questo modo, un’immagine del passato. Si deve prendere proprio il punto di vista del presente e da qui ricostruirsi il passato.

Vediamo ora in uno stato primordiale dell’umanità in cui le cose non stavano così, in cui l’uomo aveva il passato in immagine davanti a sé, come un elemento spazialmente presente. E questo ci dà una sorta di spiegazione per un precedente tipo di costituzione animica umana. L’uomo nel passato non aveva bisogno di ricercare la propria origine, bensì la poteva vedere. A seconda del grado della sua evoluzione, egli poteva più o meno guardare molto indietro nel passato. E mentre vi guardava, vedeva quello da cui egli stesso era provenuto. Con questo possiamo spiegarci il profondo rispetto con cui l’essere umano guardava indietro nel passato e la conoscenza diretta che egli aveva allora del suo passato.

Dopo che ci siamo posti davanti all’anima queste tre condizioni successive dell’umanità dobbiamo guardare un po’ più precisamente nell’essere dell’uomo, se vogliamo proseguire nella comprensione dell’evoluzione umana. L’uomo odierno così com’è adesso, lo è diventato; ce lo può già insegnare un’osservazione fisica esteriore: egli non è stato sempre così. Si è perfezionato necessariamente da altre condizioni, da altre forme della sua esistenza fino a quella attuale. Riguardo all’elemento animico abbiamo ricordato uno stato precedente, poiché potevamo riconoscere che esso è simile a un altro che l’uomo, quando è passato per la forza del pensare umano, conseguirà nel futuro.

Se solo teniamo presente quanto è stato detto ieri e l’altro ieri, che l’uomo nel suo stato attuale può applicare sulla sua anima i metodi che l’insegnante spirituale gli consegna, per evolversi ulteriormente, dobbiamo dirci: sarebbe inconcepibile che lo si fosse potuto a un precedente gradino; sarebbe impensabile che ci si fosse potuti trasformare subito da una condizione precedente in quella futura. Questo veniva proprio rigorosamente sottolineato: innanzitutto i frutti della condizione presente vanno inseriti nella propria anima, per elevarsi ai gradini superiori. Non è possibile saltare alcun gradino dell’evoluzione umana; ogni tappa va percorsa. Affinché sia resa possibile l’evoluzione dell’uomo nel futuro, affinché egli possa procedere a quanto ci siamo posto davanti come ideale così significativo, l’uomo dovette, dunque, essere dapprima formato fino al suo gradino attuale. Prima di giungere alla logica superiore del cuore egli deve sviluppare la logica della testa. Questa ha i suoi strumenti nel cervello e nel midollo spinale. Abbiamo visto che cervello e midollo spinale sono stati formati da quelle forze che abbiamo trovato nel regno della ragione e che ci sono quindi affluite da quel regno. Tutto il resto è stato respinto, e venne fatto affluire solo quello che in quanto a forze si trova nel regno della ragione, affinché nel nostro interno si potesse formare questa meravigliosa costruzione del nostro cervello. Così possiamo dire che il cervello umano ha avuto la possibilità di formarsi, perché l’uomo divenne capace di escludere da tale formazione tutti gli altri regni e di lasciarvi entrare soltanto il regno della ragione. Ma come ci dev’essere il cervello umano, se l’uomo si vuole sviluppare ulteriormente per procedere verso il futuro gradino del pensare del cuore, il cui organo viene formato a partire dalle forze del regno degli archetipi, così possiamo facilmente immaginare che anche prima dovesse esserci qualcosa, prima che si potesse formare il cervello dal regno della ragione. Esattamente come ora dobbiamo lavorare sulla base del nostro cervello, se vogliamo farci strada fino ai regni superiori, così prima il fondamento del lavoro del regno della ragione dovette essere diretto a partire da regni differenti. Cioè, come la nostra ulteriore evoluzione presuppone la logica dell'intelletto con il proprio strumento, il cervello, così questo strumento del cervello presuppone il lavoro del regno della ragione, e questo presuppone di nuovo un altro fondamento, un lavoro, quello del successivo regno inferiore.

Volgiamo lo sguardo indietro a qualcosa che possiamo comprendere come un evolversi da un gradino precedente, in cui il regno della ragione non si riversava ancora nell'uomo, ma vi affluiva il regno spirituale, come abbiamo descritto, quando il regno della ragione non era ancora per niente attivo in lui. Guardiamo a un futuro in cui affluiscono delle forze all’uomo dal regno degli archetipi. Guardiamo al presente in cui il cervello si plasmò per l’uomo dal regno della ragione. E guardiamo a un passato dove a partire dal regno spirituale venne formato all’uomo quello che corrispondeva, quale fondamento, al precedente gradino evolutivo. Potremo trovare questo facilmente comprensibile se applichiamo tutto quel che abbiamo detto in modo ragionevole.

Il nostro cervello è stato plasmato a partire dal regno della ragione. E abbiamo trovato che la logica del cuore che precede la logica dell’intelletto è possibile soltanto grazie alle azioni del regno della ragione. Da questo ci apparirà comprensibile che, ad uno stadio iniziale per l’uomo, sia stato formato il suo cuore attuale a partire da quel regno spirituale. Questo organo di adesso sta in stretto rapporto, effettivamente, con quello che è la logica del cuore non cosciente. La futura logica superiore del cuore è naturalmente molto più spirituale. Ma la logica del cuore ordinaria, che ancora non è resa malaticcia dall’intelletto, ha in effetti nel cuore fisico una specie di mezzo di espressione, come la ragione ha un mezzo di espressione nel cervello fisico. Quando l’uomo ritiene qualunque cosa come bella, vera, grande, magnifica e buona, non per riflessione, non per fredda, obiettiva riflessione intellettuale, quando egli immediatamente, senza riflessione dell’intelletto, si accosta a un bello, a un vero, a un buono, allora esprimerà già la sua approvazione verso il suddetto bello, vero e buono, valendosi del pulsare superiore del cuore. Il nostro cuore batte realmente davanti al bello, al magnifico, al grande e al buono in modo diverso che davanti al dannoso, al cattivo, al brutto e al basso. In tale logica primordiale del cuore vi è qualcosa che può essere chiamato un partecipare immediato. Quando questa logica del cuore che si svolge nella subcoscienza si presenta con un linguaggio più chiaro, il cuore mostra molto chiaramente, anche già con la sua circolazione sanguigna, come questo sia un’espressione della logica del cuore. Possiamo vedere come un dolore ripetuto per una qualche perdita, che ci sta continuamente sotto gli occhi, può suscitare in noi qualcosa che poi si esprime in tutta la corporeità, forse addirittura fino al consumarsi della corporeità.

Troveremo comprensibile che altrettanto come il nostro cervello è stato formato a partire dal regno della ragione, come il nostro futuro cuore spiritualizzato deve essere plasmato dal mondo degli archetipi, così il nostro cuore attuale è stato prodotto dal regno spirituale. Perciò il nostro cuore ci si mostra come un organo che ci indica quel fondamento nell’uomo che dovette già esserci prima di venir formato l’organo del suo pensare. Ciò che oggi c’è nella testa dell’uomo, il cervello, potè innanzitutto essere formato dopo che fu creato il cuore umano. Scorgiamo qui qualcosa che può darci un concetto del tutto diverso del corpo umano, della corporeità umana esteriore. Così come gli organi si trovano nello spazio, l’uno accanto all’altro, ci fanno notare che non sono contemporanei, ma che il cervello è una formazione posteriore rispetto al cuore. Il cuore è un organo più antico. Esso dovette, in certo modo, essere formato prima; poi, solo sulla base del cuore è stato possibile inserire, quale formazione ulteriore, il cervello. Quanto qui ci si presenta, è qualcosa di straordinariamente interessante. Ci si mostra infatti che, se abbiamo due organi, uno vicino all’altro, è del tutto fuori luogo ritenerli equivalenti. Siamo corretti solo se diciamo che il cervello è una formazione più recente, il cuore una più antica. Per trovare l’origine del cuore dobbiamo risalire ad epoche più remote rispetto a quella in cui arriviamo quando vogliamo comprendere l’origine del cervello.

Ma un organo non smette di svilupparsi quando ce n è un altro. Possiamo quindi dire che il cuore dovette esistere prima del cervello. Quando però si formò e si sviluppò il cervello, anche il cuore continuò a svilupparsi e si trasformò. Così il cuore, come ora si presenta, mostra due trasformazioni e il cervello una sola. Comprendiamo il cuore, quindi, non attraverso il fatto che lo mettiamo nello spazio semplicemente accanto al cervello, ma lo comprendiamo soltanto se lo prendiamo come un organo più vecchio del cervello. Chi pone semplicemente nello spazio il cuore vicino al cervello dell’uomo è simile a un individuo che vede un uomo di quarant anni vicino a un giovane di quindici e dica: «Questi stanno l’uno accanto all’altro, quindi li osservo anche assieme e mi faccio una rappresentazione del modo in cui sono fatti, considerandoli esattamente contemporanei». Lina tale persona commetterebbe naturalmente una stoltezza se volesse classificare entrambi in base a stessi principi evolutivi; poiché per comprendere il quindicenne deve prendere in considerazione quindici anni di sviluppo, e nel quarantenne ne deve supporre quaranta. Si reputerebbe come stolto un uomo che non si rendesse conto che forse potrebbe chiedersi: «Non è che per caso il giovane quindicenne sia il figlio del quarantenne? Non riesco a spiegarmi parecchie cose se lo considero come suo discendente?». Sarebbe una stoltezza non prendere in considerazione questo. L’odierna anatomia ha il punto di vista di questa stoltezza. Essa non sa nulla del fatto che non si possono considerare gli organi del corpo umano semplicemente l’uno accanto all’altro, ma che li si debbono ritenere differenti, poiché essi stanno su gradini evolutivi diversi; e si comprenderà correttamente il cervello accanto al cuore solo se si concepisce il cervello come formazione più giovane e il cuore come formazione più antica. E finché non si avrà una tale anatomia che non considera i differenti organi semplicemente come nello spazio uno accanto all’altro, ma li considera nella loro valenza come formazione più recente o come formazione più vecchia, allora per molto tempo, soprattutto, non si comprenderà molto della vera essenza dell’uomo.

Così dunque vediamo che il metodo scientifico-spirituale deve offrire la chiave per la comprensione di questi organi, che la scienza ordinaria non mostra. Solo chi percorre un reale sviluppo per innalzarsi ai mondi superiori giunge a una vera conoscenza degli organi; con le abituali deduzioni non si consegue proprio nulla di particolare. Chi trae conclusioni solo dall’esterno, non cava un ragno da un buco, poiché dal di fuori non è possibile discernere realmente gli organi, quale sia il più vecchio e quale il più giovane. Soltanto quell’essere umano che consegue la memoria spirituale dello spazio impara a distinguere queste cose. Quando egli torna indietro con la sua memoria dello spazio, non ha bisogno di fare molta strada per trovare il cervello al suo inizio. Ne deve percorrere molto di più per trovare il cuore al suo esordio. E se con le conoscenze della scienza dello spirito ricerchiamo le cose suddette nel mondo fisico, ve le troviamo confermate. In effetti, si comprenderà correttamente l’organismo dell’uomo solo se lo si spiega in modo scientifico-spirituale.

Ricorderemo di aver detto che tra la facoltà animica che nella normale coscienza ordinaria si presenta come memoria e la nuova facoltà della memoria dello spazio c’è un oscuramento, qualcosa come una specie di estinzione della memoria. Il ricercatore dello spirito trova corrispondente a questa condizione di manvantara e pralaya della memoria qualcosa di simile in tutta l’evoluzione. Se ci rappresentiamo ad esempio cuore e cervello di un essere umano, così come essi oggi sono l’uno accanto all’altro nella corporeità fisica, troviamo che si sono sviluppati per un determinato periodo uno accanto all’altro. Se torniamo ulteriormente indietro, arriviamo all’inizio della formazione del cervello. Ma questo non è l’inizio della formazione del cuore. Dobbiamo risalire molto più indietro nel tempo, a uno stadio in cui il cuore non era ancora in connessione col cervello, in cui non affluivano ancora giù le forze del mondo della ragione, ma solo quelle del mondo spirituale.

Così possiamo distinguere uno stato dell’uomo in cui scorrevano giù, dentro la sua entità, quali forze più elevate, quelle del regno spirituale, poi uno stato in cui affluivano nel suo essere anche le forze del regno della ragione. Tra queste due condizioni vi è un po’ come un pralaya in grande, cioè un oscuramento di tutta l’evoluzione umana e poi un presentarsi in una nuova forma. Se guardiamo indietro dall’uomo attuale che ha cuore e cervello a un uomo precedente che non aveva ancora il cervello, questi era un uomo del cuore; ma volendo risalire dall’uomo attuale a quello del cuore, dobbiamo passare per un pralaya, in cui l’esistenza umana esteriore era estinta. E quando un giorno, nel futuro, lo stadio superiore, che oggi il ricercatore spirituale può raggiungere nello spirito, sarà conseguito in modo che si esprimerà anche esteriormente nel corpo, allora avremo di nuovo una diversa condizione dell’essere umano. Possiamo infatti immaginare che l’uomo che ha un cervello appaia diverso da quello la cui organizzazione si esprime nel cuore. L’uomo del cuore esteriormente deve avere un aspetto diverso da quello dell’uomo del cervello.

Ma oggi l’investigatore spirituale non può cambiare ancora la sua figura corporea. Se una divinità discende sulla Terra, deve presentarsi in un corpo umano attuale. Così quanto oggi è da ottenere grazie a un’evoluzione spirituale, viene dapprima raggiunto negli elementi invisibili dell’articolazione umana; il cambiamento si esprimerà anche nel corpo fisico, in uno stadio futuro dell’umanità. Vale a dire, dobbiamo rappresentarci che l’essere umano nel futuro apparirà del tutto diverso anche esteriormente. Egli avrà trasformato totalmente il proprio cervello e il proprio cuore e, a tal riguardo, avrà formato un nuovo organo accanto al cervello. E come oggi il cervello si inarca al di sopra del cuore, così un simile organo futuro, nuovamente, starà in un determinato rapporto col cervello. Ma fra la stadio attuale dell’uomo e la sua forma futura c’è di nuovo un pralaya, cioè l’attuale condizione dell’esistenza umana deve venir cancellata nell’esteriorità fisica e seguire una nuova condizione.

Così abbiamo potuto porre l’attenzione su tre successivi stadi dell’umanità, di cui il primo era tale che l’uomo era un uomo del cuore, in cui tutto era rapportato al cuore come oggi tutto è riferito al cervello; e da qui abbiamo visto sorgere l’uomo attuale; e possiamo avere un presentimento di un uomo futuro che sarà un cosciente uomo del cuore. Se consideriamo l’uomo attuale, così dobbiamo dire, come oggi sta davanti a noi nella sua forma fisica con tutto il suo organismo, egli può essere nella sua figura odierna solo su questa Terra. Chi considera l’essere umano in rapporto a tutta resistenza terrestre dirà che egli è così come è tutta la Terra, poiché è strettamente in relazione con tutte le forze, con tutte le caratteristiche e le condizioni della Terra. Se pensassimo la Terra soltanto un po’ modificata, l’uomo non vi potrebbe vivere nella sua forma attuale. Se ad esempio la composizione chimica dell’acqua e i rapporti volumetrici dell’aria non fossero così come sono, se la pressione atmosferica fosse più forte o più debole, la forma umana dovrebbe essere totalmente diversa. Ossia, non possiamo pensare a un essere umano odierno quale corporeità fisica, senza pensare a tutta la Terra così com e.

Quando facciamo notare uno stato precedente dell’uomo, il precedente uomo del cuore come lo abbiamo descritto, dobbiamo pensarlo collegato ad un altro stadio planetario. E quando poniamo l’attenzione sull’essere umano futuro, che un giorno avrà quanto già oggi ha il ricercatore dello spirito, dobbiamo di nuovo pensarlo unito a un’altra condizione planetaria e non sulla nostra Terra attuale. Se vogliamo soprattutto raccapezzarci, dobbiamo avere qualcosa come una specie di filo di Arianna. Dobbiamo rappresentarci che allo stesso modo in cui l’uomo si è sviluppato da una condizione precedente, così pure tutta la Terra si è sviluppata, e dunque la nostra Terra attuale riconduce ad uno stadio planetario precedente da cui via via si è sviluppata e ne accenna a uno futuro verso cui si svilupperà. E tra queste condizioni c’è ogni volta un pralaya, una condizione di oscuramento. Lo stadio planetario da cui si è sviluppato la Terra e in cui l’essere umano poteva ricevere quella forma precedente di cui abbiamo parlato, lo chiamiamo antico stadio lunare della Terra, e quella condizione in cui la Terra si trasformerà quando l’uomo avrà una nuova forma la designiamo come stadio planetario di Giove. Vale a dire, arriviamo a tre stadi successivi della Terra stessa. Possiamo dire: la Terra si è sviluppata dall’antica Luna verso la Terra e si svilupperà verso un futuro Giove.

Dobbiamo rappresentarci però che queste trasformazioni possono avvenire solo per il fatto che si modificano tutte le condizioni. I cambiamenti nell’uomo possono succedere soltanto perché sono mutate tutte le condizioni. Durante l’antico stadio lunare si riversavano nel regno umano solo le forze dal mondo spirituale, mentre sulla Terra attuale ci affluiscono le forze dal mondo della ragione e su Giove affluiranno dal mondo degli archetipi. Questi tre stadi planetari vivono, a partire dai mondi spirituali, sotto influssi del tutto diversi.

Ora abbiamo davvero mostrato, per così dire, per un verso, ciò che la nostra scienza scolastica non sa trovare. Ho già detto come essa vuole spiegare, con una goccia d’olio ruotante, come sorge un sistema planetario. Dopo questo esperimento che si fa a scuola,4 in cui si spinge un disco di cartoncino attraverso una goccia d’olio e con un ago si porta la goccia a ruotare, un ragazzo sveglio dovrebbe realmente dire: «Ma là fuori nell’universo dovrebbe anche stare un enorme maestro per girare la nebulosa cosmica!». Solo perché si è disabituato i giovani a porre tali questioni, essi si tranquillizzano con il commento dell’insegnante. Adesso, però, abbiamo perlomeno una rappresentazione di come un pianeta nasca da una forma precedente. Non abbiamo di certo alcun maestro che porta in rotazione una goccia d’olio, ma abbiamo potuto vedere certi esseri universali che operano giù dai diversi regni spirituali. Abbiamo potuto vedere come venga formata l’antica Luna a partire dal regno spirituale, come essa venga rimaneggiata per il fatto che intervengono delle forze dai mondi superiori, e come poi entreranno in azione altre forze da un mondo ancor più elevato. Ora scorgiamo lo spirituale all’opera nell’elemento fisico.

Ho descritto che l’essere umano non potrebbe essere così come si presenta oggi, senza essere in armonia con tutto quello che è la nostra Terra odierna. La formazione dell’uomo deve corrispondere a quella di tutta la Terra, così come la formazione della Terra intera dev’essere conforme a quella dell’uomo. Ora possiamo immaginarci che la nostra Terra attuale, così com e, non sia affatto possibile diversamente se non con una certa distanza dal Sole e con un certo rapporto coi pianeti. Se pensassimo a qualcosa di spostato nel sistema solare, tutto sarebbe completamente diverso e anche l’uomo. Se dunque risaliamo a un pianeta precedente, accanto all’antica Luna, allora doveva essere disposto in un sistema del tutto differente dalla Terra attuale. Quindi, con l’intervento delle entità del regno della ragione si trasformò non solo la nostra Terra, ma tutto il nostro sistema solare divenne un altro quando l’antica Luna si trasformò nella Terra attuale.

Così vediamo che, in effetti, può essere trovato un filo che prendendo le mosse dalla trasformazione dell’uomo, del microcosmo, del piccolo mondo, ci conduce alla trasformazione dell’intero macrocosmo, del grande mondo. Vediamo all’opera i diversi regni, come essi riorganizzino il macrocosmo e il microcosmo; sono le stesse entità ad essere attive in entrambi. Se volgiamo lo sguardo indietro nel tempo prima del nostro sistema solare attuale, arriviamo innanzitutto a una specie di oscuramento. Esteriormente sembra come una specie di nebulosa gassosa, ma a questa lavorano di continuo delle entità dai regni spirituali. Prima di questo solleviamo lo sguardo a un sistema ancora precedente da cui è scaturito il nostro attuale sistema solare. Se procediamo ancora più indietro, sempre più indietro, giungiamo alla fine a uno stadio molto diverso da quello odierno, così dissimile che di fronte ad esso cessa il domandare abituale. Dobbiamo imparare a porre domande in modo diverso quando arriviamo a questa condizione molto differente dell'universo. Perché, in fondo, poniamo delle domande? Le poniamo perché il nostro intelletto, in certo modo, è fatto così. Ma abbiam visto che il nostro intelletto si è formato solo col nostro cervello. Le nostre domande dell'intelletto non hanno dunque più alcun senso quando arriviamo in quello stadio in cui il nostro cervello non era ancora formato. Nei mondi che formano innanzitutto il fondamento del mondo dell'intelletto, il porre domande secondo i concetti intellettuali non ha alcun senso; qui dobbiamo ricorrere a mezzi di indagine, di conoscenza, diversi rispetto a quelli che ci dà l’intelletto. Quelle persone che tuttavia non vedono più in là del proprio naso crederanno effettivamente che si possa interrogare l’intero universo con la forma ordinaria del porre domande.5 Ma questo non è possibile, bensì ci si deve render conto che si può chiedere qualunque cosa solo in modo appropriato. Con il mondo che è venuto prima del nostro potremo solo raccapezzarci, se stimoliamo in noi quelle forze che trovano espressione nel pensare del cuore.6

Vediamo dunque che l’essere umano deve cambiare addirittura per quel che concerne la sua curiosità nel domandare. E sebbene non occorra essere così scortese come quell’uomo che, a chi gli chiedeva che cosa il buon Dio avesse mai fatto nel tempo prima di creare il mondo, disse, a riguardo, che aveva tagliato delle verghe per punire chi avesse fatto domande inutili,7 tuttavia in tale risposta è data, in certo modo, un’indicazione del fatto che l’essere umano debba cambiare anche per quel che riguarda il suo modo di porre domande, se vuole innalzarsi alle conoscenze dei mondi superiori.

12°Il ruolo dell’esperienza e della maturazione interiore nella scienza dello spirito - Undicesima Conferenza

Vienna, 31 Marzo 1910

Miei cari amici !

Alle dieci conferenze in programma era necessario aggiungerne ancora un’undicesima, nella serata odierna, per completare con alcuni particolari i vari argomenti toccati. Già vi sarete accorti che occorrerebbe parlare ogni sera, non solo per settimane, ma per mesi o forse anni, se si volessero veramente sviluppare da ogni lato tutti gli aspetti delle questioni a cui abbiamo accennato. Ma, nel tempo presente, in riferimento agli annunci della teosofia, si tratta meno di esporre subito qui e là la conoscenza scientifico-spirituale in tutta la sua estensione - non può proprio essere così -, ma piuttosto di dare degli stimoli. Tuttavia questo rende necessario, fin dall’inizio, che si faccia appello non soltanto alla comprensione, sebbene in primo luogo debba essere così, ma che si ricorra anche a qualcos’altro.

Va sempre di nuovo sottolineato, poiché appartiene ai punti nevralgici della conoscenza scientifico- spirituale del presente, che tutto ciò che viene portato giù dai mondi superiori, grazie a indagini scientifico- spirituali, può essere afferrato e compreso con le idee, con le rappresentazioni che l’uomo oggi può acquisire fuori nel mondo fisico, nella vita all’interno del mondo fisico. Non vi è nulla della conoscenza scientifico- spirituale che non possa essere, in questo modo, capito.

Solo che, di fronte alle grandi questioni che devono essere toccate in tale ambito, spesso è davvero necessario, per arrivare alla completa comprensione, percorrere una via lunga e difficile. Se si vuole penetrare in modo ragionevole le conoscenze scientifico-spirituali, occorre che dall’intera cerchia dei concetti e delle idee che si possono avere attualmente, si possa dire: «Forse oggi non posso ancora innalzarmi personalmente, con il mio proprio occhio spirituale chiaroveggente, ai mondi sovrasensibili; ma tutto ciò che mi viene annunciato da quei mondi, lo posso trovare comprensibile con la ragione». Ciò sarebbe possibile, ma attualmente non si può parlare dettagliatamente di ogni cosa. Non ogni individuo che oggi sente la necessità dell’annuncio scientifico-spirituale a partire dalla sua aspirazione, dai suoi ideali, è anche nella condizione di seguire la difficile via della ragione pertanto accennata.1 E perciò colui che parla delle conoscenze della scienza dello spirito non può sempre supporre che tutte le sue descrizioni vengano immediatamente vagliate, in ogni momento, dalla ragione. Per tale motivo deve partire da un’altro presupposto, e cioè che in ogni anima umana non vi sono soltanto quelle capacità e forze che furono acquisite durante un lungo periodo di tempo ed oggi sono state portate fino a un certo compimento. A tali facoltà appartiene certamente ciò che chiamiamo ragione umana, intelletto umano.

Ma la scienza dello spirito sa che non vi è un futuro per questo intelletto. Le altre facoltà, come il pensare del cuore, si svilupperanno nell’anima umana col cambiamento dell’umanità nel futuro. Nuove facoltà ancor oggi insospettate si svilupperanno. Però ciò che noi chiamiamo intelletto, ciò che chiamiamo ragione, è giunto a un certo punto culminante; verrà certamente annesso, quale risultato dell’attuale sviluppo, al futuro dell’anima umana, ma la scienza dello spirito sa che la ragione non è capace di uno sviluppo superiore oltre il proprio attuale punto di vista. Accanto a tali facoltà dell’anima umana che oggi troviamo, così da richiamare la nostra attenzione sul passato dell’uomo in cui si sono sviluppate partendo da piccoli e imperfetti inizi fino alla loro odierna altezza, ve ne stanno delle altre di cui abbiamo potuto far notare, per così dire, profeticamente, quali però si paleseranno nella loro perfezione soltanto nel futuro. Ma come ciò che oggi è portato a compimento si è mostrato con inizi imperfetti, molto a lungo prima della nostra epoca, così oggi sono già presenti, per così dire, in germe le future facoltà dell’anima umana. Molto di ciò che risplenderà chiaramente nel futuro esiste già oggi in germe nell’anima umana. E soprattutto possiamo dire: anche se oggi molti uomini non possono ancora acquisire attivamente conoscenze a partire dalla logica del cuore, tuttavia in numerosi, oggi, è già presente la prima predisposizione a quella futura logica del cuore. E presente un sentimento primordiale, un naturale senso della verità per ciò che attraverso la logica del cuore potrà essere compreso completamente solo nel futuro. Oltre ad appellarsi alla ragione, il ricercatore dello spirito si rivolge a quelle forze del sentimento per la verità, oggi latenti nel cuore. Egli presuppone che l'anima umana sia organizzata non sull'errore e sulla falsità, ma sulla verità, e che essa possa concordare, direttamente col sentimento, con le verità che vengono tratte dai mondi superiori. In altre parole, la verità riguardo ai mondi superiori può essere sentita da numerosi cuori prima di essere compresa. Vi è una prova del fatto che esistono anime con tale senso della verità. La prova esteriore è che una gran quantità di persone, oggi, non si sente soddisfatta da quanto può offrir loro la conoscenza esteriore di fronte alle grandi questioni dell’esistenza e, cercandone risposta, con anima trepidante, si avvicinano alla scienza dello spirito. Sono persone che non sono alla ricerca di cosiddette dimostrazioni, ma accettano, con le loro facoltà superiori ancora latenti, le comunicazioni della scienza dello spirito, sebbene avvertano e sentano soltanto attraverso il loro naturale senso della verità quanto capiranno solo in futuro.

In tal modo il ricercatore dello spirito, in fondo, fa appello direttamente all’anima umana in misura più intensa che non qualsiasi altro scienziato dell’epoca presente. Un altro ricercatore del presente cerca di imporre il riconoscimento della sua verità; presentando degli esperimenti, fornisce delle prove matematiche o qualcosa di simile, in modo tale che chi lo ascolta non possa far altro che ammettere quanto egli sostiene. Il ricercatore dello spirito si trova in una condizione diversa. Egli deve fare appello a parti molto più intime dell’anima umana. Non è ancora in grado, oggi, di procurare delle prove allo stesso modo come fanno gli altri scienziati. Ma egli sa che il medesimo senso della verità che dimora nel suo cuore esiste pure nel cuore di tutti gli uomini e che questi possono concordare con lui, sebbene non comprendano ancora tutto quello che egli ha da comunicare loro. Così si appella al naturale senso di verità dei cuori umani e lascia tutto al libero giudizio delle loro anime se vogliono convenire con lui o no. Non cerca di persuadere con quello che espone, ma è dell’avviso che quanto vive in lui viva in ogni anima umana. Egli sa che deve dare lo stimolo per qualcosa che può e deve germogliare da sé, da ogni anima.

Così il ricercatore dello spirito tenta solo di esprimere le verità che ogni anima, purché le si possa lasciare tempo a sufficienza, potrebbe sperimentare a partire da se stessa. Ma siccome noi uomini abbiamo bisogno l’uno dell’altro, dobbiamo cercare assieme quello che possiamo trovare in campo spirituale. Il maestro dello spirito considera la diffusione della scienza dello spirito in modo che a un gruppo di ricercatori vengano dati spunti che in seguito, con un’ulteriore mutua assistenza, prima o poi, in tutti gli ascoltatori che anelano, possono germogliare come esperienze proprie.

Se teniamo presente questo, vedremo innanzitutto nella giusta luce diverse cose di quelle che qui sono state dette nei giorni scorsi, in queste conferenze. Parecchio di ciò che qui è stato presentato, è da prendere come un appello ad ogni anima perché voglia cercare, se non ne trova in sé la possibilità, se solo comprende se stessa, di giungere alle stesse cose che qui sono state dette. Perciò diverse cose sono dette facendo affidamento su questo: la comprensione non può esserci subito, ma solamente quando gli stimoli vengono immersi nel cuore, vi continuano a germogliare e come frutti, là dentro, diventano operanti. In questo senso, oggi, dobbiamo aggiungere ancora alcune cose alle conferenze precedenti.

Ieri siamo arrivati a parlare di qualcosa che si presenta all’occhio chiaroveggente come esperienza: che il nostro stadio terrestre è successivo a un’altra evoluzione, la nostra Terra si è sviluppata da un altro stadio planetario, che chiamiamo “antica Luna”, il quale nulla ha a che fare con la nostra Luna attuale. E abbiamo parlato inoltre di ciò che l’occhio chiaroveggente vede profeticamente, il sorgere di un nuovo pianeta da ciò che è la nostra Terra, dopo che essa è passata attraverso una condizione crepuscolare, un pralaya, uno stato di oscuramento; cioè la trasformazione della Terra nello stato di Giove, che, di nuovo, non ha nulla a che fare con il pianeta attuale, ma che sarà una futura incarnazione della nostra Terra che viene chiamata “Giove”. Ho tentato di far capire che la Terra passa per incarnazioni successive, allo stesso modo in cui con l’occhio chiaroveggente si vede l’essere umano andare da un’incarnazione all’altra.

Se ora proseguiamo questo ragionamento che abbiamo imboccato, vogliamo avere di nuovo come linea guida il fatto di rivestire quanto ci offre l’indagine spirituale con quei concetti che sono comprensibili alla ragione ordinaria. Ieri abbiamo potuto ritornare fino all’antico stadio lunare della Terra su cui, come abbiam visto, dev’essere stato tutto diverso. Ora può sorgere la domanda: ma quest’altro stadio planetario, questa antica Luna, è scaturito da un altro ancora? La nostra Terra non ha forse avuto, ancor prima, anche altre incarnazioni? Questa domanda è da porsi, su questo punto di vista della nostra considerazione, in modo del tutto naturale. Ma per poter dare una risposta, dovremo partire da più lontano. Dovremo innanzitutto ricordarci come l’uomo nella sua vita quotidiana si alterni fra lo stato di veglia e quello di sonno. Il fatto di riferirci a questa variazione tra stato di veglia e di sonno è stato come una specie di filo conduttore che ci ha guidato attraverso tutta la serie di conferenze.

Sappiamo che l’essere umano che si sveglia ha il corpo fisico, il corpo eterico, il corpo astrale e l’io, e sappiamo che durante lo stato di sonno, nel letto, rimangono il corpo fisico e il corpo eterico o vitale dell’uomo e che il corpo astrale e l’io fuoriescono in un mondo spirituale, nel macrocosmo. Così l’uomo nel sonno è scisso, per così dire, in due entità. Un elemento è quello che rimane indietro in modo visibile nel mondo fisico come corpo fisico, con quanto è certamente invisibile, ma dev’esserci, il corpo eterico o vitale; il secondo è un elemento invisibile, sovrasensibile dell’entità umana, consistente in corpo astrale e Io. L’indagine esteriore, naturalmente, non può perseguire quest’ultimo elemento dell’entità umana. Esso si mostra soltanto alla coscienza chiaro veggente quando guarda l’uomo addormentato.

Ora chiediamoci: non vi è qualcosa ancora nel mondo esterno che mostri, in certo modo, un’analogia con ciò che dell’uomo, di notte, rimane indietro nel letto? In altre parole: che cosa possiede corpo fisico e corpo eterico o vitale? Sappiamo che il corpo fisico dell’uomo appena viene abbandonato dal corpo eterico segue leggi totalmente diverse. A quel punto segue leggi prettamente fisiche e chimiche; ma si decompone. Il fedele lottatore dalla nascita fino alla morte che ne impedisce la decomposizione è il corpo eterico o vitale.

L’uomo ha, però, ciò che noi chiamiamo la sua vita, in comune non solo con gli animali, ma anche con tutto il mondo vegetale. Se rivolgiamo lo sguardo fuori nel mondo fisico, osserviamo tutt’intorno a noi il mondo vegetale. Lina pianta che ci si fa incontro ci si mostra come un essere che non segue soltanto le leggi fisiche e chimiche; essa le segue solo nel momento della sua morte. Soltanto il regno minerale segue leggi fisiche e chimiche. Noi attribuiamo innanzitutto al corpo fisico solo le leggi del regno minerale. Ma esso è permeato e compenetrato da leggi superiori proprie del corpo eterico o vitale e che lo abbandonano solo nella morte; perciò il corpo fisico soccombe poi alle mere leggi fisiche e chimiche.

Così dunque vediamo l’essere umano, per quanto concerne l’elemento esteriore che rimane indietro nel mondo fisico durante il sonno, costituito da corpo fisico e corpo eterico o vitale. Anche il mondo vegetale è costituito da corpo fisico e corpo eterico o vitale. Troviamo perciò facilmente comprensibile quando il ricercatore dello spirito dice: l’uomo ha il corpo fisico e il corpo eterico in comune con le piante. Tuttavia si mostra un’enorme differenza tra uomo e pianta, poiché nel primo i due corpi sono anche compenetrati dal corpo astrale e dall’io. La pianta porta in sé soltanto il corpo fisico e quello eterico o vitale. L’uomo anche esteriormente deve comparirci dinanzi in modo diverso rispetto alla pianta, poiché egli accanto a questi corpi ha anche il corpo astrale e l’io che li compenetrano e li plasmano.

In tal modo, quindi, l’uomo, per quanto riguarda i due arti inferiori della sua entità, corpo fisico e corpo eterico o vitale, si trova per così dire in mezzo agli esseri del mondo vegetale, è simile alle piante, ma si innalza sopra la mera natura vegetale, avendo inserito in quella del suo essere anche un corpo astrale e un Io. Abbiamo dunque affinità con la pianta soltanto per il fatto che questa ha portato solo fino alla formazione dei nostri due corpi inferiori. Ma per come siamo all’interno del mondo terrestre, ci vediamo completamente dipendenti dal mondo vegetale. L’essere umano fisicamente ne è del tutto dipendente. Per la sua corporeità, sappiamo che egli può fare del tutto a meno della natura animale. Se non vuole, non ha bisogno di nutrirsi dell’animale, ma gli occorre proprio il mondo vegetale affinché il suo corpo fisico possa vivere. Ha bisogno della natura vegetale. Il corpo fisico dell’uomo presuppone il corpo fisico della pianta. L’uno non può essere senza l’altro. Il corpo fisico umano, per come oggi ci si fa incontro, non può essere, non può affatto esistere senza avere attorno a sé un regno delle piante che gli genera il suo attuale pianeta.

Se teniamo conto di questo, abbiamo già fatto un passo avanti nelle nostre considerazioni. Ora possiamo dire: guardiamo un po’ l’uomo che passa nello stato di sonno. Egli può far questo in modo del tutto indipendente da qualsiasi combinazione esteriore di Sole e Terra. Può dormire in ogni ora del giorno o anche di notte, senza essere dipendente dalla posizione del Sole. Proprio quando il Sole leva i suoi raggi alla Terra l’uomo dorme meglio. Egli può mantenere la sua connessione tra corpo fisico e corpo eterico anche quando il Sole non splende.

Se cerchiamo il processo corrispondente nel mondo vegetale, vediamo che per il mondo vegetale la cosa è completamente diversa rispetto all’uomo. L’uomo, come abbiamo visto, può mantenere l’unione fra il suo corpo fisico e il corpo eterico indipendentemente dall’azione dei raggi solari, indifferentemente da come si rapporta il Sole con la Terra. Questo la pianta non lo può. Essa riceve le sue forze direttamente da quelle del Sole ed è del tutto dipendente da queste. Vive e muore con il corso annuale del Sole, il che già si fa notare a un’osservazione superficiale, ad esempio, nelle piante erbacee. Tuttavia anche nelle cosiddette piante o alberi perenni e simili che passano l’inverno, sappiamo che mantengono questo rapporto con il Sole che distingue proprio l’essere del vegetale; esse con la natura morente, in autunno, perdono le foglie e rimane solo la parte legnosa, dalla quale poi, in primavera, spuntano nuovi germogli. Dunque, la pianta in autunno muore completamente o in gran parte, vale a dire il suo corpo eterico si tira fuori dal corpo fisico, d’inverno si prende nuove forze e, quando il Sole in primavera acquista di nuovo la forza dei suoi raggi riscaldanti e luminosi, la vita vegetale sboccia nuovamente e, in certo qual modo, si risveglia. Quando nell’autunno il sole perde la sua forza riscaldante e luminosa, la fresca vita vegetale passa ad una specie di stato di riposo. Ed anche nelle piante perenni vediamo come nel periodo invernale esse si avvicinino a uno stato di deperimento. La vera vita della pianta muore d’inverno e si risveglia nuovamente in primavera, per arrivare al più alto sviluppo d’estate. È dunque un risvegliarsi e un morire nello stesso ritmo come la rotazione della Terra intorno al Sole. La pianta verso l’autunno deve passare pressappoco in uno stato in cui l’essere umano passa solo quando va incontro alla morte.

Vi è dunque una diversa coesione nella pianta, tra il corpo fisico e il corpo eterico o vitale, rispetto all’uomo. Riguardo a questo rapporto, la pianta dipende dalla posizione del Sole verso la Terra; l’essere umano se ne è reso indipendente, egli non deperisce ogni autunno, il suo corpo eterico non si tira fuori dal corpo fisico durante l’inverno, ma vi rimane dentro per tutta la vita terrena. Per questo il suo corpo astrale e il suo Io escono e rientrano quotidianamente durante il sonno e così rigenerano le forze del corpo eterico. Se consideriamo ciò che dell’uomo si trova nel sonno in condizione di riposo, vediamo la parte della sua entità che è costituita come la pianta. Questo ci mostra come saremmo come uomini se non fossimo arrivati ad inserire corpo astrale ed Io alla nostra natura vegetale. La pianta ci pone davanti agli occhi una parte del nostro proprio essere.

Tuttavia l’uomo è essenzialmente diverso dalla pianta. Nel sonno è sì sprofondato, per quanto riguarda l’elemento visibile, nella condizione di una pianta vivente, ma poiché possiede corpo astrale ed Io che lavorano su di lui, non ha bisogno di subire quel periodico decadimento della pianta a una condizione subvegetale. Tale differenza rende la vita umana innanzitutto possibile, e poiché la pianta si trova su un gradino più basso, l’essere umano si può costruire il proprio corpo da essa. Senza la pianta l’uomo non potrebbe vivere. Perciò ci deve risultare comprensibile che tra l’uomo e il mondo vegetale non esiste solo un rapporto fisico, ma anche un rapporto morale-spirituale.

Quando l’essere umano si abbandona al suo sano sentimento naturale, può assai presto notare questo rapporto morale-spirituale verso il mondo vegetale. L’uomo non ha bisogno della pianta solo per il nutrimento, ma ne ha bisogno anche per la sua interiorità. Gli è necessario il mondo vegetale che lo circonda per avere in sé tali sentimenti e sensazioni necessari per la sua vita animica. Egli ha anche bisogno delle impressioni del mondo vegetale qui sul piano fisico, se vuole mantenersi fresco e sano nella sua vita interiore. È qualcosa che non può essere mai sottolineato abbastanza, poiché si mostra ben presto come una mancanza nell’anima umana, se essa si isola dalla fresca e stimolante impressione del mondo vegetale. Quell’uomo che, a parer mio, dimorando in una grande città, per certi riguardi è privato del rapporto diretto col mondo vegetale, all’osservatore più profondo mostrerà sempre una certa carenza della sua anima e, in fondo, è assolutamente vero che l’anima ne riporti danno quando perde la gioia diretta, il piacere diretto, la coesione col mondo vegetale, con ciò che è la natura vegetativa fuori.

Accanto a tutti gli svantaggi della cultura moderna che si sviluppa principalmente nelle grandi città, si deve annoverare anche questo, che attraverso la nostra vita di città siamo tagliati fuori dall’incontro diretto col ravvivante mondo vegetale. Sappiamo che già oggi vi sono esseri umani che crescono in modo tale da non saper distinguere un chicco di avena da uno di frumento. Ma ciò fa parte della sana evoluzione animica umana; sembra così strano che si possa differenziare un grano di avena da uno di frumento. Sia detto in modo sintomatico, ma con ciò è detto qualcosa di reale. E si deve vedere con dispiacere davanti a sé una prospettiva del futuro che potrebbe allontanare completamente l’uomo dalla diretta impressione del mondo vegetale. L’uomo ha bisogno di quel mondo.

Il modo in cui è profondamente fondata questa relazione ci può risultare da questo: l’uomo odierno non potrebbe essere una persona sempre addormentata. Non è concepibile oggi un uomo che dorma continuamente; non potrebbe vivere come tale. L’essere umano attuale è pensabile solamente in modo che il suo corpo fisico e quello eterico, nello stato di veglia, siano compenetrati dal corpo astrale e dall’io. Questi fan parte dell’intera natura umana. Sappiamo anche che l’uomo, per acquisire una coscienza del mondo fisico esteriore, deve immergersi con il suo Io e il suo corpo astrale nel corpo fisico e in quello eterico. Egli durante il sonno, quando si trova con l’io e il corpo astrale nella sua patria spirituale, non ha alcuna coscienza del mondo esterno. Inizia a svilupparla soltanto quando si immerge nel corpo fisico e nel corpo eterico.

Dobbiamo quindi dire: da un lato l’uomo è come sta davanti a noi sul suo gradino evolutivo attuale, non pensabile nella sua forma se non avesse corpo astrale ed lo, dall’altro però egli non potrebbe sviluppare alcuna coscienza dell’io né alcun impulso di sentimento e di volontà se non avesse il corpo fisico e il corpo eterico come fondamento. Egli ha bisogno dunque del corpo fisico e del corpo eterico come base per la sua vita interiore. Se ne evince che questi siano il presupposto per l’evoluzione del corpo astrale e dell’io. Il corpo fisico e il corpo eterico devono esserci dapprima nell’essere umano, solo dopo possono fare il loro ingresso un corpo astrale e l’io.

Quindi non veniamo ricondotti solo ai tempi dello stadio lunare della Terra, dove l’uomo aveva una forma del tutto diversa da quella di oggi, bensì veniamo riportati alle epoche in cui egli soprattutto non possedeva ancora un corpo astrale ed un Io, ma solo un corpo fisico e un corpo eterico o vitale. Prima di tutto dovettero essere costituiti il corpo fisico e il corpo eterico a partire dal macrocosmo, poi questi poterono formare il presupposto, la base per il corpo astrale e l’io. In un remotissimo passato dovette una volta accadere ciò che avviene oggi ogni mattina. Come ogni mattina l’io e il corpo astrale, a partire dal mondo spirituale, entrano nel corpo fisico e in quello eterico o vitale, così un tempo, per la prima volta, l’io e il corpo astrale dovettero giungere dal mondo spirituale e trovare il corpo fisico e quello eterico. Prima che l’uomo potesse essere ciò che oggi è con i suoi arti superiori, gli vennero preparati il corpo fisico e il corpo eterico, a partire da tutto l’universo, senza la sua cooperazione, grazie a forze ed entità di natura diversa e superiore rispetto a quello che egli stesso era.

Ma ora chiediamoci: se all’essere umano furono preparati il suo corpo fisico e il suo corpo eterico prima che il corpo astrale e l’io soprattutto si potessero sviluppare in questo mondo, allora egli in un primo tempo dovette svilupparsi con una sorta di natura vegetale, prima di ricevere la sua natura superiore. L’uomo dapprima dovette esistere come una specie di pianta; e questo ha dovuto precedere la sua natura superiore. Veniamo dunque ricondotti ad un’epoca passata dell’evoluzione dell’umanità, in cui l’uomo venne plasmato dal macrocosmo come una specie di essere vegetale.

Oggi guardiamo il mondo delle piante che sta intorno a noi con lo sguardo giusto, solo se ci diciamo: questo mondo vegetale verdeggiante, spuntante dalla terra e germogliante che abbiamo intorno ci mostra, nel tempo presente, qualcosa della natura che noi stessi avevamo una volta, prima di ricevere ciò con cui potevamo sbagliare, con cui soprattutto potevamo arrivare al male. Il mondo vegetale ci fa vedere la nostra propria entità umana nella sua purezza originaria, come era in epoche lontanissime, quando non era ancora pervasa da istinti, brame e passioni.

Ma quando noi consideriamo inoltre che la nostra natura vegetale umana, così com’è oggi, è indipendente dalla posizione del Sole rispetto alla Terra, mentre le piante odierne ne sono dipendenti, spuntano in primavera e disseccano in autunno, allora dobbiamo dire che noi non possiamo mai essere stati delle piante come queste. In quella specie di piante che noi eravamo, doveva inserirsi un corpo astrale e un Io. Questo non è possibile nelle nostre piante attuali. La natura vegetale umana si differenzia appunto da quella delle piante odierne per il fatto che il corpo fisico e il corpo eterico dell’essere umano sono indipendenti dalla posizione del Sole rispetto alla Terra. La connessione fra tali corpi nell’uomo dovette essere sorta sotto condizioni planetarie del tutto diverse da quelle delle piante attuali.

Possiamo comprendere quelle condizioni diverse se consideriamo ancora quanto segue. Sappiamo dunque che nell’uomo il rapporto tra corpo fisico e corpo eterico non dipende dalla posizione del Sole nei confronti della Terra. Ma egli è anche indipendente, comunque, dalle azioni del Sole? Non è così, poiché senza di esse il corpo fisico e quello eterico dell’uomo non potrebbero esistere.2

Se il Sole non lasciasse sempre la sua influenza sulla Terra, nessun essere umano vi si potrebbe evolvere. L’uomo nel suo essere è condizionato dall’azione del Sole, ma è indipendente dalla sua posizione rispetto alla Terra. Il Sole lascia sempre degli effetti dietro di sé. Sappiamo che quando il Sole sottrae la sua diretta forza calorica alla Terra, non cessa per questo di lasciarla dietro di sé per la benedizione e la salvezza della Terra.3 Quando andiamo fuori nella campagna, troveremo che là, in autunno, vengono scavate delle buche profonde, in cui si mettono le patate; poi esse vengono ricoperte e si conservano, poiché la forza riscaldante del Sole che si riversa d’estate sulla superficie terrestre si ritira all’interno della Terra. Questa forza riscaldante rimane presente sotto la superficie fino a una certa profondità. La Terra si tiene in custodia la forza calorica del Sole durante l’inverno, anche se il Sole stesso si è ritirato.

Quando accendiamo una stufa con del carbone, questo lo abbiamo preso dall’interno della Terra. In che modo si è formato questo carbone? Per il fatto che una volta, in epoche lontane, delle piante furono ricoperte dalla terra. Quelle piante si sono sviluppate sotto l’influenza della luce e del calore solare. Ciò che la luce e il calore del Sole hanno svolto è conservato nel carbone; e con esso si tira fuori di nuovo dalla Terra luce e calore solare di epoche assai remote. Così la nostra Terra ha anche del Sole in sé, quando è cessato da molto l’effetto esteriore tramite la posizione del Sole rispetto ad essa. Le nostre piante attuali, nella loro vita sbocciante e germogliante, hanno qualcosa che viene provocato direttamente solo dalla posizione del Sole rispetto alla Terra. Tutto ciò che vive sulla Terra ha bisogno del Sole; e la Terra conserva quanto riceve da esso al di là del periodo invernale; essa è ricolma di azione solare. Quest’azione rimane, per così dire, sempre dentro la Terra, e quando la Terra non viene più direttamente riscaldata dalla posizione del Sole, il calore solare vi è ancora conservato ed opera sulle creature che vivono su di essa. Senza di questo il corpo fisico e quello eterico dell’uomo non potrebbero esistere. Se togliamo all’essere umano anche solo un pezzo della Terra, egli non potrebbe esistere. Egli ha bisogno di tutto, della Terra con l’azione solare contenuta dentro.

Per le condizioni attuali del nostro sistema solare, la nostra Terra non genera dunque direttamente quella connessione tra corpo fisico e corpo eterico che vediamo nell’uomo, ma solo quella che vediamo nella pianta. La connessione umana tra i due corpi deve oggi attuarsi in modo indiretto. Ma all’uomo occorre, per poter soprattutto esistere, l’azione solare conservata nella Terra. Perciò troveremo comprensibile che in una precedente esistenza planetaria debba essere stato una volta possibile che il corpo fisico e il corpo eterico umani si siano sviluppati così come oggi, sulla Terra, si sviluppa direttamente la natura vegetale. Come oggi la pianta è una figlia della Terra, così una volta il corpo fisico e il corpo eterico dell’uomo devono essere stati il figlio di uno stadio planetario antecedente della Terra, nel quale non potevano esserci le condizioni odierne. Quindi dovevano esisterne delle altre.

La scienza dello spirito ci fa notare quelle differenti condizioni, mostrandoci che ancora un altro stadio planetario della Terra precedette quello dell’antica Luna, e che noi chiamiamo a ragione l’antico stadio solare della Terra. La Terra è scaturita dall’antico stadio lunare e questo ancora dall’antico stadio solare. Ma come era quest’ultimo? Non poteva essere che il Sole risplendesse dall’esterno; poiché l’uomo non vi avrebbe potuto sviluppare il suo corpo fisico e il suo corpo eterico, le piante del genere attuale lì non si sarebbero sviluppate. Quindi non poteva arrivare alcuna azione solare da fuori. Ma senza azione solare l’essere umano non poteva formare il corpo fisico e quello eterico. Quanto oggi è in parte conservato come azione solare nella Terra doveva venir fuori totalmente dalla Terra stessa. La Terra doveva produrre gli stessi effetti generati oggi dal Sole. Significa che essa doveva essere il Sole stesso. Se ricerchiamo dunque uno stadio precedente del nostro pianeta, ne possiamo trovare solo uno in cui il Sole non risplendeva dal di fuori. Gli effetti solari dovevano provenire dalla Terra stessa.

Così troveremo comprensibile che la scienza dello spirito chiami lo stadio precedente a quello dell’antica Luna lo stadio solare della Terra. L’occhio chiaroveggente mostra all’investigatore spirituale che la Terra allora era addirittura un essere luminoso e calorico. A quei tempi non si potevano ancora formare delle piante nel senso odierno, ma si poteva sviluppare la connessione del corpo fisico e del corpo eterico dell’uomo.

È ovvio che qualcuno potrebbe osservare che se la Terra era un Sole e l’uomo aveva solo corpo fisico e corpo eterico, egli avrebbe dovuto bruciare. Sì, ovviamente, se il suo corpo fisico fosse stato così come si presenta oggi! Ma allora esso era diverso da quello attuale. Naturalmente, non poteva avere le sue componenti solide odierne, che non potrebbero esistere in uno stadio solare. L’essere umano non poteva nemmeno avere delle parti liquide, poiché neanche la nostra acqua attuale non poteva esistere in un tale corpo planetario. Ma era già possibile lo stato aeriforme o gassoso e tanto più lo stato di calore.

Siamo quindi ricondotti a un’antica incarnazione planetaria della nostra Terra, in cui troviamo l’uomo preformato nel corpo fisico ed eterico, ma sotto condizioni del tutto diverse. A quei tempi le cose stavano così: solido e liquido non c’erano ancora, era data solo la predisposizione al fisico in uno stato aeriforme e igneo. L’uomo è diventato quello che è oggi solo dopo la trasformazione dell’antico Sole, o meglio, dell’antica Luna nella Terra attuale. A quei tempi era adattato a quel predecessore planetario della nostra Terra attuale.

Ora possiamo immaginarci che in quell’epoca non soltanto la Terra dev’essere stata diversa rispetto ad oggi, ma tutto il sistema solare, poiché uno presuppone l’altro. Quanto noi oggi chiamiamo acqua o elemento liquido, a quei tempi, non era ancora presente, e nemmeno l’elemento solido, terroso, ma vi era solo il calore, l’elemento igneo, e quello aeriforme. Così arriviamo ad una condizione del nostro sistema solare che si mostra essenzialmente diversa dal nostro attuale sistema solare e che doveva avere leggi del tutto differenti da quelle del nostro corpo terrestre odierno.

Vorrei ancora brevemente far notare che quella condizione che abbiamo designato ora come lo stadio solare della nostra Terra ne presupponeva di nuovo un’altra, [ancora precedente]4. Nello stadio solare abbiamo già un nesso fra il corpo fisico, che consisteva di calore e aria, e il corpo eterico. Ma [nell’attuale gradino evolutivo] il corpo fisico non può esistere senza il suo corpo eterico, ed anche il corpo eterico, se vuole avere sussistenza, deve avere a fondamento un corpo fisico.5 Quindi l’uomo, sull’antico Sole, dovette già trovare un corpo fisico, vale a dire, il corpo fisico doveva già essere stato formato in precedenza, prima di poter trovare quella sua connessione col corpo eterico. Ciò richiama la nostra attenzione su un’incarnazione planetaria ancora precedente della nostra Terra. Allo stesso modo in cui abbiamo rarefatto l’elemento fisico fino allo stato aeriforme, gassoso, durante lo stadio solare della Terra, così arriviamo a un’ulteriore rarefazione dell’elemento fisico, a una condizione che consisteva soprattutto solo di calore. Dobbiamo considerare questo calore come il primo elemento fisico, e dobbiamo immaginarci tutto il sistema solare di allora adeguato a questo primo stadio planetario, lo stadio di calore o di fuoco della nostra Terra.

Alla coscienza chiaroveggente, in effetti, si mostra che la nostra evoluzione risale a un primordiale e puro sistema di calore. Chiamiamo questo sistema di calore “antico Saturno”. All’osservazione chiaroveggente questo si mostra quale esperienza diretta, ma abbiamo visto che possiamo ritornare a tale condizione anche con la nostra ragione. Abbiamo evidenziato che non appena arriviamo a un tale diverso sistema, come ad esempio un sistema di calore, ci dobbiamo rappresentare tutto in modo conformemente adeguato alle differenti condizioni, come abbiamo anche già visto quando abbiamo parlato del mondo elementare. Dobbiamo acquisire, quindi, un concetto diverso del calore. Non possiamo immaginare il nostro fuoco odierno senza che siano presenti anche gli altri tre stati, il gassoso, il liquido e il solido; il nostro fuoco attuale non è affatto possibile diversamente.

Ci apparirà dunque comprensibile che il fuoco dell'antico Saturno fosse qualcosa di essenzialmente diverso dal nostro fuoco odierno. Tutto cambia e si trasforma con le condizioni. Il fuoco di oggi consiste in gas o qualche altro corpo che brucia. Ma gas o altri corpi non erano ancora presenti sull’antico Saturno. Là vi era un calore che si offriva liberamente; lo spazio ne era riempito. Quel calore ci si offre come qualcosa di animico. Ciò che oggi chiamiamo calore, lo avvertiamo quando ad esempio tendiamo la mano verso qualcosa di incandescente. Ma a quei tempi l’elemento di fuoco non era tale che gli si poteva contrapporre qualcosa; era presente come calore che compenetrava lo spazio.

Possiamo farci una rappresentazione di tale calore soltanto se dal concetto esteriore del calore passiamo a ciò che chiamiamo calore animico. Se un uomo arde per amore, entusiasmo o per anelito verso un ideale elevato, allora diventa caldo animicamente. Questo può agire fin dentro l’elemento fisico, e anche quest’ultimo si riscalda fisicamente; vale a dire, il sangue diventa caldo e circola in modo diverso di prima. All’osservatore più sottile diventa percepibile che quanto ci appare come calore animico agisce riscaldando fin dentro il nostro elemento fisico. Dobbiamo cercare tale calore, come quello che si manifesta quando lo spirituale agisce nella natura umana, nella prima incarnazione planetaria della nostra Terra. Esso ha avuto origine dal macrocosmo, grazie all’operare dello spirituale, così come noi possiamo riscaldare attraverso l’animico-spirituale. Così il primo stadio planetario della nostra Terra era uno stadio di calore, perché un elemento spirituale concorreva con il suo “calore” dal macrocosmo.

Se nel mondo esterno si presenta un fenomeno di calore, chiediamo come sia accaduto. Ma se l’uomo si scalda per l’impressione di un elemento animico-spirituale, sarebbe sciocco chiedere perché egli si sia scaldato. Il fatto che l’uomo possa riscaldarsi con l’entusiasmo per un alto ideale, può solamente comprenderlo chi lo può sperimentare; chi non può, non lo capisce. Se si deve comprendere un tale processo interiore, non comprendiamo nulla solo attraverso delle spiegazioni esteriori. Guardiamo il mondo fuori; esso non comprende che vi siano individui che possono riscaldarsi interiormente per l’ideale della scienza dello spirito.6 Non possono arrivarci e dicono: «Questi teosofi sono dei veri pazzi; mi lascia del tutto freddo quello per cui essi si entusiasmano!». Queste persone non possono sperimentare le stesse cose. Se lo facessero, smetterebbero di fare domande.

Di che cosa abbiamo bisogno, dunque, quando ritorniamo allo stadio di calore di Saturno? Come possiamo comprendere il suo calore? Solo per il fatto di dire che il suo calore è sorto a partire dallo spirito. Quando retrocediamo fino allo stadio saturnio, cessa ogni elemento materiale; comprendiamo allora il nascere immediato dell’elemento fisico a partire dallo spirituale. Capiamo l’origine del nostro divenire terreno, se ritorniamo allo spirito, non a una nebulosa cosmica, ma se ritorniamo allo spirito e ci rappresentiamo come grazie alla cooperazione di spiriti, di entità spirituali sia sorto l’inizio della nostra formazione terrestre.

Se prendiamo in considerazione questo, ci sarà comprensibile come viene spiegata l’esistenza di Saturno nel mio libro La scienza occulta. Vi viene detto che certi spiriti che si chiamano spiriti della volontà, dapprima, con un grande sacrificio, fecero affluire, in certo qual modo, il loro proprio essere. Con loro cooperarono gli spiriti della saggezza, gli spiriti del movimento e altre entità spirituali ancora. In quel libro ho descritto come questi spiriti facciano confluire le loro azioni nel macrocosmo e come attraverso tale confluenza di azioni si formino le entità spirituali di Saturno. Vediamo così come la ricerca ci porti all’insorgenza dell’elemento fisico da quello spirituale. E poiché qui abbiamo a che fare con azioni di entità da mondi superiori, a questo punto si deve cessare di fare domande sulla ricerca delle origini. Se siamo giunti nello spirituale, se guardiamo le entità spirituali che ci si fanno incontro, non possiamo domandarne il perché allo stesso modo di prima. Solo una persona astratta può continuare a chiedere sempre il perché; ad esempio, se vede dei solchi di carro sulla strada, può chiedere: «Perché vi sono i solchi?». Perché delle ruote li hanno scavati. «Perché delle ruote li hanno scavati?». Perché è passata una carrozza. «E perché questa è passata?». Perché doveva portare un uomo. «Chi era costui?». Il tal dei tali. «Perché egli viaggiava?». Arriviamo ora alla decisione di quest’uomo, e questa è l’ultima cosa che possiamo chiedere, e non è possibile andare oltre col domandare “perché”. Così è anche per la descrizione dei grandi nessi universali; arriviamo ad un punto in cui cessano le domande, poiché siamo giunti alle entità.

Con ciò è stato mostrato un esempio di come i fatti descritti dalla scienza dello spirito si susseguano del tutto logicamente e siano da comprendere con la ragione. Tuttavia questa non è la via dell’investigatore dello spirito. Costui non si costruisce un sistema di deduzioni logiche, bensì descrive ciò che vede realmente davanti a sé. Egli guarda indietro all’esistenza solare e a quella saturnia e può descrivere com’era la Terra allo stadio solare. Ma le cose devono anche essere rappresentate in modo che siano accettabili per l'intelletto odierno. Abbiamo visto che spesso si parte da lontano e si devono raccogliere le cose da lontano se si vuole suscitare questa comprensione. Se si tiene conto di tutto ciò che in quanto a fatti può essere raccolto da tutto il mondo,7 vedremmo che quanto afferma la scienza dello spirito può venir confermato da fatti esteriori. Si deve però essere in grado di raccoglierne a sufficienza.

Abbiamo visto come, nel più lontano passato, ciò che è fuoriuscito dal macrocosmo sia penetrato nel microcosmo. Abbiamo visto come l’uomo stesso si sia preparato per lunghe, lunghe epoche, da Saturno, al Sole e alla Luna, a ciò che ha trovato la sua temporanea conclusione nell’esistenza terrena. Alla fine dobbiamo ancora far notare alcune cose che si riferiscono al futuro. C’è qualcosa nell’uomo che indica nel futuro? L’uomo ha qualcosa in sé che più avanti verrà ulteriormente sviluppato?

Abbiamo visto nella conferenza di ieri che il cuore è un organo vecchiotto, poiché era già presente nello stadio lunare, anche se in forma diversa; venne poi trasformato, nello stadio terrestre, in ciò che è ora. Quando consideriamo in modo chiaroveggente un essere umano del passato stadio lunare, possiamo percepire che egli ha qualcosa che era la predisposizione per il cuore attuale. Come il fiore della pianta nella predisposizione del germe porta in sé il frutto, così il cuore lunare porta in sé, per così dire, il cuore terrestre. Allo stesso modo, chi ne è capace vede nell’uomo attuale certi organi che non sono ancora perfettamente formati - sebbene non appaiano tali all’uomo d’oggi -, che sono destinati a raggiungere una perfezione superiore e in avvenire avranno un ruolo ben più importante, per far diventare l’uomo attuale il futuro uomo di Giove.8 A questi organi appartiene la laringe umana che, nel tempo presente, non è niente di più che un organo germinale. Essa, dal punto di vista della scienza dello spirito, è molto più lontana dalla sua perfezione rispetto ad altri organi. Se consideriamo la laringe nel suo rapporto col polmone, possiamo dire che essa presuppone in certo modo il polmone, si sviluppa nell’uomo sulla base dell’esistenza dei polmoni. Ma allo stesso tempo vediamo che l’essere umano, per quanto concerne ciò che egli genera nella sua laringe, sta su un gradino di imperfezione.

Ma in che consiste la perfezione dell’uomo? Dove sta oggi, nello stadio attuale dell’evoluzione dell’umanità, la più grande perfezione umana? Si trova nel fatto che l’uomo è in grado di definirsi un Io. Tutto ciò che dà all’uomo la possibilità di definirsi un Io, gli dà la sua dignità, lo pone sopra le altre entità. Egli è un’individualità e i suoi singoli organi sono tanto più perfetti quanto più essi rendono ciò che rimane collegato alilo, che passa da un’incarnazione all’altra e si porta dietro i frutti di ogni singola vita. Ma per quel che riguarda la laringe, succede solo in misura minima. Se potessimo guardare indietro nelle nostre precedenti incarnazioni e ci trovassimo incarnati, ad esempio, nell’ambito del periodo greco-romano, di quello egizio-caldaico, di quello paleo-persiano e di quello indiano antico, ci troveremmo sempre a parlare lingue diverse; dunque, il linguaggio quale prodotto della nostra laringe non è ancora individualizzato. Non è qualcosa che l’io si può inglobare in modo che l’uomo lo possa portare con sé di incarnazione in incarnazione. Quando l’essere umano passa attraverso un popolo in un’incarnazione, attraverso un’altro in un’incarnazione successiva, si deve esprimere ogni volta in un idioma diverso. Il linguaggio è legato con l’io in modo molto meno intimo del pensare. Abbiamo la lingua in comune con altri uomini. Con la nascita, siamo nati in una forma di linguaggio. Per quel che concerne la lingua, l’uomo è ancora del tutto anima di gruppo.

Tuttavia essa è qualcosa in cui traspare la nostra interiorità, in cui si esprime lo spirito. E quella facoltà dell’essere umano di portare i sentimenti dell’anima e i pensieri nel suono, nel tono, attraverso la configurazione delle parole;9 così che nella laringe abbiamo un organo tramite cui siamo inseriti con la nostra individualità in un operato dello spirito, ma non in qualcosa che abbiamo fatto noi stessi. Se il linguaggio non fosse un’opera dello spirito, non vi si potrebbe esprimere uno spirito; se la laringe non potesse cogliere il tono dato dallo spirito, l’interiorità dell’anima umana non potrebbe esprimersi col canto. La laringe è un organo che esprime effetti dello spirito, ma non ancora azioni spirituali individuali. Essa si mostra al ricercatore spirituale come un organo con cui l’essere umano si colloca in un’anima di gruppo che ancora non si può elevare all’individualità, ma che è sulla via di accogliere azioni individuali dell’uomo. L’uomo modificherà la sua laringe nel futuro, in modo da poter portare ad espressione, anche attraverso di essa, l’elemento del tutto individuale.

E, in certo qual modo, una lettura profetica. La laringe è un organo embrionale che si trasformerà nel futuro. Se ne teniamo conto, troveremo comprensibile che il linguaggio per l’uomo odierno sia qualcosa dato per grazia, su cui egli non ha alcun potere, a cui deve solo abituarsi con la sua individualità. Come con la nostra individualità ci troviamo in noi stessi, così con la nostra laringe siamo radicati nel macrocosmo, da cui ci affluiscono le forze che ci rendono esseri parlanti.

Nel cuore abbiamo un organo dell’uomo attraverso il quale egli è già divenuto autonomamente uomo. Ad esso è collegato un sistema circolatorio concluso quale espressione dell’io. Attraverso la nostra laringe, le entità superiori del macrocosmo ci rendono uomini. Quando ci incarniamo di nuovo nel microcosmo, entriamo in un’organizzazione il cui centro è il cuore; ma non ci incarniamo solo nel microcosmo, bensì questa corporeità viene continuamente perfezionata dal macrocosmo. Attraverso la nostra laringe penetra dal macrocosmo ciò che è l’espressione spirituale più alta. Siamo collegati al macrocosmo in modo da non ricevere solo degli effetti, ma anche da restituirne, anche se non abbiamo ancora alcun potere individuale su quello in cui siamo nati. Siamo nati nello spirito di popolo su cui non abbiamo alcun potere individuale. Perciò corrisponde a una grande verità quando nella Bibbia vien detto, subito all’inizio,10 che l’uomo col suo divenire terreno dovette attendere fino al momento in cui gli potè essere formato il coronamento dei suoi organi respiratori, la laringe, dal divino-spirituale stesso: «E Dio alitò nell’uomo un soffio di vita e l’uomo divenne così un essere vivente». Con queste parole viene indicato il momento in cui viene inspirato il divino- spirituale dal macrocosmo. L’umano è in connessione col cuore, il divino con la laringe. Mentre l’uomo respira coi polmoni e può trasformare i suoi processi respiratori in quelle configurazioni che vengono ottenute attraverso la laringe - linguaggio e canto -, gli è dato qualcosa che è capace della formazione più elevata. Perciò è ben giustificato che quanto sarà il coronamento, se l’essere umano si evolve sempre più in alto, nella teosofia orientale venga chiamato “atma”. La parola “atma” ha la stessa radice del verbo tedesco “atmen” (respirare).11 Atma o uomo spirituale è l’arto più elevato che l’uomo formerà un giorno, nel futuro. Ma egli deve determinare la formazione dell atma o dell’uomo spirituale stesso che oggi è presente solo come predisposizione. Deve cooperare a ciò che quale processo respiratorio modificato vive nel linguaggio e nel canto. Tutto ciò sta solo all’inizio e si svilupperà sempre di più e abbraccerà cerehie sempre più vaste.12

Tenendo conto di questo diremo: non appena l’uomo potrà intervenire in modo adeguato nel suo processo respiratorio, questa sarà un’azione superiore a tutte le altre. Ma poiché qui si tratta di forze spirituali elevate, per le quali l’uomo non è ancora pronto con la sua attuale costituzione, è chiaro che con ciò, come minimo, si possono anche causare dei danni. Se, dunque, fra i diversi esercizi che l’uomo può compiere per perfezionarsi vi sono anche quelli che regolano il respiro, è importante porre la massima cura in tali esercizi, e l’istruttore deve sentire nei confronti del discepolo la più grande responsabilità possibile. Furono le stesse entità divino-spirituali che modificarono il processo respiratorio a partire dalla loro saggezza a far sì che l’essere umano, da un livello inferiore, divenisse un essere dotato di linguaggio e, poiché l’uomo non ne era pronto, dovettero porre tale capacità non in balìa della sua individualità, ma al di fuori della stessa. Ogni esercizio di respirazione significa dunque esercitare un’azione su una sfera superiore, e dobbiamo tener conto del fatto che questo comporta la più grande responsabilità.

Purtroppo oggi in tale campo, di frequente, vengono date istruzioni sconsiderate, e chi comprende queste cose guarda con terrore il fatto che numerose persone oggi si occupino di esercizi di respirazione senza aver intrapreso una sufficiente preparazione. All’investigatore spirituale sembrano come dei bambini che giocano col fuoco. Nessuno deve credere che le cognizioni anatomiche e le considerazioni fisiche esteriori rendano capaci di dare delle disposizioni sul respirare. Il vero insegnante in questo campo sa che, quando si interviene coscientemente nel processo respiratorio, si fa appello al divino-spirituale nella natura umana. E poiché le cose stanno così, le norme a riguardo possono solo essere attinte dalle più alte conoscenze spirituali oggi raggiungibili. Indicazioni riguardo a interventi nel processo respiratorio possono venir confidate a un insegnante da cui ci si può aspettare la massima scrupolosità e prudenza.

Nel nostro tempo in cui si è così poco coscienti del fatto che un elemento spirituale sta alla base di tutto quello materiale, si crederà anche, a cuor leggero, di poter prescrivere questo o quell’esercizio di respirazione. Ma se si sa che un mondo spirituale è alla base di tutto quello fisico, si giungerà anche alla conoscenza che la modificazione del processo respiratorio umano appartiene alle più nobili rivelazioni dello spirituale nel fisico e che l’intervento nel processo respiratorio può essere collegato soltanto a una disposizione dell’anima come in preghiera. Chi vuole intervenire nel processo respiratorio può farlo solo a partire dalla conoscenza che per il discepolo la conoscenza divenga una preghiera e che si colmi di profonda devozione. Diversamente non dovrebbero, in genere, essere date delle istruzioni per queste cose di grandissima responsabilità. Il conoscitore diventa un devoto che si riempie della grazia di quelle entità a cui certamente ci avviciniamo, ma a cui oggi dobbiamo ancora guardare, poiché esse inviano giù la loro saggezza da altezze del macrocosmo che sono più in alto rispetto a quello che possiamo afferrare col nostro sapere ordinario. Questo è quanto scaturisce dalla scienza dello spirito come un risultato ultimo, così da risuonare come una preghiera spontanea:

Raggio di Dio che proteggi e benedici ricolma la mia anima che cresce, così che possa afferrare ovunque forze ricostituenti. Essa vuole ripromettersi

di destare la forza dell’amore in sé

piena di vita

e di vedere così la forza di Dio

sul cammino della propria esistenza e di operare nel senso di Dio con tutto ciò che possiede. 13

La scienza dello spirito deve condurre l’uomo intero nei mondi superiori, non solo quello che pensa, ma anche quello che sente e vuole. Possiamo riflettere sul mondo, ma se pensiamo soltanto, rimaniamo freddi e indifferenti in ogni conoscenza. Anzi, le conoscenze dei mondi superiori devono destare in noi dei sentimenti e quanto più in alto l’uomo è in grado di elevare lo sguardo, tanto più profondamente si risvegliano in lui gli impulsi del sentire, gli impulsi all’azione, gli impulsi a vivere secondo le grandi idee14 che ci illuminano dai mondi spirituali. Diveniamo devoti, raccolti in preghiera; quando conseguiamo la conoscenza spirituale, il sentire diventa devoto, il volere15 entra in intima unione col divino. Poiché chi riconosce la verità in modo da sentirla, non si limiterà a questo, ma vorrà e farà del tutto da sé, senza alcuna costrizione, anche quanto ha riconosciuto di giusto e di vero. E questa è la pietra di paragone. Chi rimane solo quale conoscitore dello spirito, ma è indifferente nel suo sentire e volere, dimostra che la scienza dello spirito non avrebbe agito su di lui in modo corretto. La scienza dello spirito ha il suo banco di prova nel fatto che la conoscenza si conclude in un’attitudine riverente e l’uomo accoglie nella sua volontà e adempie attivamente ciò che ha riconosciuto come giusto. Là dove le conoscenze della scienza dello spirito operano in tale senso, sorge davvero nell’essere umano un sole spirituale che lo riscalda e lo illumina dall’interno.

Ma anche perché le conoscenze spirituali vanno accolte col cuore, è naturale che queste oggi fluiscano nella nostra civiltà con la concentrazione di esseri umani in associazioni, nella vita sociale. Se le conoscenze dipendessero dallo stare soli, allora l’uomo potrebbe essere anche una persona solitaria, un eremita. Ma se dalle conoscenze risulta che cuore e sentimento abbiano voce in capitolo, allora la persona si sente attratta anche verso gli altri. Perciò la conoscenza spirituale è qualcosa che riunisce gli esseri umani, ed è solo naturale e comprensibile che vi sia l’impulso spontaneo che uomini con lo stesso istinto, lo stesso anelito, lo stesso amore per idee e ideali scientifico-spirituali si ritrovino, si riuniscano in società, i cui membri qua e là, dovunque possano essere, portino sempre queste alte mete spirituali in un cuore caloroso.

Questo contiene in sé qualcosa di grande e di ampia portata, se la scienza dello spirito si diffonde in questo modo: essa riunisce esseri umani cui è possibile per la loro profondità del sentire e del volere, come da se stessi; anime affini si attraggono. Nel mondo del caos sociale, dove possiamo trovare esseri umani con cui ci sentiamo affini? Come è frantumato oggi il mondo per quel che riguarda gli uomini! Essi siedono assieme negli uffici, nei laboratori o nella fabbrica e svolgono lo stesso lavoro. E però, quanto lontane sono le loro anime l una dall’altra! Possiamo stare fianco a fianco a un altro essere umano; e le circostanze della vita sono così complicate che non ci capiamo l’un l’altro. Quando, però, giungiamo in qualche posto e sappiamo che lì vi sono delle persone che pure venerano la cosa più sacra che noi stessi veneriamo nella nostra anima, allora abbiamo ragione di supporre che nel loro intimo abbiano qualcosa che è affine alla più profonda interiorità della nostra propria anima. Quando ci riuniamo con tali esseri umani che ritengono anche per conto proprio più sacro quanto noi definiamo così, che portano nella loro anima la stessa luce e lo stesso amore come noi, allora queste persone che altrimenti non conosciamo affatto, ci possono apparire come portatori esteriori di un’entità interiore che conosciamo. Allora sappiamo che ci possono essere dei parenti nello spirito.

Ovunque andremo a finire e dove il nostro movimento si diffonderà tra gli uomini che portano dentro di sé la nostra stessa luce e il nostro stesso amore, si ritroveranno con noi delle anime affini che professano gli stessi ideali. E detto qualcosa di portentoso con questo: la conoscenza che portiamo giù dalle altezze spirituali e facciamo affluire nelle anime trasforma gli uomini, li rende diversi, e anche in quelle anime che magari prima, giorno dopo giorno, anno dopo anno, avevano vissuto una accanto all’altra con apatia, spunta il germe dell’amore, della condivisione e dell’entusiasmo per ideali; e da uomini che in passato erano freddi e razionali li rende calorosi amici dell’umanità. Diffondendo la conoscenza, parliamo non soltanto di ciò che è saggezza dei mondi superiori, bensì di ciò che in questa conoscenza opera in quanto amore da un’anima umana all’altra. Questa è la vera via per dare inizio in modo pratico a una fratellanza degli esseri umani. Non è mai possibile raggiungere un tale scopo attraverso programmi o prediche d’amore, nemmeno teorizzando sulla fraternità o incitando alla carità e cose del genere. Ma dove si uniscono degli uomini che sono apparentati nello spirito, che si sentono attratti dagli stessi ideali e ritengono sacre le stesse cose che sono così anche per noi, vi possiamo fondare una fratellanza umana. Così il ciclo di conferenze che oggi volge al termine - e in fondo ogni conferenza - non deve essere considerato come qualcosa da cui le anime degli uomini attingono soltanto del sapere e accrescono solo le loro conoscenze, ma deve dar luogo al fatto che dalle conoscenze sorga, in modo del tutto inosservato, un caldo sentimento per gli alti ideali dell'umanità e per la necessità di forgiare gli uomini nello spirito della fratellanza. Quanto più, in tali conferenze, impariamo in fatto di conoscenze, tanto più dovremmo arrivare al fatto di affezionarci anche agli esseri umani, di ravvivare il fuoco dell’amore e cooperare a condurli all’alto ideale umano della fratellanza.

In questo senso andavano tenute anche queste conferenze. Abbiamo cercato di mettere insieme da settori talvolta assai inconsueti quello che ci deve dare comprensione riguardo al mondo e alla nostra esistenza che proviene dallo spirituale. Solo elevandoci verso lo spirito, troviamo il vero essere interiore dell’uomo. Il vero amore umano è radicato nell’elemento spirituale. Tali sentimenti d’amore si presentano sicuramente dove gli esseri umani si innalzano allo spirituale grazie alla scienza dello spirito, poiché essa li ravviva, li riscalda e li illumina. Là dove essa annuncia giustamente e viene accolta in modo corretto, darà sempre tali impulsi che preparano una vera logica del cuore. La logica del pensare è compatibile col più forte egoismo. La logica del cuore è in grado di superare, a poco a poco, ogni egoismo e di rendere tutti gli uomini partecipanti di una comunità di esseri umani.

Solo se le verità spirituali ci hanno compenetrato di calore vitale, abbiamo compreso giustamente gli impulsi della scienza dello spirito. Allora lasciamo un tale ciclo di conferenze non solo con arricchimento di conoscenze, bensì esso accrescerà in ogni singolo il calore animico così che questo calore possa traboccare e agire su tutta la vita.

Possa un bel po’ di questo ideale esser stato raggiunto. In tale ciclo certamente - anche se durasse ancora molto tempo - potrebbe esser dato solo poco, potrebbe esser attizzato forse un po’ di fuoco. Tuttavia sarebbe bello poter presumere che il calore animico qui emerso non si spenga di nuovo, che ancora un pochino di esso o addirittura un gradevole attecchimento saranno da trovare quando ci ritroveremo qui di nuovo la prossima volta. Nel frattempo vi dico: arrivederci!


In memoria di Frater Stefano Ravaglia

anima raggiante che ha donato armonia e nuovi inizi.

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